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Le ragioni di una storia
Con la fine delle «giunte rosse» viene meno la possibilità di cambiare le città e di aprire un discorso nuovo per Roma capitale. È stata una fase ricca di sperimentazioni e di pratiche fondate sulla cultura della solidarietà per molti versi inedite nella vita della comunità metropolitana, di buon governo e di avanzamento civile e sociale che andrebbe indagata a fondo in tutti i suoi aspetti. Anche nei limiti e nelle difficoltà che ne hanno segnato l’esaurimento.
Qui mi limito a osservare che il nesso che lega storicamente e fattualmente il destino di Roma come metropoli alla sua funzione di capitale in un’unica conurbazione urbana, in cui il centro storico è lo specchio delle periferie e viceversa, il Pci lo ha colto pienamente con un certo ritardo, quando già le «giunte rosse», dopo il risanamento delle borgate, cominciavano ad andare in affanno ed avevano bisogno di un forte rilancio programmatico e progettuale. In seguito alle elezioni del 1975-76 il Pci governava in gran parte d’Italia, in molte regioni e città, ma non è riuscito a coordinare in modo efficace l’attività dei diversi governi locali sul tema cruciale della riforma dello Stato e del decentramento della pubblica amministrazione, di cui la questione della capitale è componente costitutiva anche per rafforzare l’identità della nazione.
La mozione Berlinguer su Roma capitale è del 1984. Siamo nel pieno dell’offensiva ideologica, sociale e politica del neoliberismo, che in Europa nel mondo con Thatcher e Reagan, ma anche e in Italia, annuncia la nuova era del dominio dell’individuo sulla società, del mercato sullo Stato, del capitale sul lavoro, del profitto e della rendita sugli esseri umani e sulla natura. Gli scarti programmatici e comportamentali si fanno sentire nelle coalizioni di sinistra che governano Regioni e Comuni. Nella giunta di Roma Renato Nicolini viene contestato dai socialisti per le sue iniziative. Alla Regione era stato arrestato l’assessore socialista al turismo in seguito allo scandalo degli “alberghi d’oro”. Sono i «meravigliosi anni Ottanta» celebrati dall’avvocato Agnelli: è la stagione della “Milano da bere”, e anche della Roma da mangiare.
Contestualmente, le profonde trasformazioni che investono la società e l’economia cominciano a incrinare il blocco sociale del Pci, quindi il suo sistema di alleanze e il suo consenso. Tra il 1981 e il 1991 la popolazione di Roma diminuisce del 2 per cento, al blocco demografico del Comune fa riscontro la crescita dell’area metropolitana circostante. Crollano nello stesso tempo gli occupati in agricoltura del 51,8 per cento e quelli dell’industria del 17,4 mentre aumentano del 18,1 per cento gli addetti al terziario.
Sotto la spinta della terziarizzazione e della finanziarizzazione si diffondono piccole rendite e si concentra la ricchezza, cresce il Pil insieme alla disuguaglianza e alla povertà. Si dilata a dismisura il consumo del territorio ed esplode la questione ambientale. Si moltiplicano figure professionali diverse e ogni sorta di servizi, ma resta aperto il dramma della disoccupazione soprattutto per giovani e donne. Nuovi poteri si configurano e comincia l’assalto ai beni pubblici e comuni nel circuito che si innesca tra banchieri e finanzieri, tecnologie della rete, comunicazione e cultura, ben oltre la tradizionale rendita parassitaria e immobiliare.
Insomma, emergono nell’area metropolitana romana nuove laceranti contraddizioni, che avrebbero richiesto un’attenzione più penetrante verso i problemi sociali e le nuove condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici e privati, portando alla luce le sofferenze del lavoro manuale e dei giovani senza occupazione e senza prospettive. Ma anche riconoscendo, ai fini della lotta per un diverso assetto urbano e della costruzione di un blocco sociale in grado di reggere l’urto dei poteri dominanti, le enormi potenzialità del lavoro intellettuale e scientifico, della comunicazione e dell’informazione, indotte dalla rivoluzione elettronica.
Sono temi che Berlinguer affronta in un’intervista del 1983 intitolata Verso il Duemila (Enrico Berlinguer, Un’altra idea del mondo, pp. 293-306). Ma l’opera di rinnovamento che il segretario del Pci aveva intrapreso in tutti i campi è stata drammaticamente interrotta dalla morte improvvisa, e hanno prevalso altri orientamenti. Già in quegli anni avevano largo corso a sinistra “teorie” che magnificavano le virtù del mercato. Giuliano Amato, per esempio, sosteneva che l’assenza di obiettivi è di per sé un obiettivo giacché l’unica possibilità, di fronte alla disgregazione sociale crescente, è adeguarsi alle tendenze dominanti del momento. Di conseguenza, la costruzione di un «blocco sociale progressista» sarebbe una pura astrazione ideologica (Il lavoro senza rappresentanza, p. 44 e 298 nota 72). E della politica, si dovrebbe aggiungere, altro non rimarrebbe, se non una forma di galleggiamento opportunistico sulle onde tempestose dei mercati.