La svolta e la terza via

Viene al pettine, al di là degli aspetti quantitativi, il nodo della qualità dello sviluppo, del perché e per chi produrre. E perciò dell’uso delle risorse, umane e materiali. Ciò vuol dire che non basta redistribuire la ricchezza prodotta secondo gli indirizzi keynesiani, ma occorre intervenire nel processo di accumulazione e di produzione della ricchezza. E poiché «la piramide di tutto il complesso della divisione, dell’oppressione e dello sfruttamento – tra classi e interi Paesi – ha per base i rapporti proprietari e di produzione capitalistici», è necessario - chiarisce il segretario del Pci - «un intervento innovatore nell’assetto proprietario», tale da spingere la struttura economica verso il soddisfacimento dei grandi bisogni della collettività. In definitiva, «una soluzione socialista». Più precisamente, «un nuovo socialismo».

È possibile che Berlinguer, nell’impegno totale rivolto alla ricerca di un inesplorato percorso rivoluzionario in Occidente abbia sottovalutato la portata modernizzatrice della globalizzazione tecnologica e finanziaria del capitale. Ma c’è da dire, a onor del vero, che nel gruppo dirigente del Pci prevaleva una lettura tradizionale del capitalismo italiano e delle sue arretratezze, poco adatta a metterne in luce i fattori di dinamismo e di modernizzazione, se non in termini di adattamento ai punti alti dello sviluppo del capitale. Resta il fatto che il Progetto di trasformazione della società proposto da Berlinguer nel discorso sull’austerità non è mai venuto alla luce ed è stato poi declassato al livello di un mediocre documento di politica economica.

Chiusa l’esperienza negativa della solidarietà nazionale, l’impegno di Berlinguer si svolge principalmente in due direzioni. Da una parte, il rinnovamento della politica e il recupero delle radici sociali del partito; dall’altra, l’elaborazione delle grandi questioni emergenti: la rivoluzione delle donne e anche la rivoluzione tecnologica e scientifica (in seguito completamente oscurata), la questione ambientale. Sono i temi fondamentali che caratterizzano la «svolta», nel passaggio - sul piano politico - dalla solidarietà nazionale all’alternativa democratica. E che ruotano tutti su un’idea-forza, la trasformabilità del sistema, la possibilità di trasformare la società in una civiltà più avanzata. È questa, in definitiva, la discriminate politica e culturale sulla quale matura il contrasto con Craxi, che a una prospettiva di trasformazione oppone la governabilità del sistema e ripristina a questo scopo un rapporto privilegiato con la Dc.

Berlinguer è coerente e compie due atti significativi altamente simbolici, che rendono espliciti il senso e la portata della svolta. Va ai cancelli della Fiat durante la «vertenza dei 35 giorni» contro licenziamenti e cassa integrazione per dire agli operai che i comunisti stanno dalla loro parte e li sostengono nelle loro scelte; visita l’Irpinia distrutta del terremoto del 1980 e di fronte alla sconcertante prova di inefficienza e clientelismo della Dc chiede un governo imperniato sul Pci, il principale partito di opposizione, per fare fronte ai gravi problemi del Mezzogiorno e del Paese. In questa fase il segretario del Pci sottolinea ripetutamente le «diversità» del suo partito, che riassume così: non occupare lo Stato, combattere i privilegi ovunque annidati, lottare per il superamento del «meccanismo capitalistico».

Fece grande scalpore l’intervista concessa a Scalfari sulla «questione morale», nella quale, denunciando il degrado della politica, tra l’altro affermava che «i partiti sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono talvolta interessi loschi, senza perseguire il bene comune. […] Se si continua in questo modo, la democrazia in Italia - concludeva - rischia di restringersi e di soffocare in una palude». Fu Giorgio Napolitano, con un articolo sull’ Unità del 21 agosto 1981 in occasione dell’anniversario della morte di Togliatti, a pronunciare un vero e proprio atto d’accusa contro il segretario del partito, al quale imputava di non fare politica, essendosi rinchiuso «in un’orgogliosa diversità». Fu quello un segnale esplicito di un’opposizione interna che andava maturando nella visione di un migliorismo riformista, che di fatto considera invalicabili i confini dello sfruttamento del capitale. Ma non si trattò di un’orgogliosa impennata moralistica volta a dimostrare una presunta superiorità antropologica dei comunisti. Bensì di una circostanziata denuncia dei fatti, cioè della degenerazione in aggregazioni di potere dei partiti di governo. Dunque, di una questione politica di prima grandezza che richiedeva un rinnovamento radicale e lo smantellamento del sistema di potere imperniato sulla Dc.

Non solo in Italia, anche nel quadro internazionale ed europeo in quegli anni la tendenza volge al peggioramento. Cresce la conflittualità nel mondo diviso in blocchi. Dopo l’occupazione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche e dopo i fatti di Polonia, il 15 dicembre 1981 Berlinguer dichiara che è venuta esaurendosi «la spinta propulsiva di rinnovamento» delle società dell’Est scaturite dalla rivoluzione socialista del 1917. Più precisamente, che «è superata tutta una fase del movimento per il socialismo scaturita dalla Rivoluzione d’Ottobre». Per cui, senza cancellare il valore della rottura storica della Rivoluzione d’Ottobre, si tratta ora di aprire un’altra fase del movimento per il socialismo «e di aprirla, prima di tutto, nell’occidente capitalistico».

Ma la presa di distanza irreversibile dal modello del «socialismo realizzato» non comporta l’approdo al modello socialdemocratico o l’identificazione con la socialdemocrazia. Chiarisce Berlinguer: «Noi consideriamo l’esperienza storica del movimento socialista, nel suo complesso, nelle sue due fasi fondamentali: quella socialdemocratica e quella dei Paesi dove il socialismo è stato avviato sotto la direzione dei partiti comunisti nell’Est europeo». Ormai «entrambe vanno superate criticamente con nuove formule, con nuove soluzioni, con quella, cioè, che noi chiamiamo la terza via, la terza via appunto rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e rispetto ai modelli dell’Est europeo». È un passaggio strategico fondamentale, di cui va apprezzata la grande lungimiranza, il valore non solo storico ma attuale, di fronte al crollo dell’Urss e alla degenerazione della socialdemocrazia in braccio armato del capitale.

L’affermazione secondo cui «il comunismo è e rimarrà uguale dappertutto è una delle più grandi castronerie che siano state dette», afferma Berlinguer. Ma d’altra parte – aggiunge – nessuno degli esperimenti socialdemocratici «ha portato a un effettivo superamento del capitalismo»: «tanto è vero che anche in alcuni Paesi dove i partiti socialdemocratici sono al potere da decenni vi sono tutti i segni tipici della crisi di fondo delle società neocapitalistiche». Illudendosi di essere realistica e concreta, la politica socialdemocratica si è risolta nell’adeguamento alla realtà così com’è, rinunciando «al cambiamento dell’assetto dato». Noi invece – precisa – seguendo «due antiche e sempre valide espressioni di Marx», «non rinunciamo a costruire “una società di liberi e uguali”», e a «guidare la lotta degli uomini e delle donne per la “produzione delle condizioni della loro vita”».