Indice articoli


Metropoli autogovernata, capitale della democrazia partecipata
È evidente che in queste condizioni, se è vero che la libertà di mercato alloca razionalmente le risorse, sprigiona tutte le energie compresse nel corpo sociale e garantisce il libero gioco democratico, allora non ha alcun senso definire una strategia per la capitale dello Stato. Dall’unità d’Italia alla metà degli anni Ottanta la popolazione di Roma, seguendo le tendenze del mercato, è cresciuta di circa 15 volte, quella italiana è poco più che raddoppiata. Che l’enorme crescita demografica della città strabordata in metropoli sia il prodotto della sua funzione di capitale è un dato di fatto che nessuno può negare. Ma questo enorme dato di fatto è stato semplicemente ignorato dalla “classe dirigente”. E lo è ancora oggi, nonostante sia stato beffardamente introdotto in Costituzione un articolo che definisce Roma «capitale della Repubblica».
D’altro canto, il dominio della cultura d’impresa e la denigrazione sistematica del pubblico hanno portato a un duplice effetto. Su un versante, le privatizzazioni e l’appalto ai privati dei servizi pubblici; sull’altro, il degrado, l’inefficienza dell’amministrazione pubblica e la perdita di dignità dei dipendenti. Così le spese sono raddoppiate e i servizi sono peggiorati. E il cittadino paga tre volte. Per il cattivo servizio, per il mantenimento di un apparato pubblico degradato e permeabile alla corruzione, per i profitti da assicurare ai concessionari privati. Si assiste a una situazione paradossale: la spesa aumenta e i servizi pubblici si riducono, le tasse locali crescono e le prestazioni peggiorano.
Nella somma confusa di disposizioni e di intenzioni relative all’area metropolitana, la legge 42/2009 stabilisce che «Roma Capitale è un ente territoriale, i cui attuali confini sono quelli del Comune di Roma, e dispone di speciale autonomia, statutaria, amministrativa e finanziaria, nei limiti stabiliti dalla Costituzione. L'ordinamento di Roma Capitale è diretto a garantire il miglior assetto delle funzioni [sic] che Roma è chiamata a svolgere quale sede degli organi costituzionali nonché delle rappresentanze diplomatiche degli Stati esteri, ivi [sic] presenti presso la Repubblica Italiana, presso lo Stato della Città del Vaticano e presso le istituzioni internazionali».
A parte l’italiano zoppicante e la norma secondo cui Roma capitale dovrebbe garantire il migliore assetto per le rappresentanze diplomatiche degli Stati esteri anche presso un altro Stato estero qual è il Vaticano, abbiamo a che fare con disposizioni burocratiche di banale amministrazione, del tutto neutre rispetto al presente e al futuro della capitale. Roma Capitale o Rome & you, insipido logo commerciale del sito ufficiale capitolino? Certo è che dietro Roma Capitale con la C maiuscola c’è il nulla, un vuoto spinto di progettualità e di prospettive. Solo uno slogan senza contenuto, che Gianni Alemanno ha innalzato per esaltare una bolsa retorica della romanità e coprire le peggiori nefandezze.
Non c’è dubbio che la gestione di Alemanno, un sindaco al vertice del clientelismo e del malaffare che ha riesumato i fantasmi del fascismo, sia stata la peggiore della storia repubblicana, ben diversa dalle giunte Rutelli e Veltroni che hanno governato nel passaggio tra il Novecento e il Duemila. Ma occorre precisare che il tanto decantato “modello Roma” non è stato altro che un’espressione prolungata, sia pure a tratti originale, del galleggiamento dei governi locali sulle tendenze spontanee del mercato. Tutta interna e subalterna a un neoliberismo “di sinistra”, nella convinzione che il pieno dispiegamento della libertà d’impresa, accompagnato da un pizzico di verdismo buonista e da un po’ di compassione verso “i meno fortunati”, avrebbe consentito a Roma di crescere governandola con il sostegno del partito “leggero” di una nuova borghesia rampante.
Un indirizzo che rompeva con l’impianto delle giunte di sinistra sui quattro punti cardinali: la centralità della questione sociale e del lavoro; il contenimento e il controllo della rendita immobiliare e finanziaria; la visione unitaria della metropoli, ossia il superamento della frattura tra centro e periferia mediante il cambiamento dell’intero assetto urbano; la delineazione di una strategia complessiva, volta a contrastare la crisi della metropoli e a ridefinire il ruolo della capitale.
Il “modello Roma”, al contrario degli interventi strutturali, puntava sulla filosofia dei “grandi eventi”, sull’evento straordinario: sempre mediatico, di volta in volta sportivo, culturale e religioso. Ma i “grandi eventi”, al di là degli introiti di chi organizza il business, raramente hanno prodotto benefici per la città e i cittadini, soprattutto non hanno cambiato il volto di Roma e la dinamica del suo declino. Al contrario, come è noto, la dinamica del declino è stata accelerata e il volto di Roma è stato sfregiato.
Rutelli si ricorda soprattutto per il buon successo ottenuto nell’ organizzazione del Giubileo del Duemila promosso da papa Wojtyla, il quale peraltro non aveva mancato di bacchettarlo per il «dramma» di una città in cui «emerge, prepotentemente, il problema della disoccupazione e del lavoro» (l’Unità, 26.1.96). Resta il fatto che subito dopo il Giubileo, con Veltroni sindaco e Morassut assessore all’urbanistica, viene approvato «il peggior piano regolatore della storia di Roma», come scrisse Nicolini (Controlacrisi, 5.8.2012).
Era il trionfo della rendita immobiliare e finanziaria, che mai aveva avuto tanto potere, neanche ai tempi dei sindaci democristiani del dopoguerra. Curiosamente, forse per un ghiribizzo della storia, il giudizio definitivo sugli effetti del “modello Roma” lo ha dato proprio Rutelli in un momento di lucidità nel 2008, quando si ricandidò senza fortuna per succedere a Veltroni in un nuovo passaggio di mano tra i due vessilliferi del “modello”: «una città devastata e ridotta allo stremo» (P. C. Senza alibi la sconfitta del “modello Roma”, Dalla parte del lavoro, 12.5.2008).
Il resto è cronaca dei nostri giorni, e di quel giudizio è ancora peggiore. Nello stato in cui oggi hanno ridotto Roma, recuperare l’ispirazione profonda e il modo di governare che ha guidato le «giunte Rosse» è una condizione necessaria per rovesciare le tendenze distruttive in atto e arrestare il declino, aprire un orizzonte nuovo e gettare lo sguardo verso il futuro. Ma il rinascimento di Roma può affermarsi solo se, muovendo dalle più efficaci esperienze di governo e dalle migliori tradizioni del movimento operaio e popolare, matura tra i romani di oggi, uomini e donne, di tutti i colori e di tutte le culture e le fedi, un senso forte di ribellione che si traduca nella costruzione di una inedita entità sociale, in grado di adottare e praticare una nuova concezione della politica come mezzo per trasformare la realtà.
Serve un legame organico e permanente tra lotte locali, movimenti su singoli temi e ridisegno complessivo della metropoli, tra obiettivi da perseguire e blocco sociale da mettere in campo. Isolarsi nella propria particolarità, nel proprio interesse di gruppo, nella cura del proprio orto quando c’è da conquistare la prateria può salvare la coscienza di qualcuno ma non sposta i rapporti di forza. È una pratica e una mentalità cui porre fine al più presto.
La stessa buona amministrazione, se non è sorretta da una visione della metropoli come comunità solidale, che contrasti con decisione le disuguaglianze e le ingiustizie, non basta. Senza la costruzione di un blocco sociale alternativo al dominio della rendita e della finanza, e senza una partecipazione democratica organizzata e duratura, che spezzi l’autoreferenzialità e la separatezza della politica, non è possibile cambiare la condizione di Roma. Una comunità urbana per tutte le età in sintonia con l’ambiente naturale, multietnica e solidale, centro di cultura aperto al mondo e all’innovazione; una metropoli universale autogovernata, capitale della democrazia partecipata: questo è il vero modello Roma per cui lottare.
Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
Roma, 24 marzo 2015