Abbiamo voluto titolare così l’ultima relazione che conclude il ciclo dedicato alla storia del Pci, «un partito per cambiare l’Italia», perché queste espressioni sono fortemente significative delle motivazioni ideali e delle pratiche politiche che hanno ispirato Enrico Berlinguer durante la sua vita, dalla giovinezza fino alla morte tragica e inaspettata a Padova l’11 giugno del 1984. Esse infatti indicano, seppure da diverse angolazioni, la necessità e la volontà di superare le contraddizioni e le tendenze distruttive del capitalismo verso un nuovo ordinamento, economico e sociale, civile e politico.
In verità De Giovanni è anche disposto a considerare con benevolenza quelli che considera gli errori del segretario del Pci, come, bontà sua, l’aver sollevato la questione morale. Ma non lo assolve dal peccato originale di essere stato comunista. Non un comunista russo o un comunista cinese, bensì un comunista italiano che ha avuto il grande merito di porre in Italia e nel cuore dell’Europa, e non in termini propagandistici o di pura ricerca intellettuale bensì in termini di lotta politica di massa, il tema cruciale della costruzione di una civiltà più avanzata. Oltre le colonne d’Ercole dell’ordinamento del capitale, limite estremo che non si può oltrepassare secondo la dogmatica del pensiero dominante, cui De Giovanni poco saggiamente s’inchina.
Insomma, la vera, irrimediabile colpa che si imputa a Berlinguer è di non essere stato né un liberaldemocratico né un socialdemocratico riformista. Ma di essere stato un comunista: un comunista convinto, sempre dalla parte degli sfruttati. Un comunista democratico, rivoluzionario e innovatore. Democratico, perché intendeva aprire la strada al socialismo non con la presa del palazzo d’inverno ma attraverso l’applicazione rigorosa della Costituzione antifascista. Rivoluzionario, perché non si accontentava riformisticamente del meno peggio nel perimetro dei rapporti sociali dati, ma lottava per la conquista di una civiltà più avanzata. Innovatore, perché gramscianamente intendeva la rivoluzione come un processo che si realizza conquistando l’egemonia nella società e nello Stato: sulla via italiana al socialismo tracciata da Togliatti, che stava percorrendo con la conquista del consenso e con le lotte democratiche di massa, come la Costituzione indica e consente.
Non si trattava di castelli in aria, né di buoni propositi da rinviare ad altra epoca storica. Allora, tra gli anni sessanta e settanta del 900, questa era la reale materia del contendere nella lotta politica e sociale. E oggi, pur in presenza di condizioni storiche completamente diverse, chi voglia rispondere sul serio alla vera questione dirimente posta da Luciano Gallino nel suo ultimo libro - «se la politica la fa il capitale, come si può far politica per opporsi al capitale» e metterlo sotto controllo - troverà nei pensieri lunghi di Berlinguer e nello studio del suo modo di concepire e praticare la politica alcune preziose chiavi di metodo. Non per contrastarsi in vertenze verbali insignificanti. E neanche per mettere a posto la propria coscienza. Ma per incidere con la lotta nella realtà e aprire le porte alla speranza, a un cambiamento che guardi avanti: verso inediti traguardi di liberazione umana.
Proprio su questi aspetti noi dovremmo ragionare con maggiore intensità e costanza. Seguendo il filo rosso che lega le varie fasi della direzione politica di Berlinguer alla guida del Pci, un quindicennio di ferro e di fuoco, di grandi mutamenti e tensioni nello scacchiere interno come in quello internazionale. Dove il segretario del Pci giocò un ruolo molto spesso di primo piano, sia nella fase del moto di liberazione dei popoli del terzo e quarto mondo dal dominio imperialista, sia durante la controffensiva liberista nel pianeta spaccato in due dalla guerra fredda. Mentre andava prendendo corpo la rivoluzione elettronica, supporto tecnico decisivo della globalizzazione finanziaria del capitale, e nel campo guidato dall’Unione sovietica i ripetuti interventi militari segnalavano uno stato di instabilità e di difficoltà crescenti.
Già nel 1969, con il discorso conclusivo del XII congresso del Pci che lo elegge vice-segretario del partito, un vero e proprio manifesto politico di grande respiro, Berlinguer delinea il progetto strategico cui non verrà mai meno, pur arricchito di diverse intuizioni teoriche e attraversato da passaggi tattici talora controversi e contrastati. Muovendo dalla constatazione che «più pressante si fa la necessità di una radicale trasformazione della società per soddisfare i bisogni di benessere e di libertà di tutti gli uomini e di tutti i popoli», Berlinguer osserva che l’area della lotta per il socialismo si estende ben oltre i confini dell’Unione sovietica e dei Paesi socialisti. «Un movimento internazionalista, rivoluzionario» - precisa - deve portare avanti «infinite altre esigenze affinché possa unificare tutte le forze in un sistema differenziato, dinamico, universale». Dunque, c’è bisogno di un nuovo internazionalismo che tenga conto dei grandi mutamenti in corso nel mondo.
In Italia - e questo è un aspetto cruciale della sua analisi non sempre giustamente valutato a mio parere, che dà conto della portata della posta in gioco - si profila, come mai dopo la liberazione, «la necessità e la possibilità di realizzare un grande passo avanti sulla via della trasformazione democratica e socialista del nostro Paese». Lo scontro è ravvicinato, sotto la pressione di imponenti lotte di massa, operaie e studentesche. Perciò è necessaria una connessione organica tra visone strategica e gestione della tattica. Dice infatti Berlinguer: «In questo avvicinamento tra problemi di strategia e problemi di direzione pratica sta una delle particolarità più appassionanti dell’attuale situazione».
Essenziale è non smarrire mai - sottolinea - «il processo complessivo» e la visione della «lotta per il socialismo come un’avanzata non lineare, ma assai complessa, aspra e articolata». In cui la democrazia rappresentativa si arricchisca anche di diverse forme di democrazia diretta. E in cui il Pci, rinnovandosi, sappia guardare «a realtà democratiche e anche rivoluzionarie che vanno oltre il partito comunista», in particolare ai giovani e ai movimenti giovanili, che scoprono il socialismo per altre vie. In definitiva, un percorso «di grandi e ampie lotte di classe e politiche e di una conseguente difesa e attuazione del sistema politico delineato nella Costituzione repubblicana».
I contrasti nel movimento comunista internazionale sono forti, in particolare tra i sovietici e i cinesi. Ma niente scomuniche e anatemi, sostiene Berlinguer. Un nuovo internazionalismo si costruisce solo se l’autonomia e l’indipendenza di ogni partito sono totali e garantite: questa è la sua ferma convinzione. E questo significa che non possono esservi né un partito né uno Stato guida, di cui gli altri siano satelliti. La situazione in campo occidentale è in grande movimento, mentre si va profilando la vittoria del Vietnam sul Golia a stelle e strisce. Alla cancellazione del Gold Standard da parte degli Usa nel 1971, che consente al dollaro di fluttuare come moneta di riferimento internazionale, fanno seguito nel 1973 la crisi petrolifera e il golpe fascista in Cile con la copertura americana, che pone fine al governo democraticamente eletto di socialisti e comunisti guidato da Salvador Allende.
Emerge in questi anni, secondo Berlinguer, una «crisi di tipo nuovo», che investe non solo la base produttiva, ma anche gli stili di vita, gli istituti e i contenuti della democrazia, le relazioni internazionali. In una parola, l’intera condizione umana. Quindi una crisi non ciclica ma strutturale, che abbraccia il mondo capitalistico, di cui una caratteristica saliente è l’emergere dei nuovi Paesi in via di sviluppo, produttori di materie prime. Il contrasto di classe non si attenua, mentre masse sempre più ampie di donne, di giovani, di anziani, di ceti intermedi e di produttori autonomi vengono coinvolti nella crisi. Ma, contrariamente a quanto alcuni critici gli attribuiscono, Berlinguer non coltiva alcuna illusione crollista. Anzi, gli è ben chiaro che il capitalismo non è alla vigilia del crollo o senza via d’uscita. E sa bene che per il suo superamento serve l’azione consapevole di donne e uomini politicamente organizzati, che siano in grado di introdurre - come egli dice - elementi di socialismo «nell’assetto e nel funzionamento generale della società».
Anche la proposta del «compromesso storico» avanzata dal segretario del Pci nel 1973 dopo il golpe di Pinochet, come sappiamo variamente interpretata e discussa, sta dentro questa strategia di avanzata verso il socialismo. Non è altra cosa. E tanto meno un inciucio senza principi per la spartizione del potere. Nelle Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile Berlinguer chiarisce che la lotta per trasformare la società comporta una valutazione esatta dei rapporti di forza internazionali e interni. E sottolinea che solo cementando l’unità delle masse popolari e delle forze politiche democratiche si possono respingere le ingerenze imperialistiche isolando le tendenze reazionarie e golpiste. In Italia c’è bisogno del sostegno della «grande maggioranza della popolazione», e dunque di un sistema di intese sociali e politiche che coinvolga i grandi partiti di massa, Pci, Psi, la stessa DC, che hanno abbattuto il fascismo e dato vita alla Costituzione.
È questa la proposta del «compromesso storico», che intende coinvolgere anche la Dc a condizione che prevalgano in essa le componenti democratiche. E quegli orientamenti «che, con realismo storico e politico, riconoscono la necessità e la maturità di un dialogo costruttivo e di un’intesa tra tutte le forze popolari, senza che ciò significhi confusione o rinuncia alle distinzioni e alle diversità ideali e politiche che contraddistinguono ciascuna di tali forze». Dunque, il recupero del patto costituzionale, che non prevede la conventio ad exludendum dei comunisti, ma comporta nella formazione dei governi la pari dignità dei partiti che a quel patto hanno dato vita. Non la partecipazione obbligata di tutti nello stesso governo, ma la democrazia dell’alternanza, una democrazia compiuta.
In quegli anni, tra i partiti comunisti per iniziativa del Pci e del suo segretario e anche in alcune socialdemocrazie, soprattutto quelle tedesca e svedese, si discutono tematiche cruciali che attengono alle caratteristiche e alla natura del socialismo come sistema sociale e di relazioni internazionali. Questioni complesse e controverse, sulle quali Berlinguer si mostrò sempre molto attento e determinato, e che con l’“eurocomunismo” raggiungono un punto molto alto di elaborazione e di diffusione nell’opinione pubblica. Come egli stesso osserva, «questo termine non è […] di nostro conio, ma il fatto che circoli così ampiamente sta a significare quanto profonda ed estesa sia l’aspirazione a che nei Paesi dell’Europa occidentale si affermino e avanzino soluzioni di tipo nuovo nelle trasformazione della società in senso socialista».
Si è trattato di un orientamento che ha coinvolto principalmente il partito comunista spagnolo e quello francese nella «convinzione - dichiara il segretario del Pci - che la lotta per il socialismo e la sua costruzione debbono realizzarsi nella espansione piena della democrazia e di tutte le libertà», con un’economia governata e programmata dal potere pubblico e in cui convivano diverse forme di proprietà e di conduzione dell’impresa. Questa, in sintesi, è stata la scelta dell’eurocomunismo: «il modo più efficace - secondo Berlinguer – di lottare per affermare costruttivamente la funzione dirigente e democratica della classe operaia e dei suoi alleati». E per sviluppare l’iniziativa in diverse direzioni: nel mondo, per far avanzare la distensione, la cooperazione e la pace; in Europa, per cercare le più ampie convergenze con altre forze di sinistra, democratiche e progressiste; nella Comunità europea, perché il progetto d’integrazione corrisponda agli interessi delle classi lavoratrici, non il contrario come poi è avvenuto.
Una stagione intensa e tuttavia breve, quella dell’eurocomunismo, che come ipotesi politica si esaurì per le titubanze e i ripiegamenti soprattutto del Pcf. Ma che rafforzò in Berlinguer il convincimento che la democrazia, intesa come sovranità e partecipazione di popolo di cui la nostra Costituzione rappresenta forse l’espressione più alta, non è solo la via del socialismo, bensì un suo imprescindibile fattore costitutivo. A Mosca, nel 1977, afferma che «la democrazia è un valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista». Dove è evidente il passo avanti rispetto all’impostazione originaria di Togliatti, che teorizzava la peculiarità di diverse vie al socialismo, e quindi la particolarità della via italiana.
Fino ad allora il Pci, dall’opposizione, aveva svolto una funzione decisiva per l’incivilimento e l’avanzamento democratico dell’Italia, assumendo la Costituzione come punto di riferimento della sua azione. E non è superfluo ricordare che i 70 sono stati gli anni di fondamentali conquiste nel campo dei diritti sociali e civili (lo Statuto dei lavoratori, la legge sulla parità di trattamento tra donne e uomini sul lavoro, il Servizio sanitario nazionale, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia). Ma quando dopo le strepitose avanzate elettorali del Pci nel 1975-76 viene all’ordine del giorno la questione del governo, la controffensiva diventa molto pesante. Su tutti i terreni: sociale, politico, culturale. Usando anche le armi del terrorismo e della «strategia della tensione».
Sul piano internazionale, dopo le minacce che a suo tempo Moro ricevette da Kissinger, il veto degli Stati Uniti contro i comunisti al governo fu reso esplicito nel vertice di Porto Rico del 1976. Tra i più attivi il cancelliere tedesco Schmidt, fautore del riallineamento tedesco sulle posizioni americane, dopo la ostpolitik di Willy Brandt. Sul piano interno, segnato dagli attentati del terrorismo nero, dai sequestri e dagli omicidi delle brigate rosse, dalle azioni violente degli autonomi, l’obiettivo è sradicare il Pci dalla società e dalla sua base operaia e popolare. Il partito è attaccato da più parti e stretto in una morsa, mentre nel Paese montano il disagio e la protesta, soprattutto tra i giovani, per il diffondersi della crisi economica e finanziaria.
Impressionante è il catalogo delle violenze e degli attentati, ma il culmine dell’effetto politico si raggiunge con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, il leader della Dc che intendeva dialogare con il Pci. L’8 maggio 1978 è uno spartiacque di quel tempo, perché con la morte di Moro segna anche la sepoltura tombale di una intesa tra le forze democratiche e popolari che hanno fatto la Costituzione, e quindi la possibilità di realizzare una «democrazia compiuta». Si chiude così definitivamente la stagione della «solidarietà nazionale» e del governo monocolore Andreotti detto della «non sfiducia», una stagione identificata erroneamente - e strumentalmente dagli avversari del Pci - con la strategia del compromesso storico.
Berlinguer, che già prima del rapimento di Moro aveva deciso di porre fine all’esperienza della solidarietà nazionale, sulla base di quell’esperienza non restò immobile, e mise in atto cambiamenti radicali nei programmi, nel modo di essere, nella tattica del partito. Ma non cambiò la strategia di fondo, volta a costruire un «socialismo nuovo» per via democratica e attraverso una profonda trasformazione dell’economia, della società, dello Stato. Avevamo puntato - afferma - «sulla possibilità che la Dc potesse rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica». «Non ho difficoltà a dire che su questo punto abbiamo sbagliato, o meglio che i mezzi non conseguivano lo scopo». Abbiamo commesso «errori di verticismo, di burocratismo e opportunismo» che hanno indebolito il rapporto con le masse e che non «ripeteremo mai più».
Sono parole che segnalano la limpidezza e la forza morale di un leader, il quale pone se stesso al servizio di una causa. Il contrario di chi pone il partito al servizio di se stesso e dei propri interessi. Il rapporto con le masse: questa è per segretario del Pci la questione decisiva. Perché un leader e partito che smarriscano il rapporto con le donne e gli uomini che patiscono le sofferenze materiali e morali del loro tempo trasformano la politica in politicantismo e il partito in mera aggregazione di potere. Diversamente da Berlinguer, che ha dimostrato una capacità indiscussa di tenere insieme, nella pratica politica, i grandi scenari strategici e la vita delle donne e degli uomini che dentro tali scenari agiscono, lottano e quindi fanno la storia.
L’idea di austerità, che il segretario del Pci propone a un’assemblea di intellettuali a Roma nel 1977 sulla base della relazione di Aldo Tortorella, e poi a Milano a un’assemblea di operai, non è la proposta di un pauperismo generalizzato come da più parti si è voluto far credere. Bensì una visione alternativa della società e della vita, contrapposta al consumismo sfrenato ed egoista, che produce disuguaglianze e malessere, distruzione della natura e sprechi enormi: «è il mezzo - precisa Berlinguer - per porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo». E dunque austerità significa giustizia, sobrietà, efficienza e anche una moralità nuova.
Viene al pettine, al di là degli aspetti quantitativi, il nodo della qualità dello sviluppo, del perché e per chi produrre. E perciò dell’uso delle risorse, umane e materiali. Ciò vuol dire che non basta redistribuire la ricchezza prodotta secondo gli indirizzi keynesiani, ma occorre intervenire nel processo di accumulazione e di produzione della ricchezza. E poiché «la piramide di tutto il complesso della divisione, dell’oppressione e dello sfruttamento – tra classi e interi Paesi – ha per base i rapporti proprietari e di produzione capitalistici», è necessario - chiarisce il segretario del Pci - «un intervento innovatore nell’assetto proprietario», tale da spingere la struttura economica verso il soddisfacimento dei grandi bisogni della collettività. In definitiva, «una soluzione socialista». Più precisamente, «un nuovo socialismo».
È possibile che Berlinguer, nell’impegno totale rivolto alla ricerca di un inesplorato percorso rivoluzionario in Occidente abbia sottovalutato la portata modernizzatrice della globalizzazione tecnologica e finanziaria del capitale. Ma c’è da dire, a onor del vero, che nel gruppo dirigente del Pci prevaleva una lettura tradizionale del capitalismo italiano e delle sue arretratezze, poco adatta a metterne in luce i fattori di dinamismo e di modernizzazione, se non in termini di adattamento ai punti alti dello sviluppo del capitale. Resta il fatto che il Progetto di trasformazione della società proposto da Berlinguer nel discorso sull’austerità non è mai venuto alla luce ed è stato poi declassato al livello di un mediocre documento di politica economica.
Chiusa l’esperienza negativa della solidarietà nazionale, l’impegno di Berlinguer si svolge principalmente in due direzioni. Da una parte, il rinnovamento della politica e il recupero delle radici sociali del partito; dall’altra, l’elaborazione delle grandi questioni emergenti: la rivoluzione delle donne e anche la rivoluzione tecnologica e scientifica (in seguito completamente oscurata), la questione ambientale. Sono i temi fondamentali che caratterizzano la «svolta», nel passaggio - sul piano politico - dalla solidarietà nazionale all’alternativa democratica. E che ruotano tutti su un’idea-forza, la trasformabilità del sistema, la possibilità di trasformare la società in una civiltà più avanzata. È questa, in definitiva, la discriminate politica e culturale sulla quale matura il contrasto con Craxi, che a una prospettiva di trasformazione oppone la governabilità del sistema e ripristina a questo scopo un rapporto privilegiato con la Dc.
Berlinguer è coerente e compie due atti significativi altamente simbolici, che rendono espliciti il senso e la portata della svolta. Va ai cancelli della Fiat durante la «vertenza dei 35 giorni» contro licenziamenti e cassa integrazione per dire agli operai che i comunisti stanno dalla loro parte e li sostengono nelle loro scelte; visita l’Irpinia distrutta del terremoto del 1980 e di fronte alla sconcertante prova di inefficienza e clientelismo della Dc chiede un governo imperniato sul Pci, il principale partito di opposizione, per fare fronte ai gravi problemi del Mezzogiorno e del Paese. In questa fase il segretario del Pci sottolinea ripetutamente le «diversità» del suo partito, che riassume così: non occupare lo Stato, combattere i privilegi ovunque annidati, lottare per il superamento del «meccanismo capitalistico».
Fece grande scalpore l’intervista concessa a Scalfari sulla «questione morale», nella quale, denunciando il degrado della politica, tra l’altro affermava che «i partiti sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono talvolta interessi loschi, senza perseguire il bene comune. […] Se si continua in questo modo, la democrazia in Italia - concludeva - rischia di restringersi e di soffocare in una palude». Fu Giorgio Napolitano, con un articolo sull’ Unità del 21 agosto 1981 in occasione dell’anniversario della morte di Togliatti, a pronunciare un vero e proprio atto d’accusa contro il segretario del partito, al quale imputava di non fare politica, essendosi rinchiuso «in un’orgogliosa diversità». Fu quello un segnale esplicito di un’opposizione interna che andava maturando nella visione di un migliorismo riformista, che di fatto considera invalicabili i confini dello sfruttamento del capitale. Ma non si trattò di un’orgogliosa impennata moralistica volta a dimostrare una presunta superiorità antropologica dei comunisti. Bensì di una circostanziata denuncia dei fatti, cioè della degenerazione in aggregazioni di potere dei partiti di governo. Dunque, di una questione politica di prima grandezza che richiedeva un rinnovamento radicale e lo smantellamento del sistema di potere imperniato sulla Dc.
Non solo in Italia, anche nel quadro internazionale ed europeo in quegli anni la tendenza volge al peggioramento. Cresce la conflittualità nel mondo diviso in blocchi. Dopo l’occupazione dell’Afghanistan da parte delle truppe sovietiche e dopo i fatti di Polonia, il 15 dicembre 1981 Berlinguer dichiara che è venuta esaurendosi «la spinta propulsiva di rinnovamento» delle società dell’Est scaturite dalla rivoluzione socialista del 1917. Più precisamente, che «è superata tutta una fase del movimento per il socialismo scaturita dalla Rivoluzione d’Ottobre». Per cui, senza cancellare il valore della rottura storica della Rivoluzione d’Ottobre, si tratta ora di aprire un’altra fase del movimento per il socialismo «e di aprirla, prima di tutto, nell’occidente capitalistico».
Ma la presa di distanza irreversibile dal modello del «socialismo realizzato» non comporta l’approdo al modello socialdemocratico o l’identificazione con la socialdemocrazia. Chiarisce Berlinguer: «Noi consideriamo l’esperienza storica del movimento socialista, nel suo complesso, nelle sue due fasi fondamentali: quella socialdemocratica e quella dei Paesi dove il socialismo è stato avviato sotto la direzione dei partiti comunisti nell’Est europeo». Ormai «entrambe vanno superate criticamente con nuove formule, con nuove soluzioni, con quella, cioè, che noi chiamiamo la terza via, la terza via appunto rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e rispetto ai modelli dell’Est europeo». È un passaggio strategico fondamentale, di cui va apprezzata la grande lungimiranza, il valore non solo storico ma attuale, di fronte al crollo dell’Urss e alla degenerazione della socialdemocrazia in braccio armato del capitale.
L’affermazione secondo cui «il comunismo è e rimarrà uguale dappertutto è una delle più grandi castronerie che siano state dette», afferma Berlinguer. Ma d’altra parte – aggiunge – nessuno degli esperimenti socialdemocratici «ha portato a un effettivo superamento del capitalismo»: «tanto è vero che anche in alcuni Paesi dove i partiti socialdemocratici sono al potere da decenni vi sono tutti i segni tipici della crisi di fondo delle società neocapitalistiche». Illudendosi di essere realistica e concreta, la politica socialdemocratica si è risolta nell’adeguamento alla realtà così com’è, rinunciando «al cambiamento dell’assetto dato». Noi invece – precisa – seguendo «due antiche e sempre valide espressioni di Marx», «non rinunciamo a costruire “una società di liberi e uguali”», e a «guidare la lotta degli uomini e delle donne per la “produzione delle condizioni della loro vita”».
Un’impostazione di così ampia portata strategica ha nella dimensione europea il suo naturale campo d’iniziativa e di sperimentazione. L’Europa, un’Europa «né antisovietica né antiamericana», nella visione del segretario del Pci può giocare un ruolo da protagonista per far avanzare un processo di distensione e di pace stabile tra i blocchi contrapposti. Isolando le forze dell’imperialismo bellicista e delle politiche di potenza, smantellando le basi militari, procedendo sulla via di un disarmo bilanciato. Fino al superamento della Nato, del Patto atlantico e del Patto di Varsavia. Un’Europa porta aperta sul Mediterraneo, e perciò cerniera con i Paesi del terzo mondo e con i movimenti di liberazione nazionale. Si tratta di una visione di grande dinamicità e apertura verso un nuovo internazionalismo, che inizialmente si incontrò e interagì con le posizioni più avanzate della socialdemocrazia espresse da Olof Palme e Willy Brandt. E che in seguito portò alla elaborazione della Carta della pace e dello sviluppo, incentrata sul rapporto tra Nord e Sud del mondo.
L’impegno di Berlinguer per costruire una piattaforma innovativa fu notevole nel Parlamento europeo eletto per la prima volta a suffragio universale nel 1979, dove operò a stretto contatto con Altiero Spinelli, vice presidente del gruppo comunista e apparentati. Nel discorso di apertura dei lavori parlamentari Berlinguer sottolinea la necessità di «sostanziali convergenze» nell’azione rivolta a far avanzare nel mondo «la funzione di pace, di cooperazione e di progresso di un’Europa nuova, nella quale il socialismo - un socialismo nella libertà – si affermi come via maestra per arrestare il declino di questa parte del nostro continente […] e per rinnovarne profondamente le strutture, i modi di vita, le classi dirigenti»
«Al movimento operaio dell’Europa occidentale – aveva affermato nella relazione al XV congresso del partito – spetta il compito storico […] di farsi forza propulsiva e dirigente della costruzione di un’Europa comunitaria democratica, progressista e pacifica, che muove in direzione del socialismo». E pochi giorni prima di morire, a chi raccomandava di tornare indietro verso l’Europa delle patrie, risponde così: «Non è pensabile che la via d’uscita dalla crisi della Comunità possa consistere nel ripiegamento di ogni singolo Stato nelle sua peculiare identità. Una frammentazione dell’Europa in Stati nazionali costituisce, contrariamente a quanto avvenne nel secolo passato, un freno allo sviluppo, alla crescita della civiltà in Europa e […] su tutto il pianeta. L’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica Europa possibile».
Parole che fanno riflettere sulla condizione europea di oggi, e sulla inconcludenza delle sinistre, che si dividono sul dilemma euro no euro sì invece di lavorare a un nuovo internazionalismo, costruendo una piattaforma in cui si ritrovino, si uniscano e lottino insieme le lavoratrici e i lavoratori del continente, tutti coloro che verso il continente fuggono in cerca di migliori condizioni di vita. Oggi divisi, frantumanti e in lotta tra loro.
Agli inizi degli anni 80 Berlinguer vede con grande chiarezza la portata dell’attacco alle conquiste del movimento operaio e democratico in Italia, che sta dentro la più generale offensiva neoliberista guidata nel mondo da Reagan e da Thatcher. In un Paese con più di due milioni di disoccupati, la finanza pubblica in dissesto e l’inflazione al 21 per cento, lo scontro sociale e politico assume un’asprezza e un’intensità che non si conoscevano da tempo.
Al centro c’è la questione della scala mobile. «L’attacco della Confindustria alla scala mobile - dichiara il segretario del Pci – è un aspetto di un’offensiva che tende a scaricare sulla classe operaia tutto il peso della crisi, non solo riducendo la sua quota di reddito ma colpendo il suo potere contrattuale, quindi il suo peso sociale, e perciò, in definitiva, la possibilità di esercitare la sua funzione politica dirigente nazionale. Ecco perché […] la posta dello scontro è altissima: perché è anche politica».
Nei meravigliosi anni 80 (la definizione è di Agnelli) l’obiettivo è sfrenare gli spiriti animali del capitale, e quindi bloccare i salari per aumentare profitti e rendite. Il salario viene indicato come causa dell’inflazione, del dissesto dei conti pubblici, delle difficoltà dell’economia. E i lavoratori vengono crocifissi su questa responsabilità. Il movimento operaio, le persone che vivono del loro lavoro devono essere ricondotti a ragione, piegati e sottomessi al comando del capitale, nell’impresa e nella società. Sul piano politico, scrive l’editorialista di Repubblica Fausto De Luca, «s’intende aprire nel Paese uno scontro di dimensioni nuove e forse sconosciute», il cui obiettivo è l’isolamento della Cgil e dei comunisti, «la liquidazione e il ridimensionamento drastico del Pci».
Dunque, l’attacco alla scala mobile, portato a termine dal governo Craxi con il decreto di San Valentino, ha un significato strategico preciso. Segna un passaggio di fase, cioè un’inversione di rotta nel movimento ascendente delle classi lavoratrici in Italia. Non solo: un partito e un governo diretti da un socialista attaccano frontalmente una conquista fondamentale dei lavoratori. La vicenda è nota e si conclude con il referendum dopo la morte di Berlinguer. Non ci ritorno, anche perché ne ha ampiamente parlato Dino Greco nel precedente incontro.
Va però messo in evidenza un dato, di cui spesso si tace: con il taglio della scala mobile, una parte del movimento operaio che si richiama al socialismo abbandona il proprio campo e si schiera sul fronte opposto, quello del capitale. È una rottura di portata storica, che avrà effetti di lungo periodo. Questa è la scelta compiuta da Craxi e seguita da diversi sindacalisti nella Cgil, oltre che da Carniti e Benvenuto. In altri termini, una scelta “riformista” subalterna al capitale nella Repubblica democratica fondata sul lavoro.
Sotto questo profilo emerge un aspetto di rilevanza decisiva, nella ricerca di Berlinguer degli ultimi anni, che però è stato messo da parte. Nell’intervista all’Unità del 18 dicembre 1983, che abbiamo ripubblicato nell’antologia dei suoi scritti e interventi, interrogato sul significato e sugli effetti della «rivoluzione elettronica», risponde che questa, rivoluzionando il modo di lavorare e di vivere, pone problemi del tutto inediti per chi lotta per trasformare la società: sia sul versante sociale e culturale, sia su quello politico, dove l’uso dell’elettronica apre nuovi spazi di partecipazione democratica, ma in pari tempo accresce i rischi di autoritarismo plebiscitario. Tutto dipende da chi e come i processi di innovazione tecnologica sono orientati.
Se è vero che tendenzialmente si riduce il peso specifico della classe operaia tradizionale (le tute blu), sarebbe però un grave errore - precisa - trarne la conclusione che la classe operaia è morta e con essa «la spinta principale alla trasformazione», come avrà modo di asserire De Giovanni. Non sarà così se si sapranno coinvolgere e conquistare alla lotta per la trasformazione socialista anche «altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati».
In ogni caso, tutto ciò secondo Berlinguer non costituisce - cito - «una confutazione del marxismo e di Marx in particolare. Il carattere sociale della produzione (e anche della informazione come fattore di produzione) è sempre ancora in contrasto con il carattere ristretto della conduzione economica. Questo assunto di Marx non è smentito neanche dalla rivoluzione elettronica». Anzi, aggiungo io, è stato pienamente confermato, giacché all’enorme socializzazione dei beni materiali e immateriali non ha affatto corrisposto la socializzazione dei mezzi con cui questi si producono. Al contrario, la loro proprietà si è massimamente concentrata. Di conseguenza, il conflitto capitale-lavoro non è stato abolito dalla rivoluzione elettronica. Sono invece profondamente cambiante le forme e le modalità con cui si manifesta.
In conclusione, la ricerca che Berlinguer ci propone perché i lavoratori possano passare alla controffensiva, riunificando le varie espressioni del lavoro, muove in due direzioni. Da una parte verso le masse crescenti degli esclusi dal lavoro, a cominciare dalle donne, e di tutti coloro che il meccanismo di sfruttamento capitalistico, giunto all’apice del suo dominio, pone ai margini della società in posizione di perenne subalternità, precarietà, incertezza. Dall’altra, in direzione delle nuove figure del lavoro intellettuale e di ricerca (i camici bianchi) che la rivoluzione scientifica e digitale porta alla ribalta in quanto sfruttate «dalla appropriazione privata del profitto». Si tratta di indicazioni straordinariamente attuali, ancora valide per l’oggi.
«Dal generale panorama dell’epoca nostra – afferma al XVI congresso del Pci nel 1983, l’ultimo al quale ha partecipato – emerge la necessità di portare avanti la lotta per il socialismo su scala mondiale e nei diversi Paesi. Ma emerge anche la necessità di un grande rinnovamento del socialismo. È questo il problema che ci appassiona e che il Pci ha posto al centro del suo impegno teorico e pratico. Rinnovamento all’Est e all’Ovest; al Nord e al Sud. Generale è l’esigenza di approfondire la comprensione dei tempi attuali e di ridare vita a quella creatività che è la linfa di ogni teoria e prassi rivoluzionaria».
Sono parole forti di denuncia e, insieme, l’indicazione di un programma d’azione, che con la tempra del combattente aveva cominciato ad attuare nel suo stesso partito contro posizioni di cedimento e di subalternità, ma che la morte inaspettata gli ha impedito di portare a compimento. Non possiamo sapere quale sarebbe stato l’esito della battaglia politica che aveva intrapreso. Ciò che con certezza sappiamo è che ci ha lasciato un patrimonio di idee ricco e in parte ancora inesplorato, da cui attingere per affrontare i conflitti nel mondo di oggi e orientare le lotte del nostro tempo verso mete più avanzate di civiltà.
Con questa intenzione Berlinguer mette in valore la portata rivoluzionaria della differenza femminile, ben oltre la rivendicazione della parità dei diritti e dell’emancipazione; approfondisce la nuova dimensione della questione ambientale e di quella sociale, entrambe alimentate da un unico meccanismo di sfruttamento; si confronta con altre ispirazioni culturali volte al cambiamento, come quelle di matrice cristiana; pone con forza e con l’esempio personale il tema ineludibile del rinnovamento della politica, che deve reinsediarsi nella società compiendo una rivoluzione copernicana: prima i contenuti e poi gli schieramenti.
Il comunismo di Berlinguer assume il significato concreto della trasformabilità della società in cui viviamo secondo i principi di uguaglianza e libertà, di solidarietà e democrazia, inscritti nella Costituzione nata dalla lotta di liberazione contro il nazi-fascismo. Una visione che si sostanzia in un percorso credibile e praticabile, comprensibile a grandi masse perché corrisponde alle loro esigenze, e che in lui diventa stile di vita e azione pratica, iniziativa e lotta quotidiana.
Se costruire una civiltà più elevata, ossia un nuovo socialismo, vuol dire lottare, come egli afferma, per il «superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell’uomo sull’uomo, di una classe sulle altre, di una razza sull’altra, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni» assicurando «la pace fra i popoli, il progressivo avvicinamento tra governanti e governati, la fine di ogni discriminazione nell’accesso al sapere e alla cultura», allora di Berlinguer non possiamo fare a meno. E da Berlinguer dobbiamo riprendere il cammino.
Paolo Ciofi
23 novembre 2015