VII - Il salto mortale di Renzi
Dunque, Renzi è il prodotto finale dell’evoluzione della specie. E di due processi interconnessi, che si sono sviluppati dopo l’89. Da una parte, in seguito alla globalizzazione finanziaria del capitale, lo spostamento delle decisioni politiche dalle assemblee elettive verso i centri del potere economico, le conglomerate multinazionali, le grandi istituzioni finanziarie. Dall’altra, la cancellazione del lavoro come soggetto politico, che non ha più né rappresentanza né rappresentazione. Con l’effetto di generare una crisi devastante della democrazia rappresentativa e la formazione di sistemi politici monoclasse, nei quali si contendono il governo e il potere componenti diverse della borghesia dominante.

È un fenomeno globale, che si presenta in modo più o meno accentuato, e con caratteristiche peculiari, nelle diverse realtà nazionali e territoriali. In assenza di una sinistra sociale e politica che voglia cambiare la società, masse enormi di esclusi, colpiti dalla crisi economica e sociale, tra i quali aree crescenti di ceto medio impoverito, vagano in cerca di lavoro, di diritti, di rappresentanza. Una condizione nella quale hanno buon gioco le destre nazionaliste e i miliardari demagoghi in cerca di una base di massa. Dopo Berlusconi, l’ascesa di Trump, favorita peraltro da un sistema politico storicamente costruito sugli interessi della classe dominante, è emblematica del degrado della democrazia americana. Ma non è la prima volta che nella storia compaiono regimi reazionari dei massa, come insegnano il fascismo e il nazismo.
SalaGalilei Tortorella Liguori Ciofi
In Europa i trattati prescrivono il dominio assoluto del mercato, e quindi del capitale. In Italia, dove la Costituzione sancisce la centralità del lavoro e quindi presuppone la presenza della rappresentanza politica dei lavoratori, persiste un’anomalia che deve essere cancellata. La controriforma di Renzi serve a questo, a conformare i poteri costituzionali sugli interessi dominanti del mercato, e pertanto a liquidare la possibilità di far vivere i principi e i diritti che in Costituzione sono sanciti. Questa è la sostanza, e questa è la vera posta in gioco. Con il referendum si vorrebbe chiudere definitivamente un’intera fase della nostra storia, nella quale è stata data la possibilità alle lavoratrici e ai lavoratori di farsi classe dirigente aprendo le porte a una società più giusta e avanzata.
 
Dobbiamo guardare in faccia la realtà. Nel vuoto della rappresentanza politica del lavoro, l’operazione in atto è facilitata. Attenzione però: stabilizzando il vuoto della presenza politica del lavoro, cioè di una parte fondamentale della società, degrada il pluralismo della rappresentanza, e quindi muore anche la democrazia liberale: un effettivo pluralismo nasce dal riconoscimento del dualismo lavoro-capitale. In altre parole, contrariamente a quanto credono Bettini e coloro i quali in buona fede votano sì, non andremmo incontro a una stagione radiosa di democrazia liberale. Bensì a un periodo confuso di instabilità e di ulteriori lacerazioni, di guerre tra poveri e di tensioni geopolitiche, alimentate dal dominio di una oligarchia che cercherà di cancellare ogni traccia della cultura della solidarietà e della partecipazione, esaltando l’egoismo proprietario.
 
Valutiamo i fatti. Non ho mai sentito dire dal governo che vuole applicare la Costituzione. Ed è un fatto. Un altro fatto è che l’attività del governo non unisce il Paese, lo spacca. La volontà pervicace con cui vuole cambiare la nostra Carta fondamentale, come se fosse cosa sua e non un patrimonio di tutti gli italiani, ne è una prova. Nei suoi comportamenti concreti, poi, il governo lacera i diritti del lavoro, condanna i giovani all’emarginazione e i pensionati all’indebitamento, impoverisce i dipendenti pubblici, aziendalizza la scuola e privatizza la sanità. Il problema, allora, non è cambiare la Costituzione ma la politica del governo, avviare a soluzione la crisi, ripulire e rinnovare i partiti, dare rappresentanza a chi non ce l’ha, riscattare i diritti fondamentali. E lottare per l’applicazione della Costituzione, apportando quelle migliorie che appunto ne facilitino l’applicazione.
 
Conclusione. Se voti SI’ chiudi la porta al cambiamento, il contrario di quel che dice Renzi, e ti consegni senza tutele a un rafforzato potere di chi comanda, delle banche e della finanza. Altro che cambiamento. Questo è un salto mortale all’indietro, una retrocessione storica. Se voti NO, riapri le porte alla possibilità di un cambiamento vero, che si può ottenere lottando per l’attuazione della Costituzione. La vittoria del NO aprirebbe uno scenario nuovo. Offrirebbe migliori condizioni alle forze disperse della sinistra e dei movimenti sociali per fare quel passo che non si può più rinviare: costruire una sinistra nuova, operaia, popolare, di massa. Sappiamo che non è facile. Ma impegnamoci a fondo per la vittoria del No e poi proviamoci. Facendo finalmente della Costituzione non solo una bandiera da sventolare con orgoglio, ma la carta fondativa dei valori di una sinistra ampia e combattiva, capace di stare nella società e nelle istituzioni: per rinnovare le istituzioni e cambiare la società.



Paolo Ciofi
Roma, 11 novembre 2016

 

Vai al video della relazione di Paolo Ciofi, clicca qui

 



*Testo della relazione svolta al seminario di Futura Umanità sulla storia del Pci l’11.11.2016

[1] P. Togliatti, Sul progetto di Costituzione in Discorsi Parlamentari I, Camera dei Deputati, Roma 1987, p.61



[2] P. Togliatti, La politica nazionale dei comunisti, in Opere 1944-55, Editori Riuniti, Roma 1984, p.32



[3] P. Togliatti, Principi dei rapporti sociali, Relazione presentata alla Prima Sottocommissione dell’Assemblea Costituente, in Rinascita, n.9 settembre 1946



[4] Ivi



[5] P. Togliatti, La politica nazionale dei comunisti, cit., p.33



[6] Vedi G. Vacca, Togliatti e la storia d’Italia in Palmiro Togliatti, a cura di R. Gualtieri, C. Spagnolo, E. Taviani, il Sole 24Ore, Milano 2013



[7] P. Togliatti, Principi dei rapporti sociali, cit.



[8] P. Togliatti, Sul progetto di Costituzione in Discorsi Parlamentari I, Camera dei Deputati, Roma 1987, p.63



[9] Ivi



[10] E. Berlinguer, Un’altra idea del mondo, Antologia 1969-1984 a cura di P. Ciofi e G. Liguori, Editori Riuniti university press, Roma 2014. p. 283



[11] E. Berlinguer, Un’altra idea del mondo, cit. pp.44, 50



[12] E. Berlinguer, op. cit., p.321



[13] Ivi



[14] P. Togliatti, Sul progetto di Costituzione in Discorsi Parlamentari I, Camera dei Deputati, Roma 1987, p.65



[15] E. Berlinguer, op., cit., pp. 237, 245



[16] E. Berlinguer, Discorsi al Parlamento europeo, Editori Riuniti, Roma 2015, pp.21-22



[17] E, Berlinguer, Relazione al XVI congresso del Pci, Editori Riuniti, Roma 1983, p.32



[18] Il sole 24Ore, 18 marzo 2001



[19] A. Orioli, Veltroni e le virtù dei ricchi, Il Sole-24ore, 3 luglio 2007



[20] D. Di Vico, Dopo lo strappo la coerenza, Corriere della sera, 28 giugno 2007



[21] G. Bettini, Strategia della demolizione, l’Unità, 26 agosto 2007