L'Europa e la centralità del lavoro

Un’impostazione di così ampia portata strategica ha nella dimensione europea il suo naturale campo d’iniziativa e di sperimentazione. L’Europa, un’Europa «né antisovietica né antiamericana», nella visione del segretario del Pci può giocare un ruolo da protagonista per far avanzare un processo di distensione e di pace stabile tra i blocchi contrapposti. Isolando le forze dell’imperialismo bellicista e delle politiche di potenza, smantellando le basi militari, procedendo sulla via di un disarmo bilanciato. Fino al superamento della Nato, del Patto atlantico e del Patto di Varsavia. Un’Europa porta aperta sul Mediterraneo, e perciò cerniera con i Paesi del terzo mondo e con i movimenti di liberazione nazionale. Si tratta di una visione di grande dinamicità e apertura verso un nuovo internazionalismo, che inizialmente si incontrò e interagì con le posizioni più avanzate della socialdemocrazia espresse da Olof Palme e Willy Brandt. E che in seguito portò alla elaborazione della Carta della pace e dello sviluppo, incentrata sul rapporto tra Nord e Sud del mondo.

L’impegno di Berlinguer per costruire una piattaforma innovativa fu notevole nel Parlamento europeo eletto per la prima volta a suffragio universale nel 1979, dove operò a stretto contatto con Altiero Spinelli, vice presidente del gruppo comunista e apparentati. Nel discorso di apertura dei lavori parlamentari Berlinguer sottolinea la necessità di «sostanziali convergenze» nell’azione rivolta a far avanzare nel mondo «la funzione di pace, di cooperazione e di progresso di un’Europa nuova, nella quale il socialismo - un socialismo nella libertà – si affermi come via maestra per arrestare il declino di questa parte del nostro continente […] e per rinnovarne profondamente le strutture, i modi di vita, le classi dirigenti»

«Al movimento operaio dell’Europa occidentale – aveva affermato nella relazione al XV congresso del partito – spetta il compito storico […] di farsi forza propulsiva e dirigente della costruzione di un’Europa comunitaria democratica, progressista e pacifica, che muove in direzione del socialismo». E pochi giorni prima di morire, a chi raccomandava di tornare indietro verso l’Europa delle patrie, risponde così: «Non è pensabile che la via d’uscita dalla crisi della Comunità possa consistere nel ripiegamento di ogni singolo Stato nelle sua peculiare identità. Una frammentazione dell’Europa in Stati nazionali costituisce, contrariamente a quanto avvenne nel secolo passato, un freno allo sviluppo, alla crescita della civiltà in Europa e […] su tutto il pianeta. L’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica Europa possibile».

Parole che fanno riflettere sulla condizione europea di oggi, e sulla inconcludenza delle sinistre, che si dividono sul dilemma euro no euro sì invece di lavorare a un nuovo internazionalismo, costruendo una piattaforma in cui si ritrovino, si uniscano e lottino insieme le lavoratrici e i lavoratori del continente, tutti coloro che verso il continente fuggono in cerca di migliori condizioni di vita. Oggi divisi, frantumanti e in lotta tra loro.

Agli inizi degli anni 80 Berlinguer vede con grande chiarezza la portata dell’attacco alle conquiste del movimento operaio e democratico in Italia, che sta dentro la più generale offensiva neoliberista guidata nel mondo da Reagan e da Thatcher. In un Paese con più di due milioni di disoccupati, la finanza pubblica in dissesto e l’inflazione al 21 per cento, lo scontro sociale e politico assume un’asprezza e un’intensità che non si conoscevano da tempo.

Al centro c’è la questione della scala mobile. «L’attacco della Confindustria alla scala mobile - dichiara il segretario del Pci – è un aspetto di un’offensiva che tende a scaricare sulla classe operaia tutto il peso della crisi, non solo riducendo la sua quota di reddito ma colpendo il suo potere contrattuale, quindi il suo peso sociale, e perciò, in definitiva, la possibilità di esercitare la sua funzione politica dirigente nazionale. Ecco perché […] la posta dello scontro è altissima: perché è anche politica».

Nei meravigliosi anni 80 (la definizione è di Agnelli) l’obiettivo è sfrenare gli spiriti animali del capitale, e quindi bloccare i salari per aumentare profitti e rendite. Il salario viene indicato come causa dell’inflazione, del dissesto dei conti pubblici, delle difficoltà dell’economia. E i lavoratori vengono crocifissi su questa responsabilità. Il movimento operaio, le persone che vivono del loro lavoro devono essere ricondotti a ragione, piegati e sottomessi al comando del capitale, nell’impresa e nella società. Sul piano politico, scrive l’editorialista di Repubblica Fausto De Luca, «s’intende aprire nel Paese uno scontro di dimensioni nuove e forse sconosciute», il cui obiettivo è l’isolamento della Cgil e dei comunisti, «la liquidazione e il ridimensionamento drastico del Pci».

Dunque, l’attacco alla scala mobile, portato a termine dal governo Craxi con il decreto di San Valentino, ha un significato strategico preciso. Segna un passaggio di fase, cioè un’inversione di rotta nel movimento ascendente delle classi lavoratrici in Italia. Non solo: un partito e un governo diretti da un socialista attaccano frontalmente una conquista fondamentale dei lavoratori. La vicenda è nota e si conclude con il referendum dopo la morte di Berlinguer. Non ci ritorno, anche perché ne ha ampiamente parlato Dino Greco nel precedente incontro.

Va però messo in evidenza un dato, di cui spesso si tace: con il taglio della scala mobile, una parte del movimento operaio che si richiama al socialismo abbandona il proprio campo e si schiera sul fronte opposto, quello del capitale. È una rottura di portata storica, che avrà effetti di lungo periodo. Questa è la scelta compiuta da Craxi e seguita da diversi sindacalisti nella Cgil, oltre che da Carniti e Benvenuto. In altri termini, una scelta “riformista” subalterna al capitale nella Repubblica democratica fondata sul lavoro.