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Berlinguer: “eurocomunismo”, “nuovo socialismo” e “terza fase del movimento operaio” - Lo scontro in Italia, uccisione di Moro
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- Scritto da Paolo Ciofi
- Categoria: Ciofi, scritti e interventi
La condizione dell’Italia agli inizi degli anni 70 è difficile per il sommarsi di diversi fattori, che seguendo Berlinguer si possono sintetizzare così: processi di ristrutturazione con conseguente rafforzamento del potere di comando dei maggiori gruppi economici e finanziari; attacco al tenore di vita e alle conquiste operaie; peggioramento dello stato del Mezzogiorno. E in più «un’offensiva che tende a colpire la forza delle organizzazioni operaie, sindacali e popolari e a spezzarne l’unità; a svuotare e paralizzare le istituzioni democratiche; a seminare disordine e disorientamento negli apparati pubblici; a interrompere i processi di avvicinamento tra le forze democratiche».
Fino ad allora il Pci, dall’opposizione, aveva svolto una funzione decisiva per l’incivilimento e l’avanzamento democratico dell’Italia, assumendo la Costituzione come punto di riferimento della sua azione. E non è superfluo ricordare che i 70 sono stati gli anni di fondamentali conquiste nel campo dei diritti sociali e civili (lo Statuto dei lavoratori, la legge sulla parità di trattamento tra donne e uomini sul lavoro, il Servizio sanitario nazionale, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia). Ma quando dopo le strepitose avanzate elettorali del Pci nel 1975-76 viene all’ordine del giorno la questione del governo, la controffensiva diventa molto pesante. Su tutti i terreni: sociale, politico, culturale. Usando anche le armi del terrorismo e della «strategia della tensione».
Sul piano internazionale, dopo le minacce che a suo tempo Moro ricevette da Kissinger, il veto degli Stati Uniti contro i comunisti al governo fu reso esplicito nel vertice di Porto Rico del 1976. Tra i più attivi il cancelliere tedesco Schmidt, fautore del riallineamento tedesco sulle posizioni americane, dopo la ostpolitik di Willy Brandt. Sul piano interno, segnato dagli attentati del terrorismo nero, dai sequestri e dagli omicidi delle brigate rosse, dalle azioni violente degli autonomi, l’obiettivo è sradicare il Pci dalla società e dalla sua base operaia e popolare. Il partito è attaccato da più parti e stretto in una morsa, mentre nel Paese montano il disagio e la protesta, soprattutto tra i giovani, per il diffondersi della crisi economica e finanziaria.
Impressionante è il catalogo delle violenze e degli attentati, ma il culmine dell’effetto politico si raggiunge con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, il leader della Dc che intendeva dialogare con il Pci. L’8 maggio 1978 è uno spartiacque di quel tempo, perché con la morte di Moro segna anche la sepoltura tombale di una intesa tra le forze democratiche e popolari che hanno fatto la Costituzione, e quindi la possibilità di realizzare una «democrazia compiuta». Si chiude così definitivamente la stagione della «solidarietà nazionale» e del governo monocolore Andreotti detto della «non sfiducia», una stagione identificata erroneamente - e strumentalmente dagli avversari del Pci - con la strategia del compromesso storico.
Fino ad allora il Pci, dall’opposizione, aveva svolto una funzione decisiva per l’incivilimento e l’avanzamento democratico dell’Italia, assumendo la Costituzione come punto di riferimento della sua azione. E non è superfluo ricordare che i 70 sono stati gli anni di fondamentali conquiste nel campo dei diritti sociali e civili (lo Statuto dei lavoratori, la legge sulla parità di trattamento tra donne e uomini sul lavoro, il Servizio sanitario nazionale, il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia). Ma quando dopo le strepitose avanzate elettorali del Pci nel 1975-76 viene all’ordine del giorno la questione del governo, la controffensiva diventa molto pesante. Su tutti i terreni: sociale, politico, culturale. Usando anche le armi del terrorismo e della «strategia della tensione».
Sul piano internazionale, dopo le minacce che a suo tempo Moro ricevette da Kissinger, il veto degli Stati Uniti contro i comunisti al governo fu reso esplicito nel vertice di Porto Rico del 1976. Tra i più attivi il cancelliere tedesco Schmidt, fautore del riallineamento tedesco sulle posizioni americane, dopo la ostpolitik di Willy Brandt. Sul piano interno, segnato dagli attentati del terrorismo nero, dai sequestri e dagli omicidi delle brigate rosse, dalle azioni violente degli autonomi, l’obiettivo è sradicare il Pci dalla società e dalla sua base operaia e popolare. Il partito è attaccato da più parti e stretto in una morsa, mentre nel Paese montano il disagio e la protesta, soprattutto tra i giovani, per il diffondersi della crisi economica e finanziaria.
Impressionante è il catalogo delle violenze e degli attentati, ma il culmine dell’effetto politico si raggiunge con il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, il leader della Dc che intendeva dialogare con il Pci. L’8 maggio 1978 è uno spartiacque di quel tempo, perché con la morte di Moro segna anche la sepoltura tombale di una intesa tra le forze democratiche e popolari che hanno fatto la Costituzione, e quindi la possibilità di realizzare una «democrazia compiuta». Si chiude così definitivamente la stagione della «solidarietà nazionale» e del governo monocolore Andreotti detto della «non sfiducia», una stagione identificata erroneamente - e strumentalmente dagli avversari del Pci - con la strategia del compromesso storico.
Berlinguer, che già prima del rapimento di Moro aveva deciso di porre fine all’esperienza della solidarietà nazionale, sulla base di quell’esperienza non restò immobile, e mise in atto cambiamenti radicali nei programmi, nel modo di essere, nella tattica del partito. Ma non cambiò la strategia di fondo, volta a costruire un «socialismo nuovo» per via democratica e attraverso una profonda trasformazione dell’economia, della società, dello Stato. Avevamo puntato - afferma - «sulla possibilità che la Dc potesse rinnovarsi e modificarsi, cambiare metodi e politica». «Non ho difficoltà a dire che su questo punto abbiamo sbagliato, o meglio che i mezzi non conseguivano lo scopo». Abbiamo commesso «errori di verticismo, di burocratismo e opportunismo» che hanno indebolito il rapporto con le masse e che non «ripeteremo mai più».
Sono parole che segnalano la limpidezza e la forza morale di un leader, il quale pone se stesso al servizio di una causa. Il contrario di chi pone il partito al servizio di se stesso e dei propri interessi. Il rapporto con le masse: questa è per segretario del Pci la questione decisiva. Perché un leader e partito che smarriscano il rapporto con le donne e gli uomini che patiscono le sofferenze materiali e morali del loro tempo trasformano la politica in politicantismo e il partito in mera aggregazione di potere. Diversamente da Berlinguer, che ha dimostrato una capacità indiscussa di tenere insieme, nella pratica politica, i grandi scenari strategici e la vita delle donne e degli uomini che dentro tali scenari agiscono, lottano e quindi fanno la storia.
L’idea di austerità, che il segretario del Pci propone a un’assemblea di intellettuali a Roma nel 1977 sulla base della relazione di Aldo Tortorella, e poi a Milano a un’assemblea di operai, non è la proposta di un pauperismo generalizzato come da più parti si è voluto far credere. Bensì una visione alternativa della società e della vita, contrapposta al consumismo sfrenato ed egoista, che produce disuguaglianze e malessere, distruzione della natura e sprechi enormi: «è il mezzo - precisa Berlinguer - per porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale e di fondo». E dunque austerità significa giustizia, sobrietà, efficienza e anche una moralità nuova.