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IV. L’offensiva contro il lavoro e la democrazia
Oggi per responsabilità precisa di chi governa siamo di fronte a una pericolosa spaccatura del Paese, che rischia di farci compiere un clamoroso balzo all’indietro. Questa è la novità, una gran brutta novità rispetto al passato. In verità gli attacchi alla Costituzione sono cominciati assai presto, in concomitanza con l’inizio della guerra fredda, proprio con la rottura di quella unità che aveva consentito di approvare la Costituzione pressoché all’unanimità. Sono proseguiti poi in circostanze e con modalità diverse, sempre secondo un combinato disposto ricorrente: su un versante, l’offensiva contro i lavoratori e le loro conquiste; sull’altro, la restrizione della democrazia e della partecipazione popolare. Ma non era mai successo nella storia repubblicana che un capo di governo si mobilitasse in prima persona con tutti i mezzi per cambiare la Carta fondamentale, che appartiene a tutti gli italiani.
Tra la fine del 1949 l’inizio del 1950, all’epoca del centrismo, la celere di Scelba spara e lascia sul terreno sei braccianti a Melissa,
Montescaglioso, Torremaggiore. Altri sei morti a Modena, tra gli operai che manifestano contro la serrata delle Fonderie Riunite. Nel giro di due mesi quattro eccidi, dodici morti, centinaia di feriti e molti arresti. È un bilancio impressionante nel corso di un duro conflitto tra le classi, in cui il ministro degli Interni Scelba dichiara che la Costituzione è una trappola e il segretario della Cgil Di Vittorio si batte per l’applicazione di fondamentali diritti costituzionali, a cominciare dal diritto di sciopero. Qualche anno dopo, nel 1953, la Dc vara tra vibranti proteste la legge truffa, che assegnava il 65 per cento dei seggi a chi avesse superato la metà dei voti validi, una legge che poi fu abrogata perché il premio di maggioranza non scattò. Era uno zuccherino in confronto con i premi di maggioranza di oggi, ma anche una prima distorsione vistosa del proporzionale, il sistema elettorale su cui si regge la rappresentanza nell’impianto della Costituzione, che considera il Parlamento specchio del Paese da cui tutti i poteri derivano.
Montescaglioso, Torremaggiore. Altri sei morti a Modena, tra gli operai che manifestano contro la serrata delle Fonderie Riunite. Nel giro di due mesi quattro eccidi, dodici morti, centinaia di feriti e molti arresti. È un bilancio impressionante nel corso di un duro conflitto tra le classi, in cui il ministro degli Interni Scelba dichiara che la Costituzione è una trappola e il segretario della Cgil Di Vittorio si batte per l’applicazione di fondamentali diritti costituzionali, a cominciare dal diritto di sciopero. Qualche anno dopo, nel 1953, la Dc vara tra vibranti proteste la legge truffa, che assegnava il 65 per cento dei seggi a chi avesse superato la metà dei voti validi, una legge che poi fu abrogata perché il premio di maggioranza non scattò. Era uno zuccherino in confronto con i premi di maggioranza di oggi, ma anche una prima distorsione vistosa del proporzionale, il sistema elettorale su cui si regge la rappresentanza nell’impianto della Costituzione, che considera il Parlamento specchio del Paese da cui tutti i poteri derivano.Il problema del corretto comportamento dei corpi dello Stato secondo i principi costituzionali, in particolare delle forze di polizia nei conflitti del lavoro e nelle manifestazioni di piazza, è restato a lungo aperto e appare tuttora non risolto. Nel 1960 furono uccisi ancora sei operai delle Officine Meccaniche di Reggio Emilia, dopo che un gruppo di manifestanti si era radunato davanti al monumento dei caduti cantando canzoni di protesta. Era una manifestazione di sciopero indetta in seguito ai fatti di Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, dove la protesta popolare aveva impedito lo svolgimento del congresso del Msi, il partito fascista che sosteneva il governo di centro-destra diretto da Fernando Tambroni. Né possiamo dimenticare i fatti di Genova più recenti, quelli del 2001 in occasione delle manifestazioni contro il G8, in cui trovò la morte Carlo Giuliani.
Ma il combinato disposto che unisce l’offensiva contro il lavoro con la restrizione della democrazia non cessa neanche all’epoca del centro-sinistra. E anzi trova forse l’espressione più compiuta negli anni 80, quando la “grande riforma” di Craxi, chiaramente orientata al presidenzialismo, si combina con il taglio della scala mobile che lo stesso Craxi impone come presidente del Consiglio. Un passaggio di fase decisivo, in cui il Psi compie una scelta netta, salta il fosso e passa dalla parte del capitale. Il salario viene indicato come causa dell’inflazione, del dissesto dei conti pubblici, delle difficoltà dell’economia. In un Paese con più di due milioni di disoccupati, la finanza pubblica in dissesto e l’inflazione al 21 per cento, lo scontro sociale - annota Berlinguer - ha una nettezza e una asprezza che non si conoscevano da decenni.Dentro la più generale offensiva neoliberista condotta su scala globale da Reagan e Thatcher, «l’attacco della Confindustria alla scala mobile - precisa il segretario del Pci - è un aspetto di un’offensiva che tende a scaricare sulla classe operaia tutto il peso della crisi, non solo riducendo la sua quota di reddito ma colpendo il suo potere contrattuale, quindi sociale, e perciò, in definitiva, la possibilità di esercitare la sua funzione dirigente nazionale»[10]. La Repubblica del 22 marzo 1984 scrive: «S’intende aprire nel Paese uno scontro di dimensioni nuove e forse sconosciute» il cui fine è l’isolamento della Cgil, «la liquidazione e il ridimensionamento drastico del Pci».
Come sappiamo, i 60 e 70 sono stati gli anni dei grandi movimenti di lotta studenteschi ed operai, dell’espansione della democrazia e della partecipazione popolare, di importanti conquiste contrattuali, sociali e civili, come lo Statuto dei diritti dei lavoratori, la parità di trattamento tra donne e uomini sul lavoro, il Servizio sanitario nazionale, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia. Si stavano attuando parti fondamentali della Costituzione. Era un momento nel quale - osserva Berlinguer - «si profila la necessità e la possibilità di realizzare un grande passo avanti sulla via della trasformazione democratica e socialista del nostro Paese». «Una via di grandi e ampie lotte di classe e politiche e di una conseguente difesa e attuazione dei principi e del sistema politico delineato dalla Costituzione repubblicana»[11].