III - I nuovi diritti e una nuova società

In sintesi possiamo dire che il fondamento del lavoro su cui si erge l’intero impianto costituzionale diventa in tal modo la base materiale e culturale dell’uguaglianza e della libertà, e perciò anche il riferimento indispensabile per la finalizzazione della proprietà e per il governo del mercato: temi di prorompente attualità, per l’oggi e per il domani. Ma che per la loro giusta impostazione, e ancor più per la loro concreta attuazione, non possono prescindere dalle condizioni sociali e politiche indicate dalla Costituzione. E infatti le lavoratrici e i lavoratori conquistano non solo il diritto di sciopero e la libertà sindacale (artt. 39 e 40), ma anche la possibilità di lottare e di farsi classe dirigente «associandosi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» (art.49). Un progetto costituzionale che si spinge a introdurre elementi di socialismo, come è stato giustamente osservato[6], non può essere scisso dal protagonismo delle masse lavoratrici. Si tratta di un aspetto decisivo, peraltro tra i più contestati nel corso delle dure battaglie per l’applicazione dei principi costituzionali, che oggi si presenta come un problema drammaticamente aperto.
 
La presenza del Pci si è fatta molto sentire nel corso della elaborazione della Costituzione. Non solo perché Umberto Terracini era il presidente dell’Assemblea costituente. Ma soprattutto perché decisivo è stato l’apporto di Togliatti, protagonista assoluto nella stesura dell’intero impianto costituzionale, in particolare proprio del citato titolo III (artt. 35-47). La sua relazione presentata alla Prima sottocommissione della Costituente e da questa approvata - un documento che sarebbe utile rileggere e diffondere - è stata l’intelaiatura su cui si è costruita la parte a mio giudizio più innovativa della Costituzione, appunto quella relativa ai diritti sociali e ai rapporti di proprietà.
 
Togliatti tra l’altro affermava: «Vano sarà l’aver scritto nella nostra Carta il diritto di tutti i cittadini al lavoro, al riposo, e così via, se poi la vita economica continuerà ad essere retta secondo i principi del liberalismo, sulla base dei quali nessuno di questi diritti mai potrà essere garantito. Un inizio di garanzia si avrà invece quando nella Costituzione stessa venga indicato che la vita economica del Paese sarà regolata secondo principi nuovi, i quali tendano ad assicurare che l’interesse egoistico ed esclusivo dei gruppi privilegiati non possa prevalere sull’interesse della collettività»[7].
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Dai principi liberali, sostenuti allora da azionisti, repubblicani e liberali democratici, la Costituzione assume la conquista storica dei diritti civili ma respinge la vecchia ideologia proprietaria e mercatista comunque riverniciata, che ignora il peso insostenibile dei rapporti economici nella configurazione dei principi di uguaglianza e libertà. Tema cruciale, sul quale si è determinata nell’impianto costituzionale una convergenza significativa tra due correnti di pensiero, l’una che risale a Marx, cui allora facevano riferimento i comunisti e i socialisti, l’altra d’ispirazione cristiano-sociale, il cui principale esponente era nella Dc Giuseppe Dossetti. Un solidarismo d’origine diversa che però arriva «a risultati analoghi a quelli a cui arrivavamo noi» osserva Togliatti, citando proprio i temi dei diritti sociali, «della nuova concezione del mondo economico» «fondata sul principio della solidarietà e del prevalere delle forze del lavoro», «dei limiti del diritto di proprietà». E anche sul tema della dignità della persona vi è un altro punto di convergenza, aggiunge, giacché «socialismo e comunismo tendono a una piena valutazione della persona umana»[8].
 
Come ho avuto modo di osservare già in altre occasioni, si stabilisce così una relazione inedita, sconosciuta in altre esperienze del Novecento, ad Ovest come ad Est, e ricca di implicazioni tuttora attuali, tra solidarietà e personalismo, tra classe sociale e individuo, tra collettività e persona, e anche tra utilità sociale e impresa, che dà alla nostra Costituzione, sicuramente la vetta più alta toccata da noi italiani nel contrastato cammino verso la libertà e l’uguaglianza, il respiro di un’operazione strategica di lungo respiro su cui costruire il futuro. Un grandioso disegno innovativo, le cui potenzialità sono rimaste largamente inesplorate oltre che inapplicate. E che oggi si vorrebbero definitivamente azzerare con la controriforma sottoposta a referendum. Il contrario di un deteriore compromesso o, peggio ancora, di un inciucio, come sostiene con il suo linguaggio da trivio il capo del governo. «Si tratta, invece, - per usare ancora le parole di Togliatti - di qualcosa di molto più nobile ed elevato, della ricerca di quella unità che è necessaria per poter fare la Costituzione non dell’uno o dell’altro partito, non dell’una o dell’altra ideologia, ma la Costituzione di tutti i lavoratori italiani e, quindi, di tutta la Nazione»[9].