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La svolta delle giunte rosse
Per cambiare Roma c’è una storia di cui riappropriarsi, da studiare e rielaborare con lo sguardo rivolto alle contraddizioni esplosive del presente: quella delle «giunte rosse» in Campidoglio, e anche alla Provincia e alla Regione Lazio, che hanno governato nel decennio successivo alla vittoria del Pci nelle elezioni regionali del 1975 e allo strepitoso successo ottenuto nelle politiche e comunali del 1976. Grandi avanzate dopo lo spostamento a destra dei primi anni Settanta, realizzate anche in conseguenza delle «correzioni» di Enrico Berlinguer per un prioritario impegno del Pci nel sociale, dove avanzavano l’impoverimento e la disgregazione denunciati nel 1974 dal convegno del Vicariato sui mali di Roma. La storia delle «giunte rosse» dimostra come il declino della capitale non sia un destino segnato e senza scampo; e come a Roma il malgoverno, il malcostume e la corruzione si possano sconfiggere aprendo un orizzonte di buon governo, di giustizia sociale, di solidarietà. Oltre che di trasparenza e di efficienza - sì, anche di efficienza - nell’amministrazione del Comune.
E’ stata una fase assai ricca e complessa nella vita di Roma, del Lazio e dell’intera nazione, nella quale il Pci è esondato ben al di là del tradizionale argine delle «regioni rosse» per affacciarsi al governo del Paese, oggi del tutto rimossa come se si trattasse di un inciampo da seppellire tra i detriti della storia. Resta il fatto che, dopo i successi elettorali ottenuti seguendo l’impostazione politica di Berlinguer e moltiplicando i legami con la società profonda, quando in Italia venne all’ordine del giorno la questione del governo e di una diversa qualità dello sviluppo, la controffensiva avversa al Pci diventò assai pesante in tutti campi: politico, sociale, culturale-mediatico. Senza rinunciare al terrorismo e alla «strategia della tensione», che misero a dura prova la democrazia.
A Roma, segnata dalle manifestazioni violente e dagli «espropri proletari», dai sequestri, dagli attentati e dagli omicidi, una sequenza culminata con il rapimento e l’esecuzione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse il 9 maggio 1978, si è fatto di tutto per accendere la miccia della crisi del Pci, tentando di contrapporre gli iscritti ai dirigenti e soprattutto di sradicare il partito dalla sua base sociale di massa, mettendo a rischio con ciò la stessa democrazia repubblicana. Un tentativo sostanzialmente fallito perché il Pci ha reagito e lottato, cercando di mantenere vivo il rapporto con la società, in particolare con gli sfruttati e gli oppressi delle borgate, ma anche con gli intellettuali e i ceti intermedi. Non chiudendosi nelle istituzioni, ma facendo delle istituzioni, in particolare del Comune di Roma, il centro della partecipazione democratica e della sovranità del popolo romano.
Su questo terreno l’impegno di Gigi Petroselli sindaco è stato totale, coraggioso e senza risparmio. Da un lato, l’ascolto dell’anima popolare di Roma, il rapporto intenso con gli operai e non solo, con i quali si fermava a discutere e a mangiare un panino; dall’altro, il disegno di una città diversa e di una diversa capitale, alla quale restituire dignità e prestigio internazionale, coinvolgendo le forze migliori dell’intellettualità. Da una parte, la concretezza della vita quotidiana, che ha bisogno di risposte immediate; dall’altra, una strategia di cambiamento della metropoli, che ha forza e si può realizzare solo se poggia su un blocco sociale di riferimento. Su quest’intreccio di concretezza e progettualità, e con il sostegno di un grande partito di massa quale era allora il Pci, si sono misurate e hanno operato le «giunte rosse» a Roma e nel Lazio, di cui Petroselli è stato l’esponente di punta.
Già Argan aveva posto le premesse per un radicale cambiamento dell’assetto urbano, secondo l’idea che «se non si bonifica la periferia, il centro storico morirà soffocato; se non si collegherà organicamente e funzionalmente il centro storico alla periferia, Roma diventerà veramente una megalopoli mediorientale attorno ad un ritrovo di turisti». Nella Conferenza urbanistica del luglio 1977 si gettano così le basi per il risanamento delle borgate, la salvaguardia del patrimonio archeologico e monumentale, la riqualificazione del patrimonio edilizio.
Un disegno che da Petroselli viene arricchito, precisato e in gran parte realizzato in soli due anni. Prende corpo il progetto del grande parco che dal Colosseo abbraccia il territorio dell’Appia antica, secondo un’intuizione della migliore cultura urbanistica che era già stata dei francesi al tempo dell’occupazione dello Stato pontificio nel 1798; viene portata a conclusione la variante del piano regolatore generale per il risanamento delle borgate; si definiscono i piani particolareggiati per gli insediamenti produttivi; si dà attuazione al piano per l’edilizia economica e popolare, a cui concorre il capitale privato sotto controllo pubblico; si approva il Sistema direzionale orientale (Sdo), la vera chiave di volta del nuovo assetto metropolitano di Roma capitale.
Nel 1980 viene inaugurata la linea A della metropolitana, mentre assai intensa è l’attività della giunta comunale e del sindaco per assicurare l’esercizio dei diritti sociali e civili ed elevare la qualità della vita, il livello culturale e la partecipazione civica dotando la città di scuole, spazi verdi e impianti sportivi, di centri per gli anziani e per l’infanzia, di attività economiche e di servizio volte a favorire soprattutto l’occupazione giovanile e delle donne. In tale contesto l’estate romana, invenzione cult di Renato Nicolini, è stata non solo un fattore rilevante di diffusione della cultura e di coesione tra centro e periferie, ma anche uno strumento di presenza e di partecipazione contro la paura e il ripiegamento egoistico, indotti dalla violenza e dal terrorismo.
Questi indirizzi sono stati poi portati avanti dalla giunta guidata da Ugo Vetere, sebbene il contesto politico, generale e locale, si presentasse meno favorevole. D’altra parte - è bene ricordarlo non per un’operazione di archeologia sociale, ma perché oggi la direzione di marcia muove in senso opposto - anche la giunta di sinistra alla Regione dava corso a una serie di misure indirizzate a tutelare i diritti e gli interessi dei lavoratori e dei cittadini, e a salvaguardare il territorio. Ricordo, in particolare, la costruzione di una rete di trasporti pubblici nel Lazio e l’istituzione della sanità pubblica, fino ad allora inesistente nella capitale di uno Stato sovrano, dove dominavano il Vicariato attraverso monsignor Angelini e le cliniche private. Rilevante, inoltre, fu la scelta del bilancio partecipato, con la consultazione preventiva degli Enti locali, e del metodo della programmazione, finalizzato al riequilibrio sociale e territoriale della regione.