Compromesso storico ed eurocomunismo

Emerge in questi anni, secondo Berlinguer, una «crisi di tipo nuovo», che investe non solo la base produttiva, ma anche gli stili di vita, gli istituti e i contenuti della democrazia, le relazioni internazionali. In una parola, l’intera condizione umana. Quindi una crisi non ciclica ma strutturale, che abbraccia il mondo capitalistico, di cui una caratteristica saliente è l’emergere dei nuovi Paesi in via di sviluppo, produttori di materie prime. Il contrasto di classe non si attenua, mentre masse sempre più ampie di donne, di giovani, di anziani, di ceti intermedi e di produttori autonomi vengono coinvolti nella crisi. Ma, contrariamente a quanto alcuni critici gli attribuiscono, Berlinguer non coltiva alcuna illusione crollista. Anzi, gli è ben chiaro che il capitalismo non è alla vigilia del crollo o senza via d’uscita. E sa bene che per il suo superamento serve l’azione consapevole di donne e uomini politicamente organizzati, che siano in grado di introdurre - come egli dice - elementi di socialismo «nell’assetto e nel funzionamento generale della società».

Anche la proposta del «compromesso storico» avanzata dal segretario del Pci nel 1973 dopo il golpe di Pinochet, come sappiamo variamente interpretata e discussa, sta dentro questa strategia di avanzata verso il socialismo. Non è altra cosa. E tanto meno un inciucio senza principi per la spartizione del potere. Nelle Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile Berlinguer chiarisce che la lotta per trasformare la società comporta una valutazione esatta dei rapporti di forza internazionali e interni. E sottolinea che solo cementando l’unità delle masse popolari e delle forze politiche democratiche si possono respingere le ingerenze imperialistiche isolando le tendenze reazionarie e golpiste. In Italia c’è bisogno del sostegno della «grande maggioranza della popolazione», e dunque di un sistema di intese sociali e politiche che coinvolga i grandi partiti di massa, Pci, Psi, la stessa DC, che hanno abbattuto il fascismo e dato vita alla Costituzione.

È questa la proposta del «compromesso storico», che intende coinvolgere anche la Dc a condizione che prevalgano in essa le componenti democratiche. E quegli orientamenti «che, con realismo storico e politico, riconoscono la necessità e la maturità di un dialogo costruttivo e di un’intesa tra tutte le forze popolari, senza che ciò significhi confusione o rinuncia alle distinzioni e alle diversità ideali e politiche che contraddistinguono ciascuna di tali forze». Dunque, il recupero del patto costituzionale, che non prevede la conventio ad exludendum dei comunisti, ma comporta nella formazione dei governi la pari dignità dei partiti che a quel patto hanno dato vita. Non la partecipazione obbligata di tutti nello stesso governo, ma la democrazia dell’alternanza, una democrazia compiuta.

In quegli anni, tra i partiti comunisti per iniziativa del Pci e del suo segretario e anche in alcune socialdemocrazie, soprattutto quelle tedesca e svedese, si discutono tematiche cruciali che attengono alle caratteristiche e alla natura del socialismo come sistema sociale e di relazioni internazionali. Questioni complesse e controverse, sulle quali Berlinguer si mostrò sempre molto attento e determinato, e che con l’“eurocomunismo” raggiungono un punto molto alto di elaborazione e di diffusione nell’opinione pubblica. Come egli stesso osserva, «questo termine non è […] di nostro conio, ma il fatto che circoli così ampiamente sta a significare quanto profonda ed estesa sia l’aspirazione a che nei Paesi dell’Europa occidentale si affermino e avanzino soluzioni di tipo nuovo nelle trasformazione della società in senso socialista».

Si è trattato di un orientamento che ha coinvolto principalmente il partito comunista spagnolo e quello francese nella «convinzione - dichiara il segretario del Pci - che la lotta per il socialismo e la sua costruzione debbono realizzarsi nella espansione piena della democrazia e di tutte le libertà», con un’economia governata e programmata dal potere pubblico e in cui convivano diverse forme di proprietà e di conduzione dell’impresa. Questa, in sintesi, è stata la scelta dell’eurocomunismo: «il modo più efficace - secondo Berlinguer – di lottare per affermare costruttivamente la funzione dirigente e democratica della classe operaia e dei suoi alleati». E per sviluppare l’iniziativa in diverse direzioni: nel mondo, per far avanzare la distensione, la cooperazione e la pace; in Europa, per cercare le più ampie convergenze con altre forze di sinistra, democratiche e progressiste; nella Comunità europea, perché il progetto d’integrazione corrisponda agli interessi delle classi lavoratrici, non il contrario come poi è avvenuto.

Una stagione intensa e tuttavia breve, quella dell’eurocomunismo, che come ipotesi politica si esaurì per le titubanze e i ripiegamenti soprattutto del Pcf. Ma che rafforzò in Berlinguer il convincimento che la democrazia, intesa come sovranità e partecipazione di popolo di cui la nostra Costituzione rappresenta forse l’espressione più alta, non è solo la via del socialismo, bensì un suo imprescindibile fattore costitutivo. A Mosca, nel 1977, afferma che «la democrazia è un valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista». Dove è evidente il passo avanti rispetto all’impostazione originaria di Togliatti, che teorizzava la peculiarità di diverse vie al socialismo, e quindi la particolarità della via italiana.