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VI - Banche e finanza contro la Carta degli italiani
Berlinguer sa bene che non si può dare attuazione ai principi e ai diritti costituzionali, e quindi rimuovere la questione democratica, se non si rinnovano radicalmente i partiti, secondo la funzione che la Costituzione a loro attribuisce. Bisogna essere chiari fino in fondo: la crisi di cui soffre l’Italia non dipende dai lacci della Costituzione, che peraltro è rimasta in larga misura inattuata, ma dalla politica fallimentare delle classi dirigenti, di cui una delle manifestazioni più vistose è la trasformazione della politica in funzione tecnica del capitale e la degenerazione dei partiti. Questi, come denunciava Berlinguer nella famosa intervista a Scalfari il 28 luglio 1981, sono diventati «macchine di potere e di clientela», «federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sottoboss», «senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti», e «hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni». E qui risiede la ragione di fondo per cui, secondo il suo giudizio, «la questione morale è il centro del problema italiano»[15].
Una questione cruciale, sulla quale il segretario del Pci, sorretto dalla convinzione che «la democrazia è un valore universale del socialismo»,
vale a dire di una civiltà più avanzata in cui l’economia sia posta al servizio del benessere materiale e immateriale di tutti gli esseri umani, aveva aperto un confronto a tutto campo nel suo stesso partito. Tema: una rivoluzione copernicana della politica perché i contenuti prevalgano sugli schieramenti; e l’apertura di una «terza fase» del movimento operaio in Europa dopo l’esaurimento della fase sovietica e di quella socialdemocratica.
vale a dire di una civiltà più avanzata in cui l’economia sia posta al servizio del benessere materiale e immateriale di tutti gli esseri umani, aveva aperto un confronto a tutto campo nel suo stesso partito. Tema: una rivoluzione copernicana della politica perché i contenuti prevalgano sugli schieramenti; e l’apertura di una «terza fase» del movimento operaio in Europa dopo l’esaurimento della fase sovietica e di quella socialdemocratica. Non dimentichiamo che in collaborazione con Altiero Spinelli, eletto al Parlamento europeo nelle liste del Pci e poi vicepresidente del gruppo comunista e apparentati, Berlinguer delinea un progetto per far avanzare «la funzione di pace, di cooperazione e di progresso di un’Europa nuova, nella quale il socialismo - un socialismo nella libertà - si affermi - sono parole di Berlinguer - come la via maestra per arrestare il declino di questa parte del nostro continente (…) e per rinnovare profondamente le strutture, i modi di vita, le classi dirigenti»[16]. Insomma, il segretario del Pci riprende il filo rosso di un percorso che inizia con Gramsci e dalla conquista della Costituzione italiana si dipana fino al grande tema di un nuovo socialismo e della rivoluzione nell’Occidente avanzato, oggi scosso da una crisi strutturale e di fondo.
La sua opera è rimasta incompiuta per la morte improvvisa che tragicamente lo ha colpito. E dunque non possiamo sapere quale sarebbe stato l’esito della difficile lotta politica e ideale che con coraggio aveva intrapreso. Viviamo in un’altra epoca storica, eppure queste sue parole sembrano scolpite nella dura realtà del nostro tempo: «Dal generale panorama della nostra epoca emerge (…) la necessità di portare avanti la lotta per il socialismo su scala mondiale e nei singoli Paesi. Ma emerge anche la necessità di un grande rinnovamento del socialismo. (…). Rinnovamento all’Est e all’Ovest; al Nord e al Sud. Generale è l’esigenza di approfondire la comprensione dei tempi attuali e di ridare vita a quella creatività che è la linfa di ogni teoria e prassi rivoluzionaria»[17].
Ma la svolta della Bolognina, invece del rinnovamento del socialismo, ha prodotto la subalternità al capitalismo. E oggi ne paghiamo tutti le spese al punto tale che Renzi, per i suoi comportamenti concreti e per la controriforma costituzionale che propone, sembra il commissario politico del potere bancario e finanziario, come direbbe José Saramago. Un punto d’approdo che viene da lontano, e che non ha mai contrastato in modo netto l’impostazione di Berlusconi, il quale puntava a cambiare la prima parte della Costituzione, in particolare «gli articoli 41 e seguenti» perché secondo lui non tutelano l’impresa[18]. E un’evoluzione che anzi, in conseguenza della nascita del Pd partorito con una forte inseminazione del pensiero liberista, trova con la cultura berlusconiana non trascurabili assonanze.
Il quotidiano della Confindustria, commentando il discorso di Veltroni pronunciato al Lingotto il 27 giugno 2007 non sta nella pelle: il dato più significativo è stato la rivalutazione della ricchezza, con cui si completa la svolta borghese. «Un’operazione di metabolismo politico di ingredienti che finora erano stati parte del sogno berlusconiano»[19]. Anche il Corriere della sera applaude e chiarisce che «lungo la linea della discontinuità» Veltroni «ha spiegato al suo popolo come le grandi narrazioni dei padri costituenti (…) abbiano esaurito la propria funzione storica»[20]. Quindi, in conclusione, un’alternanza tutta interna al capitale, tra quelli che lo stesso Veltroni aveva definito in altre circostanze un capitalismo agonistico e un capitalismo solidale. Con tanti ossequi alla Repubblica fondata sul lavoro.
Lo scrive in modo che non ammette equivoci Goffredo Bettini, allora stretto collaboratore di Veltroni: occorre «una vera e propria rifondazione democratica» perché la Repubblica è stata costruita principalmente da due partiti che rispondevano a «poteri esterni»: «la Chiesa per la Dc, il mondo comunista per il Pci. Questo ha ritardato una vera rivoluzione liberale». E siccome «non abbiamo ancora preso bene nelle mani il bandolo per ribaltare questa situazione», è necessario il Pd[21].