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Giù le mani da Petroselli
È stata una stagione segnata da una molteplicità talora febbrile di iniziative e di interventi, tutti però ben caratterizzati da una scelta di campo. Quelle giunte non erano espressione del potere del capitale, della rendita e della speculazione. Al contrario, erano schierate dalla parte del lavoro, vale a dire di coloro che per vivere dispongono solo delle proprie abilità intellettuali e fisiche, e che quindi devono vedere rimossi gli ostacoli di ordine economico, sociale e culturale per poter esercitare i diritti di uguaglianza e libertà fissati in Costituzione.
Si espressero allora anche le virtù - di solito nascoste e represse - del popolo romano, capace di grandi slanci solidali come fu evidente in occasione del terremoto dell’Irpinia. Roma, capitale di solidarietà tra gli esseri umani e di pace tra i popoli, riacquistò dignità e prestigio tra le grandi città del mondo. Aveva ragione Petroselli, quando sosteneva che solo se la parte oppressa avrà «un peso nuovo su tutta la città», questa potrà essere risanata e rinnovata.
«Io come Petroselli», abbiamo letto sul Corriere della sera dell’8 marzo 2016. Parole di Roberto Giachetti, renziano convinto - secondo quel che dice e quel che fa - e candidato del Pd a sindaco di Roma. Pronunciate in occasione della visita alla tomba di un comunista più che convinto qual era allora Gigi Petroselli, morto come un operaio sul lavoro alla fine di un discorso davanti al Comitato centrale del Pci. Siamo a questo punto: il candidato renziano, dunque come Renzi guardiano e mentore dei poteri forti, per di più senza uno straccio di programma che guardi ai drammi del sociale e alla condizione umana nella metropoli, si appropria con pessimo gusto della salma di Petroselli, in vita schierato sulla frontiera opposta.
Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto il principe De Curtis in arte Totò. Questo è uno scippo e lei, Giachetti, è un ossimoro vivente, o forse ancora peggio: è l’espressione perbenista e bene educata (fino a un certo punto) di un trasformismo senza principi. Prima rutelliano, poi renziano e insieme pannelliano, si fa fotografare sulla tomba di un comunista, persona specchiata e da tutti rispettata, con l’intenzione fin troppo scoperta di raccattare un po’ di voti: il vuoto programmatico coperto da uno scippo mediatico e da parole al vento. Non è rispetto per una tradizione politica e per la figura di un grande sindaco. È solo l’ennesima manifestazione, poco seria e molto grave, del degrado di una politica che dichiara tutto e il contrario di tutto. Disposta a tutto pur di agguantare il potere.
Proprio la pratica politica senza principi e senza programmi alternativi al dominio dei più forti, diametralmente opposta a quella del Pci nella fase delle «giunte rosse», ha prodotto la crescita abnorme dell’astensionismo e in pari tempo l’esplosione elettorale del Movimento 5 Stelle, che oggi si presenta come possibile vincitore a Roma. Non è un caso che dopo la parentesi poco felice di Ignazio Marino la candidata a sindaco del partito di Grillo e Casaleggio, Virginia Raggi, abbia dichiarato di avere votato Pd per quasi tutta la sua vita (!) e di essersene vergognata (corriere.it. 13 marzo 2016). Ma ciò non toglie che per la definizione del programma dei 5 Stelle abbiano votato solo 2.724 persone. E che il programma per la capitale nei suoi punti fondamentali è di una tale povertà di contenuti da lasciare sbalorditi: 1-mobilità e manutenzione delle strade; 2-trasparenza e stop agli sprechi; 3-emergenza rifiuti e cura del territorio (Blog di Beppe Grillo 17 marzo 2016).
Dunque, nessun progetto che guardi al futuro e nessuna strategia di cambiamento per una metropoli-capitale che rischia il collasso e un’involuzione storica. Dalla crisi della politica siamo approdati ai prerequisiti della normale amministrazione e all’annullamento della politica, che viene assorbita nella gestione amministrativa e rinuncia perciò a qualsiasi scenario di trasformazione dello stato delle cose presente. C’è qualcuno in qualunque partito e in qualsiasi città del mondo che vuole le strade sporche, intasate e dissestate? Che aspira ad avere un Comune opaco e sprecone? Che applaude se il territorio non è curato ed è invaso dei rifiuti? Siamo seri, il programma dei 5 Stelle per Roma è un banale catalogo di buone intenzioni, che tutti i passanti firmerebbero.
Ma se le cose stanno così, questa è un’ulteriore manifestazione della crisi verticale della classe dirigente, della funzione dirigente di chi ha detenuto e detiene il potere politico. Siamo persone normali con il pallino per l’onestà, precisa la Raggi. E l’onestà, occorre riconoscerlo, non è cosa da poco nel mondo in cui viviamo. Anch’essa è però un prerequisito, e un’attitudine della maggioranza degli elettori sequestrata dalla minoranza degli eletti. L’onestà è necessaria, ma non è sufficiente per governare una metropoli così complessa.
L’onestà era anche la nostra divisa quando governavamo Roma e la Regione. Ed essendo stato in quel tempo segretario regionale e romano del Pci, adesso, senza un filo di boria di partito ma constatando un’evidenza, posso dire di andare orgoglioso del fatto che nessuno dei miei compagni e compagne impegnati nelle «giunte rosse» abbia avuto a che fare con la giustizia. Ma per la verità devo anche aggiungere che se fossimo stati solo onesti, e non avessimo avuto qualche idea a proposito di Roma, oltre che un forte slancio ideale e politico, non avremmo resistito più di qualche mese nel governo della capitale del Paese, una delle città più significative e difficili d ’Europa e del mondo.