Marx, le nuove vie della rivoluzione
Come reagire? Secondo Berlinguer bisogna lottare senza abbassare la guardia «per salvaguardare le conquiste fin qui realizzate». Ma non arroccandosi nelle vecchie trincee del passato e senza ripiegamenti settari. Bensì guardando avanti, identificando le contraddizioni nuove nella società e le possibili forze motrici della trasformazione. Prioritaria diventa quindi l’esigenza di misurarsi con i cambiamenti del lavoro e di allargare il fronte, oltre la classe operaia e il movimento operaio tradizionalmente intesi.

Sotto questo profilo emerge un aspetto di rilevanza decisiva, nella ricerca di Berlinguer degli ultimi anni, che però è stato messo da parte. Nell’intervista all’Unità del 18 dicembre 1983, che abbiamo ripubblicato nell’antologia dei suoi scritti e interventi, interrogato sul significato e sugli effetti della «rivoluzione elettronica», risponde che questa, rivoluzionando il modo di lavorare e di vivere, pone problemi del tutto inediti per chi lotta per trasformare la società: sia sul versante sociale e culturale, sia su quello politico, dove l’uso dell’elettronica apre nuovi spazi di partecipazione democratica, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario. Tutto dipende da chi e come i processi di innovazione tecnologica sono orientati.

Se è vero che tendenzialmente si riduce il peso specifico della classe operaia tradizionale (le tute blu), sarebbe però un grave errore - precisa - trarne la conclusione che la classe operaia è morta e con essa «la spinta principale alla trasformazione», come avrà modo di asserire De Giovanni. Non sarà così se si sapranno coinvolgere e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista anche «altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati».

In ogni caso, tutto ciò secondo Berlinguer non costituisce - cito - «una confutazione del marxismo e di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica». Anzi, aggiungo io, è stato pienamente confermato, giacché all’enorme socializzazione dei beni materiali e immateriali non ha affatto corrisposto la socializzazione dei mezzi con cui questi si producono. Al contrario, la loro proprietà si è massimamente concentrata. Di conseguenza, il conflitto capitale-lavoro non è stato abolito dalla rivoluzione elettronica. Sono invece profondamente cambiante le forme e le modalità con cui si manifesta.

In conclusione, la ricerca che Berlinguer ci propone perché i lavoratori possano passare alla controffensiva, riunificando le varie espressioni del lavoro, muove in due direzioni. Da una parte verso le masse crescenti degli esclusi dal lavoro, a cominciare dalle donne, e di tutti coloro che il meccanismo di sfruttamento capitalistico, giunto all’apice del suo dominio, pone ai margini della società in posizione di perenne subalternità, precarietà, incertezza. Dall’altra, in direzione delle nuove figure del lavoro intellettuale e di ricerca (i camici bianchi) che la rivoluzione scientifica e digitale porta alla ribalta in quanto sfruttate «dalla appropriazione privata del profitto». Si tratta di indicazioni straordinariamente attuali, ancora valide per l’oggi.

«Dal generale panorama dell’epoca nostra – afferma al XVI congresso del Pci nel 1983, l’ultimo al quale ha partecipato – emerge la necessità di portare avanti la lotta per il socialismo su scala mondiale e nei diversi Paesi. Ma emerge anche la necessità di un grande rinnovamento del socialismo. È questo il problema che ci appassiona e che il Pci ha posto al centro del suo impegno teorico e pratico. Rinnovamento all’Est e all’Ovest; al Nord e al Sud. Generale è l’esigenza di approfondire la comprensione dei tempi attuali e di ridare vita a quella creatività che è la linfa di ogni teoria e prassi rivoluzionaria».

Sono parole forti di denuncia e, insieme, l’indicazione di un programma d’azione, che con la tempra del combattente aveva cominciato ad attuare nel suo stesso partito contro posizioni di cedimento e di subalternità, ma che la morte inaspettata gli ha impedito di portare a compimento. Non possiamo sapere quale sarebbe stato l’esito della battaglia politica che aveva intrapreso. Ciò che con certezza sappiamo è che ci ha lasciato un patrimonio di idee ricco e in parte ancora inesplorato, da cui attingere per affrontare i conflitti nel mondo di oggi e orientare le lotte del nostro tempo verso mete più avanzate di civiltà.

Con questa intenzione Berlinguer mette in valore la portata rivoluzionaria della differenza femminile, ben oltre la rivendicazione della parità dei diritti e dell’emancipazione; approfondisce la nuova dimensione della questione ambientale e di quella sociale, entrambe alimentate da un unico meccanismo di sfruttamento; si confronta con altre ispirazioni culturali volte al cambiamento, come quelle di matrice cristiana; pone con forza e con l’esempio personale il tema ineludibile del rinnovamento della politica, che deve reinsediarsi nella società compiendo una rivoluzione copernicana: prima i contenuti e poi gli schieramenti.

Il comunismo di Berlinguer assume il significato concreto della trasformabilità della società in cui viviamo secondo i principi di uguaglianza e libertà, di solidarietà e democrazia, inscritti nella Costituzione nata dalla lotta di liberazione contro il nazi-fascismo. Una visione che si sostanzia in un percorso credibile e praticabile, comprensibile a grandi masse perché corrisponde alle loro esigenze, e che in lui diventa stile di vita e azione pratica, iniziativa e lotta quotidiana.

Se costruire una civiltà più elevata, ossia un nuovo socialismo, vuol dire lottare, come egli afferma, per il «superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni» assicurando «la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento tra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura», allora di Berlinguer non possiamo fare a meno. E da Berlinguer dobbiamo riprendere il cammino.


Paolo Ciofi

23 novembre 2015