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Una risorsa da valorizzare, non una preda da spolpare
Abbiamo preso le mosse dal rovesciamento di un luogo comune con il quale le vecchie classi dirigenti hanno sempre coperto le loro responsabilità storiche. Roma come risorsa da valorizzare a beneficio dei romani e di tutti gli italiani, non come patrimonio da sfruttare e città da assistere con qualche soccorso improvvisato, il più delle volte clientelare: questo è stato il punto di riferimento che ha guidato il Pci nel governo della capitale e della Regione, nel tentativo di superare il paradosso storico che ha conformato la città capitale.
La borghesia settentrionale, che secondo un’osservazione acuta di Togliatti solo qui avrebbe acquisito «la nozione esatta della sua funzione dirigente in modo che non avrebbe potuto se fosse rimasta chiusa nei fondachi di Milano e di Torino o nei campi lombardo-emiliani», ha trasferito a Roma la capitale dello Stato unitario in seguito al compromesso con gli agrari del Mezzogiorno. Ma lo Stato unitario per più di un secolo non ha mai discusso e definito il ruolo e le funzioni della sua capitale. Non lo ha fatto lo Stato liberale, neanche nei cinque anni in cui fu sindaco Ernesto Nathan. Non lo ha fatto lo Stato fascista, che con la vacua retorica della romanità ha sventrato il centro storico e riempito le periferie di baracche e di quartieri ghetto. Non lo ha fatto la Dc, nella quale prevalevano gli interessi della rendita parassitaria.
Solo nel febbraio 1985, in seguito alla mozione presentata l’anno precedente dal gruppo del Pci e firmata da Enrico Berlinguer, la Camera dei deputati ha svolto un’ampia discussione cui hanno partecipato con loro mozioni anche gli altri gruppi politici e ha poi approvato pressoché all’unanimità un documento in cui viene delineato il ruolo di Roma come capitale d’Italia. Per la prima volta lo Stato unitario, per iniziativa del Pci, ha ritenuto di doversi fare carico della propria capitale. Erano tempi in cui il quotidiano della “grande borghesia illuminata” del Nord descriveva Roma come una capitale archeologica e ornamentale, che regge trionfalmente il confronto con il Cairo, Tunisi e Atene. Ma se davvero Roma era questa, la critica ai “padroni del vapore” fondatori e finanziatori del Corriere della sera, che da Roma hanno estratto un pozzo di rendite e profitti, non poteva essere più efficace.
Impartire lezioni a Roma dopo averla spolpata è un esercizio che ha radici antiche. Lo dice bene Argan in un’intervista del 1976: «Se la “classe dirigente”, dopo l’unità d’Italia, avesse saputo definire il nuovo ruolo di capitale che Roma era chiamata a svolgere e l’avesse messa in condizione di adempiere a quella funzione, Roma non sarebbe al punto in cui è: è a questo punto perché la “classe dirigente” ha preferito considerarla un patrimonio da sfruttare e l’ha esosamente, indegnamente sfruttata» (Giulio Carlo Argan, Un’idea di Roma, p.67). Il risultato è stato la crescita di una metropoli che rende difficile la vita alla maggioranza dei romani e di una capitale burocratica largamente inefficiente, i cui costi gravano sulla collettività nazionale, funzionale però a una politica assistenziale che a sua volta alimenta rendite e parassitismi insieme alla speculazione edilizia.
Spezzare questo circolo vizioso attraverso una strategia che delinei ruolo e funzioni della capitale della Repubblica democratica fondata sul lavoro era l’obiettivo della mozione presentata dal Pci. Nella consapevolezza che qualificare il ruolo della capitale ed elevare il livello dei suoi servizi non solo ha ricadute dirette sull’assetto urbano di Roma e sulla condizione sociale dei romani, ma assicura benefici a tutti gli italiani in termini di innalzamento della produttività del sistema, di miglioramento della qualità della vita, di rafforzamento dell’unità della nazione dando soluzione alla questione del Mezzogiorno.
A questa impostazione il Pci era pervenuto sulla base di una ricerca non occasionale. Per la verità già Aldo Moro, che nel 1958 presiedeva la Commissione speciale per Roma, aveva osservato che i provvedimenti fino ad allora varati erano solo «urgenti soccorsi, mancando una visione organica e complessiva». Ma decisiva è stata l’esperienza delle «giunte rosse», giacché da quell’esperienza emergeva con chiarezza che per il cambiamento di Roma non bastava l’intervento del Comune sul suo territorio. Era necessaria un’assunzione di responsabilità di governo e Parlamento per le funzioni che Roma esercita in quanto capitale. Un’esigenza che il Consiglio comunale, per iniziativa del sindaco Vetere, aveva messo in chiaro con un documentoapprovato nel febbraio del 1984, da cui il gruppo parlamentare comunista aveva preso spunto.