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II - La sovranità nel popolo, il fondamento nel lavoro
«Nessuna politica - aveva affermato Togliatti nel discorso di Napoli già citato - può essere realizzata senza un partito, il quale sia capace di portarla tra le masse, nelle officine, nelle strade, nelle piazze, nelle case, nel popolo e di guidare tutto il popolo a realizzarla. Il nostro partito deve acquistare questa capacità»[5]. Democrazia progressiva e partito nuovo di massa sono dunque i due fattori costitutivi della strategia togliattiana, che la rendono credibile e operativa. E la cui ispirazione di fondo è entrata a far parte della Costituzione come progetto di cambiamento.
Questa nostra Costituzione, che oggi chi governa vorrebbe nella sostanza rottamare, ha un’architettura sobria ed equilibrata nelle sue parti
come un edificio rinascimentale. E già nel primo articolo contiene il fondamento del nostro rinascimento. Siamo una Repubblica democratica che fa risiedere la sovranità nel popolo, da cui discende il carattere rappresentativo di tutto l’ordinamento. Ma non basta: siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Un’ innovazione rivoluzionaria, che va ben oltre le colonne d’Ercole dello Stato liberale. Innanzitutto perché sancisce l’insufficienza del sacro principio dell’uguaglianza davanti la legge, pur necessario e ribadito nella prima parte dell’articolo tre. E poi perché getta le basi per i diritti sociali, i nuovi diritti della persona.
come un edificio rinascimentale. E già nel primo articolo contiene il fondamento del nostro rinascimento. Siamo una Repubblica democratica che fa risiedere la sovranità nel popolo, da cui discende il carattere rappresentativo di tutto l’ordinamento. Ma non basta: siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Un’ innovazione rivoluzionaria, che va ben oltre le colonne d’Ercole dello Stato liberale. Innanzitutto perché sancisce l’insufficienza del sacro principio dell’uguaglianza davanti la legge, pur necessario e ribadito nella prima parte dell’articolo tre. E poi perché getta le basi per i diritti sociali, i nuovi diritti della persona.Non più graziose concessioni dei sovrani e dei padroni del vapore. Ma neanche bonus e voucher a chi oggi per vivere deve mettere sul mercato le proprie capacità, vendere la propria forza-lavoro. La Costituzione stabilisce il contrario: il lavoro da merce, più o meno di scarto, diventa diritto per assicurare a tutti e a tutte una vita dignitosa, degna di essere vissuta. Il lavoro quindi come diritto inalienabile, senza il quale non ha senso parlare di libertà e di uguaglianza tra gli esseri umani. La questione di principio è posta senza possibilità di equivoci nella seconda parte dell’articolo tre. Dove si afferma - ricordiamolo - che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». E dove dunque è chiaro che non basta distribuire più equamente il reddito prodotto dalla collettività, ma occorre intervenire nel cuore del rapporto sociale, ossia nel rapporto di proprietà, se si vogliono garantire libertà e uguaglianza e il pieno sviluppo della persona umana, facendo assumere ai lavoratori e alle lavoratrici il ruolo di nuova classe dirigente.
Una visione straordinariamente moderna della libertà e dell’uguaglianza, che dal fondamento del lavoro fa emergere nel titolo III della Carta la fitta trama dei diritti sociali. Parliamo – in sintesi – della tutela del lavoro in tutte le sue forme e applicazioni; della parità di retribuzione per uomini e donne a parità di lavoro; di una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro comunque sufficiente ad assicurare una esistenza libera e dignitosa; del diritto al riposo e alla salute, all’istruzione, alla pensione e all’assistenza sociale. Nonché - nell’articolo nove - dello sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica, e della tutela del paesaggio e del patrimonio artistico e culturale della nazione.
Ma i costituenti non si sono limitati a indicare principi e diritti che uniscano nel patto costituzionale gli italiani. Hanno prescritto anche i doveri, e le condizioni economiche e politiche, perché il patto si possa inverare nella vita delle persone e negli svolgimenti della vita sociale, alimentati da contraddizioni e conflitti. Ecco allora che per dare attuazione alla fitta trama dei diritti non basta che tutti concorrano «alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva» (articolo 53), seppure questa sia una condizione imprescindibile. È indispensabile che l’iniziativa economica privata non si svolga in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza alla libertà, alla dignità umana (art.41). E che alla proprietà privata sia posto un limite che ne assicuri la funzione sociale e l’accessibilità a tutti (art. 42).
Inoltre, «ai fini di utilità generale», si indica la possibilità di «riservare originariamente o trasferire» allo Stato, a enti pubblici o - e questo mi pare un aspetto di grande rilievo - «a comunità di lavoratori o di utenti» imprese che si riferiscano a servizi pubblici, a fonti di energia o a situazioni di monopolio (art.43). È un indirizzo che sancisce il pluralismo nelle forme di proprietà, contrapposto al totalitarismo della proprietà capitalistica privata oggi dilagante, e che trova conferma nei successivi articoli 44 (sui limiti della proprietà terriera e il razionale sfruttamento del suolo), 45 (sulla funzione sociale della cooperazione), 46 (sulla collaborazione dei lavoratori nella gestione delle aziende), 47 (sulla tutela del risparmio e il controllo del credito).