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Il Pci, la Costituzione, le riforme istituzionali - V - Berlinguer: efficienza democratica per attuare la Costituzione
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- Scritto da Paolo Ciofi
- Categoria: Ciofi, scritti e interventi
V - Berlinguer: efficienza democratica per attuare la Costituzione
Lo scontro era ravvicinato e stringente, e quando all’ordine del giorno emerge la questione del governo del Paese dopo le grandi avanzate del Pci nelle elezioni del 1975-76, viene messa in atto una controffensiva pesante in tutti campi: interno e internazionale; sociale, politico e culturale. Si lavora per sradicare il partito dalla sua base sociale; per colpire le organizzazioni operaie, sindacali e popolari e spezzarne l’unità; per svuotare e paralizzare le istituzioni democratiche; per seminare disordine e disorientamento negli apparati pubblici; per interrompere i processi di avvicinamento tra le forze democratiche, denuncia Berlinguer. Vengono alla luce tentativi golpisti e progetti di controriforma costituzionale, come quello della Loggia P2 di Licio Gelli.
Impressionante è la sequenza degli attentati e della violenze del terrorismo nero, dei sequestri di persona e degli omicidi delle Brigate rosse, delle azioni violente degli autonomi. La paura si diffonde, la partecipazione popolare si restringe, e il Pci è attaccato da più parti, mentre nella società montano il disagio e la protesta, soprattutto tra i giovani, maggiormente colpiti dalla crisi economica e finanziaria. L’8 maggio 1978 è la data spartiacque di questa fase, perché con l’assassinio di Aldo Moro si mette una pietra tombale su una possibile intesa tra le forze politiche che hanno fatto la Costituzione per attuare la Costituzione, e quindi per realizzare una «democrazia compiuta» superando la convenzione che escludeva il Pci dal governo. Si apre la fase confusa delle cosiddette riforme costituzionali, dove si fa strada il falso presupposto che le difficoltà di governare la società e gli sconvolgimenti indotti dalla tecnica e dalla scienza dipendano non dalla crisi della politica come fattore di cambiamento e dalla degenerazione dei partiti, ma da un eccesso di democrazia. La quale dunque va limitata e ridotta per fare spazio alla governabilità, vale a dire alla prevalenza del governo sul Parlamento, e del comando sulla partecipazione.

Nell’intervista a Romano Ledda su l’Unità del 27 maggio 1984 pochi giorni prima di morire, Berlinguer sostiene che si è aperta in Italia una questione democratica, per effetto di fattori oggettivi e soggettivi, che riteneva si dovessero con decisione contrastare. Su un versante, l’accresciuto potere del capitalismo finanziario globale, che spinge per uniformare al suo potere gli assetti istituzionali e politici. Sull’altro, il cosiddetto decisionismo craxiano, che tende ad alterare le regole della democrazia e gli stessi principi costituzionali, traducendo il problema, reale, dell’efficienza democratica nella pratica della riduzione dei poteri del Parlamento. In altre parole, siamo di fronte a un infittirsi di segni di tipo autoritario cui va contrapposta una adeguata risposta democratica.
Il problema dell’efficienza in una società sempre più complessa non si risolve con la sovrapposizione dell’autorità al consenso, precisa ancora Berlinguer. Né con gli annunci demagogici sulla velocità delle decisioni: «Per di più - osserva - questa tendenza si manifesta soltanto quando si tratta di colpire gli interessi dei lavoratori, mentre c’è il massimo di lentezza quando si tratta di colpire gli interessi dei gruppi privilegiati». «La democrazia, lungi dall’essere un ostacolo, è indispensabile alla soluzione dei problemi del Paese»[12]. Naturalmente Renzi, che ha tentato di reclutare Berlinguer alla sua causa, queste parole non le cita, forse neanche le conosce.
Ma poiché una democrazia che sia efficiente è un problema vero, il Pci presentò la più radicale proposta di riforma istituzionale di quel tempo: passaggio al monocameralismo, drastica riduzione del numero dei parlamentari eletti con il sistema proporzionale e delegificazione. Lasciando al Parlamento nazionale le grandi scelte strategiche e realizzando un reale decentramento delle decisioni verso le Regioni e le autonomie locali. Tutte proposte che però allora furono respinte. «Noto una singolare contraddizione tra questo rifiuto e tutto ciò che si va dicendo sulla necessità di decidere rapidamente», ebbe modo di commentare Enrico Berlinguer[13].
Il fatto è che per il Pci, a differenza delle forze di governo allora come oggi, le riforme istituzionali dovevano essere funzionali all’applicazione coerente e rigorosa dei principi e dei diritti costituzionali. Di tutti i diritti - sociali, civili e politici - che sono indivisibili. In base a questa impostazione, già nell’Assemblea costituente i comunisti erano favorevoli al monocameralismo per evitare che con due Camere si potesse indebolire il principio della sovranità popolare. Un punto che Togliatti chiarì intervenendo in Assemblea: «In linea di principio siamo contrari al principio bicamerale; abbiamo però detto sin dall’inizio che non avremmo fatto di questa nostra posizione motivo di conflitto (…): accettiamo quindi un bicameralismo; ma a condizione che, se vi saranno due Camere, esse siano entrambe emanazione della sovranità popolare e democraticamente espresse dal popolo»[14].