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I - Togliatti: garantire a tutti tutte le libertà
Il Pci è stato un protagonista decisivo nella dura e difficile lotta per la conquista della libertà, di cui la Costituzione antifascista, che ha dato il soffio della vita alla Repubblica democratica fondata sul lavoro, rappresenta senza dubbio il punto più alto e illuminante nella contrastata storia del popolo italiano. Palmiro Togliatti, il segretario del Partito comunista italiano che della Costituzione e della democrazia nel nostro Paese è stato un costruttore tenace e coerente, originale e innovatore, di fronte all’Assemblea costituente l’11 marzo del 1947 si esprimeva così: «Non vogliamo più essere lo zimbello del giuoco, più o meno aperto, più o meno palese, di gruppi che vorrebbero manovrare a loro piacere la vita politica italiana perché concentrano nelle loro mani le ricchezze del Paese». Per questo «la Costituzione ci deve garantire (…) che gli ideali di libertà non possano più essere calpestati, che non possa più essere distrutto l’ordinamento giuridico e costituzionale, di cui gettiamo qui le fondamenta». Ma la sola vera garanzia che ciò avvenga - avvertiva - «è che alla testa dello Stato avanzino e si affermino forze nuove, le quali siano democratiche e rinnovatrici per la loro stessa natura». Vale a dire, «le forze del lavoro». [1] (alla fine della relazione la registrazione video e tutte le note della relazione)
Dunque, non un ritorno al passato, verso la riesumazione dello Stato liberale e dei principi liberal democratici, che al fascismo non seppero opporre un argine. Bensì una costruzione storicamente nuova per i principi ispiratori, per il blocco sociale e la classe dirigente che la sorreggono. Occorre aggiungere che il Pci non è stato solo il proponente di alcune tra le più rilevanti innovazioni contenute nella Costituzione, come vedremo. È stato anche, in tutta la sua storia, il partito politico più combattivo nella lotta per la sua attuazione. Giacché la Costituzione, che tuttora regge il patto tra gli italiani, è diventata subito un terreno di lotta in conseguenza della rottura dell’unità nazionale e del riemergere di forze conservatrici e apertamente reazionarie. E quando si è posto il problema dell’aggiornamento della seconda parte riguardante l’ordinamento della Repubblica, il Pci ha lavorato perché i cambiamenti fossero orientati a rendere più efficace l’applicazione dei principi e dei diritti: estendendo la partecipazione democratica, decentrando le decisioni, soprattutto ponendo il problema del rinnovamento dei partiti e la questione morale come chiave di volta della questione democratica.

Si può dire che il Pci ha seguito sempre un percorso illuminato dalla Costituzione: in tutte le fasi della sua lotta, con grande coerenza e lungimiranza. Lo ha potuto fare perché aveva elaborato una strategia della trasformazione della società verso una civiltà più avanzata, che innovava profondamente la pratica e i contenuti del socialismo fino ad allora conosciuti. E che puntando sull’espansione massima della democrazia, fondata su nuovi principi di uguaglianza e di libertà, veniva a coincidere con i principi e i diritti fissati in Costituzione, nonché con le condizioni in essa stabilite.
Muovendo da Gramsci, il quale giunge alla rivendicazione di una Costituente nella transizione dal fascismo al socialismo e teorizza il processo rivoluzionario come egemonia da conquistare prima nella società e poi nello Stato; passando per Togliatti e Longo, che nella teoria e nella prassi si muovono lungo la via italiana al socialismo; fino a Berlinguer, che si batte per costruire una “terza fase” del movimento operaio centrata sulla democrazia come valore universale: in tutte queste fasi della lotta del Pci per una civiltà più avanzata, oltre le colonne d’Ercole del modo di produzione capitalistico, il riferimento illuminante resta sempre la Costituzione della Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Un passaggio storico, nel quale l’asse portante dello Stato non è più il cittadino proprietario ma il cittadino lavoratore, su cui costruire un nuovo movimento operaio non solo in Italia ma nell’intera Europa.
La visione strategica di Togliatti era chiarissima. Appena tornato in Italia dopo un esilio di quasi 20 anni, nel discorso pronunciato a Napoli l’11 aprile 1944 dichiara che, convocata un’Assemblea costituente, il Pci proporrà «di fare dell’Italia una repubblica democratica, con una Costituzione la quale garantisca a tutti gli italiani tutte le libertà», compresa «la libertà della piccola e media proprietà di svilupparsi senza essere schiacciata dai gruppi (…) del capitale monopolistico”[2]. Una Costituzione, precisa in polemica con Piero Calamandrei, che non può semplicemente prendere atto della realtà secondo il modello sovietico del 1936, ma deve avere un carattere progettuale-programmatico: «non di previsione, ma di guida», che «porti a un rinnovamento audace, profondo, di tutta la struttura della nostra società, nell’interesse del popolo e nel nome del lavoro, della libertà e della giustizia sociale»[3].
È la traduzione in termini costituzionali dell’idea della «democrazia progressiva». Un’impostazione geniale a mio parere e del tutto inedita, che rovescia la visione tradizionale del processo rivoluzionario e delinea la possibilità di «un profondo rivolgimento sociale attuato attraverso la legalità», «cioè accettando e rispettando il principio della maggioranza liberamente espressa»[4]. Togliatti il rivoluzionario costituente - come lo ha definito Gianni Ferrara - il quale nella pratica dell’azione trasformatrice vedeva con lucidità il nesso inscindibile tra fini e mezzi. Per cui, se il fine è l’impianto di una democrazia progressiva in grado di realizzare un complesso di riforme che trasformino la struttura economica e sociale, il partito nuovo di massa è lo strumento indispensabile per raggiungere lo scopo.