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Berlinguer, la strategia del cambiamento
In sintesi, la mozione Berlinguer 1-00063 muoveva da due premesse. Come progettare e far vivere una capitale intesa come cervello politico-istituzionale del Paese che operi in connessione organica con lo sviluppo della cultura e della scienza, in una fase nella quale la rivoluzione elettronica annunciava cambiamenti radicali nel modo di produrre e di vivere, nei modelli sociali e culturali. Come realizzare nel territorio urbano in cui si concentrano le maggiori istituzioni dello Stato, e che si configura come metropoli europea cerniera tra Nord e Sud del mondo, una riforma della pubblica amministrazione improntata a criteri di trasparenza ed efficacia, moralizzazione e democratizzazione, in modo da aprire le porte a una penetrante partecipazione dei cittadini
Da queste premesse discendevano le proposte, che si articolavano su alcuni assi principali, e che qui ricapitolo per sommi capi. In quanto a Roma capitale principale sede delle istituzioni politico-istituzionali e degli apparati dello Stato, due erano le scelte fondamentali: da una parte, l’allestimento nel centro storico di uno spazio razionale per le istituzioni elettive, contenuto nei costi e aperto allo scambio di relazioni con i cittadini, da realizzare salvaguardando rigorosamente l’ambiente monumentale nonché le attività produttive e di servizio; dall’altra, il trasferimento dei ministeri nel Sistema direzionale orientale (Sdo). Si trattava di scelte che avrebbero cambiato il volto di Roma, da accompagnare con l’informatizzazione dell’intero sistema della pubblica amministrazione e la qualificazione permanente degli addetti, anche istituendo un’alta scuola di studi.
In quanto a Roma capitale centro della cultura e della scienza, da promuovere attraverso la combinazione di innovazione scientifica e tecnologica diffusa e di valorizzazione del patrimonio artistico e culturale accumulato, oltre al potenziamento delle università pubbliche e dei centri di ricerca, si proponeva tra l’altro la costituzione di un rilevante polo dell’industria della comunicazione con capitali pubblici e privati, mediante la combinazione di cinematografia, televisione ed elettronica. Inoltre, in riferimento a Roma capitale come moderna metropoli europea cerniera tra Nord e Sud del mondo, si chiedeva l’impegno coordinato di tutte le competenze pubbliche, in particolare delle Partecipazioni statali, per la realizzazione e l’ammodernamento di infrastrutture di portata strategica, come le telecomunicazioni, la viabilità di sistema, i trasporti ferroviari e aeroportuali.
Secondo questa impostazione l’intervento dello Stato centrale con i relativi finanziamenti avrebbe dunque riguardato non l’insieme dei problemi (e dei mali) di Roma in quanto metropoli, ma solo le sue funzioni attinenti al ruolo di capitale. Ogni ipotesi di leggi speciali e di interventi a pioggia veniva respinta, in coerenza con una visione che considerava Roma non la capitale da sovrapporre allo Stato delle autonomie come braccio armato del potere centrale, ma la capofila delle autonomie con funzioni di capitale. Un aspetto decisivo, questo, anche per impostare correttamente e in modo trasparente la questione dei finanziamenti statali e del bilancio del Comune.
Berlinguer, che al momento della presentazione della mozione diede il suo contributo in modo approfondito e rigoroso come era sua abitudine, riteneva che solo una motivazione forte, tale da far assumere alla proposta comunista una dimensione effettivamente nazionale e perciò unificante, estranea a localismi e corporativismi, giustificasse la presentazione di una mozione sulla capitale da parte del Pci. Quindi, no a nuove autorità e a strumentazioni burocratiche extraistituzionali senza controlli, sì invece al coordinamento tra governo, Comune, Provincia e Regione, in modo che ciascuno potesse fare la sua parte dentro le coordinate strategiche adottate dal Parlamento, che avrebbe esercitato la sua funzione di controllo.
Un’impostazione nella sostanza accolta dal documento approvato dalla Camera. Con il quale, oltre a porre in maggiore evidenza la questione ambientale e ad apportare arricchimenti e precisazioni su singoli aspetti, si impegnava il governo a mettere in bilancio gli stanziamenti necessari per la realizzazione dei progetti e a riferire periodicamente al Parlamento sullo stato del loro avanzamento. Successivamente, il gruppo del Pci, riprendendo le linee guida della mozione Berlinguer, presentava nel luglio 1986 una proposta di legge intitolata Programma pluriennale di interventi connessi con le funzioni e il ruolo della capitale della Repubblica allo scopo di dare più forza e completezza a un orientamento che rappresentava un’evidente cesura rispetto al passato. E che, proprio per questo, incontrava forti resistenze nel governo presieduto da Bettino Craxi e nella Dc.
In particolare, la proposta di legge, che fondava la strategia di cambiamento della capitale sul nesso organico tra sviluppo della cultura e della scienza, tutela dell’ambiente e qualificazione delle forze produttive, dunque tra sapere e lavoro, mentre potenziava il ruolo del Parlamento dando vita alla Commissione bicamerale per Roma capitale, fissava in settemila miliardi in dieci anni l’ammontare degli stanziamenti ordinari dello Stato. Inoltre stabiliva che per la realizzazione dei progetti venissero resi disponibili, a titolo gratuito, gli edifici e le aree di proprietà demaniale. Per la realizzazione del terzo centro direzionale romano, lo Sdo, e per il trasferimento in esso dei ministeri, si prevedeva di mettere a disposizione l’area dell’aeroporto di Centocelle appartenente al demanio, e di dare vita a una Spa pubblico-privata.
Ma la proposta del Pci, come pure la mozione approvata a stragrande maggioranza dalla Camera dei deputati, è restata lettera morta, un’occasione gettata al vento. E così si è tornati ai vecchi amori, vale a dire ai rapporti incestuosi e clientelari tra la “classe dirigente” e la capitale del Paese. Craxi considerava Roma poco più di un salotto di rappresentanza a disposizione dell’“Azienda Italia”, e dalla brume della Padania bacchettava i romani lavativi e spendaccioni. Tra i ministri, De Michelis preferiva trasferire la capitale altrove, forse a Venezia, mentre Goria, che occupava la poltrona del Tesoro, interrogato su cosa stesse facendo in applicazione della mozione approvata, rispose che non faceva un bel niente, altrimenti non avrebbe saputo cosa dire ai suoi elettori di Asti. D’altra parte, chiusa la fase delle «giunte rosse», il democristiano Nicola Signorello, sindaco “pennacchione” secondo la colorita espressione del suo compagno di partito Franco Evangelisti, sembrava preoccupato esclusivamente di mettere le mani sui pochi soldi disponibili per poterli distribuire a pioggia.