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Se all’operaio non fai sapere i suoi diritti e il suo potere

Se all’operaio non fai sapere i suoi diritti e il suo potere

By Paolo Ciofi

L’inchiesta di Gad Lerner pubblicata da Repubblica il 2 agosto scopre in Lombardia una realtà già presente da tempo, ma finora non indagata dai giornali e dagli altri mezzi di comunicazione. Sindacalmente gli operai si dichiarano iscritti alla Cgil perché…

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Cazzullate senza fine

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By Paolo Ciofi

Risposta a Marco Rizzo, che nei giorni scorsi sulla pagina Facebook di Rifondazione aveva commentato l’articolo di Paolo Ciofi “Comunista, tu sii maledetto” con queste parole: «“Degenerazioni staliniste”?!! Ciofi e chi la pensa come lui se lo merita Cazzullo e…

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Il comunismo di Andrea Camilleri

Il comunismo di Andrea Camilleri

By Andrea Camilleri

Leonardo Sciascia sosteneva che il cattolicesimo e il comunismo fossero due parrocchie uguali, era un po’ cattivo coi comunisti. Intanto, il comunismo diceva e agiva cercando di far stare meglio gli uomini sulla terra e non nell’aldilà. Quindi le due…

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Comunista, tu sii maledetto

Comunista, tu sii maledetto

By Paolo Ciofi

Tra i tanti titolari di cazzullate che inondano la nostra vita, il Cazzullo doc, quello che scrive sul Corriere della sera, questa volta l’ha fatta davvero grossa. Addirittura spropositata. A sentir lui «l’anticomunismo e l’antifascismo dovrebbero essere come l’aria e…

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35 anni senza Berlinguer

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By Paolo Ciofi

L'11 giugno di 35 anni fa moriva Enrico Berlinguer, colpito da un ictus durante un comizio tenuto a Padova per le elezioni europee. Una peridta incolmabile. Ai suoi funerali parteciparono a Roma due milioni di persone. Lo ricordiamo pubblicando la…

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Ciofi rivoluzione ritaglio 500 min
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Gli articoli di Paolo Ciofi

Ancora sulla sinistra che non c’è

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Dopo il voto, con qualche anno di ritardo, tra giovedì e venerdì scorsi affiorano sui “giornaloni” sprazzi di realtà. «Pagano gli operai», apre a tutta pagina la Repubblica. E il Corriere della sera di spalla si domanda «Ma la sinistra sa ancora cos’è il lavoro?». Il manifesto, invece, ci offre...

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Mercatone Uno. Dove è finita la Costituzione

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1800 esseri umani, uomini e donne. 1800 persone. Licenziate in tronco da MercatoneUno e messe sulla strada senza neanche un avviso. Trattate come scarti del mercato, come inutili merci avariate da buttare nei cassonetti della mondezza. Un caso estremo, si dice. Ma succede quando il lavoro non è più un...

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La stagione delle «giunte rosse» (1976-1985) e il destino di Roma

Introduzione al libro Del Governo della città, bordeaux editore, 2016   Una crisi che viene da lontano Il declino di Roma, deturpata e offesa dalla corruzione dilagante e dall’indecoroso spettacolo di partiti ridotti perlopiù a comitati d’affari e a larve catodiche, di cui la vicenda denominata Mafia capitale è l’espressione più cruda e...

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La rivoluzione della politica

La rivoluzione della politica

Pubblichiamo l'intervento di Polo Ciofi sul tema "La rivoluzione della politica" in apertura della prima sessione del Convegno dedicato a Karl Marx, svoltosi al Macro di Roma dal 13 al 16 dicembre.   Il tema è centrale nel pensiero e nella vita di Marx dedicati alla lotta per trasformare la società. Un...

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La farsa è finita. Comincia la lotta per un'altra Europa

La farsa è finita. Comincia la lotta per un'altra Europa

La paradossale vicenda del bilancio dello Stato italiano si conclude in modo farsesco e al tempo stesso drammatico e rischioso. Sia perché il Parlamento della Repubblica democratica fondata sul lavoro è stato umiliato ed espropriato del suo ruolo, ridotto a un inutile fantasma chiamato prima a votare sul nulla e...

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Marx e gli oroscopi

Marx e gli oroscopi

Nella discussione su Marx e il capitale come rapporto sociale ci si domanda anche «che fine farebbe l’iniziativa privata […] in una società in cui venisse abolito il cosiddetto “plusvalore” (senza il quale nessuna iniziativa privata potrebbe esistere)». E la risposta che si dà non lascia scampo, giacché «senza iniziativa...

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Socialismo o capitalismo? Questo è il problema

Socialismo o capitalismo? Questo è il problema

Sostiene Emanuele Macaluso che sarebbe necessario rilanciare, in Italia e in Europa, una nuova idea di socialismo: quei valori del «socialismo democratico con i quali si è costituito lo stato sociale», «che dovrebbero essere rielaborati e riproposti in rapporto al mondo di oggi». E a sostegno della sua tesi cita...

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Marx e il capitale come rapporto sociale

Marx e il capitale come rapporto sociale

Introduzione di Paolo Ciofi alla giornata di studio in occasione del bicentenario della nascita di Karl Marx, svoltasi il 18 ottobre 2018 presso l’Università Roma Tre Dipartimento di Scienze della formazione, e promossa da Cesme, Futura Umanità, Proteo Fare Sapere I - Nell’introdurre i lavori di questo nostro incontro non è...

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La proprietà di Salvini e quella della Costituzione

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Bene ha fatto Alfonso Gianni a cannoneggiare con l’artiglieria pesante della critica l’affermazione retrograda e reazionaria di Matteo Salvini, secondo cui «la proprietà privata è sacra». Una bestemmia, sostiene Gianni, o se volete una fake news in contrasto radicale con ciò che la Costituzione prescrive. Occorrerebbe però riconoscere anche a...

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La rivoluzione del nostro tempo

La rivoluzione del nostro tempo

Manifesto per un nuovo socialismo Introduzione Siamo immersi in una formazione economico-sociale dominante ma decadente, percorsa da contraddizioni distruttive. Il sistema perde efficienza, la produzione ristagna, il pianeta degrada, la disoccupazione e la precarietà si diffondono, la povertà si estende, e milioni di persone muoiono di stenti e di fame nel mondo....

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Marx e la dittatura del capitale

Marx e la dittatura del capitale

In occasione del duecentesimo anniversario della nascita di Karl Marx (Treviri, 5 maggio 2018) pubblichiamo un capitolo del libro di Paolo Ciofi La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo, in uscita nei prossimi giorni per gli Editori Riuniti.   Nonostante la ricerca di fantasiose e accattivanti denominazioni volte a...

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La sinistra e il programma. Il tempo è scaduto

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Il lettino dello psichiatra, suggerito da Eugenio Scalfari, non basta per portare allo scoperto le ferite inferte da Matteo Renzi alla sinistra e alla democrazia. Con l’uomo di Rignano il Pd ha compiuto la sua parabola ed è diventato il partito di un uomo solo al comando: un altro partito...

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Ennio Calabria, opere 1958-2018

13 sala calabria murales
 
 

di Aldo Tortorella - Questo libro tratta di un tema decisamente contro corrente. Per molto tempo l'uso stesso della parola "lavoro" in relazione ai problemi della rappresentanza politica è parso un'anticaglia. Nel saggio in cui  Anthony Giddens, a metà degli anni '90, illustra la sua "Terza via", definita nel sottotitolo "Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia", non c'è alcuna traccia del lavoro come tema a se stante. Le tesi di quel volumetto divennero celebri a causa dei successi dell'allievo di Giddens, Tony Blair, furono festosamente accolte anche in Italia dal gruppo dirigente della sinistra maggioritaria, ebbero rilevante influenza nel dibattito pubblico. Quel saggio non è interessante solo come reperto storico. Essendo scritto da uno studioso di valore, con un grande lavoro alle spalle, contiene molti utili richiami ad un esame attento delle nuove mentalità e aspettative, oltre che l'invito a contrastare il fondamentalismo di mercato e a occuparsi dei temi emergenti, come, ad esempio,  l'ecologia. C'è dunque da capire perché i problemi legati ai rapporti di lavoro e alla vita lavorativa delle persone non vengano neppure nominati, perché, cioè, per il proposito di "rifondazione della socialdemocrazia" siano considerate  fuori da ogni interesse le questioni che riguardano la gran parte del tempo di vita, e delle preoccupazioni, della maggioranza delle donne e degli uomini in ogni paese  sviluppato.
Non era stato sempre così. Il 'manifesto' di Giddens usciva nel centenario di un'altra opera famosa scritta per rinnovare la socialdemocrazia, allora da poco nata: "I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia" di Eduard Bernstein. Quell'insieme di saggi, criticando in radice, così come venivano facendo altri economisti coevi, l'analisi economica di Marx  e spiegando la funzionalità e le potenzialità del meccanismo economico capitalistico tuttavia si collocava sempre dal punto di vista dell'interesse del lavoro e dei lavoratori - e del socialismo,  ridefinito come "movimento verso l'ordinamento sociale associativo o realizzazione di tale ordinamento sociale"(1). Bernstein critica le teorie sull'inevitabilità del crollo del sistema capitalistico, ma scrive: "L'antidoto capitalistico alle crisi porta in se i germi di un nuovo e aggravato asservimento della classe operaia."(2) Sono parole che, a scriverle adesso, sembrerebbero quelle di un pericoloso sovversivo.
La capacità del capitalismo di superare serenamente le sue crisi inciampava nella prima guerra mondiale, trovando impreparato, come si sa, Bernstein. E la guerra del petrolio in Irak ha trovato impreparato l'allievo di Giddens, che ci è sprofondato dentro portandosi dietro l'Inghilterra.  Non saprei dire se il fatto che Bernstein si pentì abbastanza presto d'aver votato i crediti di guerra, mentre Tony Blair non si è pentito affatto, derivi anch'esso dal diverso modo di guardare alla realtà tra i due riformatori della socialdemocrazia e tra i loro allievi. Certo è che si tratta di due modi assai diversi di stare all'interno della società capitalistica da parte di due tra i maggiori  esponenti di una medesima scuola di pensiero: da un lato le riforme per cambiare gradatamente "l'ordinamento sociale", dall'altro dei suggerimenti politici per ingentilirlo, confermandolo.
C'è di mezzo, com'è ovvio, un secolo, due guerre mondiali, la strepitosa sconfitta del tentativo - pagato a prezzo di tragedie terribili - di fondare una società nuova mutando d'imperio la ragione proprietaria, la vittoria planetaria del modello capitalistico e, infine, le trasformazioni nei mezzi e nei metodi della produzione dovuti alla scienza e alla tecnologia. Ma tutti questi fatti non spiegano automaticamente l'amnesia di una sinistra, nata innanzitutto per rappresentare il lavoro e i lavoratori, che dimentica per strada - come questo libro documenta - coloro da cui e per cui era stata concepita. I fatti, dice un luogo comune, parlano da soli: ma non è vero, come si sa, perché altrimenti tutti la penserebbero sempre allo stesso modo. Decisiva è la gara nell'interpretazione dei fatti. La gara, in questo caso è stata minima, e perciò c'è stato un rapido sfondamento culturale da parte delle correnti di idee che hanno sostenuto e sostengono non solo la eternità del meccanismo economico capitalistico, ma la impossibilità di intervenire entro di esso con la politica, se non per sorreggerlo: ciò che è stato chiamato il 'pensiero unico' neoliberista. Il costruirsi di una tale egemonia, perché questo vuol dire 'pensiero unico', avvenne sia perché una gran parte della sinistra si convinse che era inutile resistervi sia perché le difese approntate da chi, invece, volle resistere erano assai fragili .
C'era uno strumentario inadeguato di fronte al mutamento del mondo, ma ci fu a sinistra, non solo in Italia ma particolarmente qui, un effetto generalizzato di smarrimento o di panico dinnanzi all'evento, stavolta veramente 'epocale', del crollo del mondo sovietico. Coloro che, dalla sinistra alternativistica, l'avevano sempre osteggiato videro con soddisfazione cadere l'oggetto polemico, ma non perciò avevano l'attrezzatura mentale per intendere e affrontare credibilmente i problemi posti dalla globalizzazione capitalistica.  Coloro che, dalla parte della sinistra più moderata, come i socialdemocratici, l'avevano combattuto pur senza rinunciare formalmente alle aspirazioni socialiste (fino all'89 l'internazionale socialista aveva nel suo programma il "superamento del capitalismo") e si erano giovati della sua presenza per le proprie conquiste sociali, si affrettarono a mettere la sordina o a cancellare ogni rischioso finalismo. Coloro che, come i comunisti italiani, avevano voluto essere diversi da  quel mondo, ma ad esso erano stati legati, ne avevano sperato la riforma democratica, se ne erano alla fine distaccati e avevano, in parte, cominciato a lavorare per nuove fondamenta di principio,  scelsero in maggioranza di farla finita anche con se stessi.
Il risultato di tutto questo fu, in sostanza, il convincimento che, all'origine di tutti i mali ci fosse una lettura interamente erronea della società. Non era più possibile parlare di una concezione sbagliata del potere finita in crimini e nella propria stessa rovina (come aveva previsto la Luxembourg quando Lenin sciolse la Costituente). Non era neppure sufficiente mettere sotto accusa la trasformazione di un pensiero critico, come quello cui si era ispirato Marx, in una dottrina dogmatica che lo contraddiceva alla radice, generando catastrofi. Non bastava neanche dimostrare di avere inteso, sulla strada aperta da Gramsci, che era un errore leggere tutta la realtà umana come un mero riflesso della costituzione economica della società. Bisognava, questa era la convinzione cui approdò la maggioranza della sinistra, abbandonare la idea stessa della esistenza del conflitto tra gli interessi di classi tra di loro diverse: anzi, la stessa parola 'classe' doveva essere considerata appartenere a un mondo scomparso.
La logica conseguenza è che il partito politico e, più in generale la categoria del politico in quanto tale e la politica concreta, hanno e debbono avere come proprio oggetto di interesse e come proprio referente il cittadino (sostantivo maschile considerato neutro: la cittadina non ha diritto ad essere nominata), non gli appartenenti a questo o quel gruppo sociale.E' ovvio, si aggiunge, che esistono vari gruppi sociali con interessi diversi, ma la politica è il luogo dell'interesse generale, il luogo della mediazione, e dunque, per quanto riguarda i problemi della produzione e della distribuzione della ricchezza, è il luogo della politica economica: e qui bisogna curare in modo equanime l'interesse degli uni e degli altri. Perciò la rappresentanza politica del lavoro sfuma, anzi diviene un richiamo classista obsoleto.
La stessa parola 'lavoro' va considerata una astrazione priva di contenuto perché esistono solo 'i lavori' ognuno diverso dall'altro, in una gamma di funzioni e esperienze così grande da non potere esser ridotta ad un solo significato. Anche i dirigenti d'impresa sono lavoratori dipendenti e gli imprenditori sono lavoratori autonomi. Tutti stanno in parità sul mercato come individui: qualcuno porta al mercato le sue braccia , il suo corpo e le sue abilità, altri portano la propria disponibilità di capitale e la propria competenza nel maneggiarlo. La dicotomia tra lavoro e capitale è risolta.  Il lavoratore in quanto tale, dunque, può essere un soggetto sindacale, non politico. Il classismo è cosa ottocentesca, anche perché, si dice, gli operai sono sempre meno e perché, si spiega, noi viviamo ormai in un mondo postmaterialista dove "l'espressione di sé e il desiderio di un lavoro appagante stanno sostituendo la massimizzazione delle gratificazioni economiche". (3)
Le conseguenze di questo modo di pensare, in Italia, sono quelle di cui parla con ampia documentazione questo libro di Paolo Ciofi: che l'editore e l'autore hanno deciso di ristampare cosi com'era uscito sette anni fa perché conserva una piena attualità avendo ottenuto conferme clamorose. E, in più,  costituisce una testimonianza della prevedibilità di ciò che sta accadendo e della utilità che vi sarebbe stata e vi sarebbe, da parte della sinistra, di adottare un punto di vista diverso da quello sin qui prevalente.
La prima conferma è venuta dalla crisi economica su scala mondiale. Sette anni fa si stava penosamente uscendo dalla crisi determinata dallo scoppio della bolla informatica (il rigonfiamento smisurato dei titoli del settore), venuta dopo la crisi del sud est asiatico e il fallimento argentino, e si prometteva la ripresa. Al contrario, tre anni dopo è avvenuto il disastro da cui si stenta ancora oggi ad uscire, un disastro così profondo che si è temuto, non in qualche conventicola di facinorosi ma a Wall Street , per la tenuta del sistema. Per fronteggiarlo, sono intervenuti gli stati, a partire dagli Stati Uniti, con montagne di miliardi che,come sempre, vanno a carico dei contribuenti: e cioè in massima parte dei redditi medi e bassi che sono la parte più facile da colpire e pagano più di tutti gli altri anche attraverso le imposte sui consumi.
Pagano i lavoratori,'del braccio e della mente' come si diceva una volta, con la disoccupazione, con il precariato, con la perdita di diritti faticosamente conquistati. E pagano  i piccoli risparmiatori che hanno visto molto spesso i loro soldi svanire; il piccolo ceto medio si impoverisce. Nelle crisi molti ci rimettono ma è certo che qualcuno ci guadagna. I soldi non spariscono, cambiano tasca. Il gatto e la volpe che rubano gli zecchini di Pinocchio promettendogli la loro moltiplicazione per via arborea sono sempre al lavoro. Nonostante le tesi sulla crescente preferenza per "l'espressione di sé" e  i "lavori appaganti" - in cui, s'intende, c'è pure una parte di realtà da un certo livello in su -  non mancano gli abitanti dei quartieri alti che, non essendo stati informati del fatto che vivono in una società postmaterialista, si accontentano della antiquata "massimizzazione delle gratificazioni economiche", continuando a far soldi a palate. A molti di costoro il neoliberismo è servito, ma non è servito ad affrontare i mali del mondo. Era giusto mettere sotto accusa le politiche neoliberiste non solo per l'evidenza della loro ingiustizia sociale ma perché non era e non è quella la strada, come molti ora riconoscono, né per un ordinato progresso nè per la soluzione delle piaghe del pianeta (la fame endemica, il rovinio dell'ambiente,l'abisso tra paesi  ricchi e poveri con i subbugli che ne conseguono). E non era, non è, lo strumento per affrontare i mali materiali e morali dell'Italia.
La seconda conferma, anch'essa clamorosa delle tesi che in questo libro si sostengono l'ha data la dottrina Marchionne, il manager Fiat all'ultima moda. Questo illustre pensatore ha chiarito in primo luogo che gli operai esistono e, anzi, sono talmente importanti che  proprio a  loro spese deve avvenire la contrazione dei costi - anche se il prezzo del lavoro incide solo per il 7%. In secondo luogo ha spiegato che chi comanda è lui, il capo fabbrica, a nome dell'azionarato anonimo e familiare e che i suoi piani o si accettano così come lui li vuole, compresa la  rinuncia al diritto di sciopero o si chiude. In terzo luogo ha chiarito che il contratto nazionale non vale più ma vale solo quello scritto dall'azienda cioè da lui stesso.  Infine ha reso chiaro che di una rappresentanza autonoma del lavoro non c'è da parlare: chi non accetta il piano del capo non ha diritto di rappresentanza in fabbrica. Anzi, la rappresentanza elettiva dei lavoratori  è abolita e sostituita da persone nominate dagli annuitori al volere manageriale o, per meglio dire, padronale. Ho esitato a scrivere l'aggettivo 'padronale' perché se è vero che in tutta questa lezione marchionnica c'è il sapore  del padronato ottocentesco, è anche vero che quei padroni antichi rischiavano qualcosa, e a volte tutto, mentre ora l'autore di questa impresa non rischia nulla: lui lavora con i soldi delle banche, cioè di tutti i risparmiatori del mondo. Se va male viene comunque pagato a milioni e se va bene guadagnerà da solo come tutti gli operai della fabbrica FIAT Mirafiori messi insieme.
Si tratta di una lezione politica, non soltanto sindacale. L'attacco al diritto di sciopero e di rappresentanza sono fatti politici. L'esistenza o no dei contratti nazionali di lavoro è un fatto anche politico perché la trasformazione del mercato del lavoro in una giungla riguarda la vita stessa della società. E le scelte di  sviluppo industriale sono un fatto politico –come ha dimostrato l'intervento di Obama per la Crysler o della Merkel per la Opel. E' pura ipocrisia ritenere che la questione del lavoro e i problemi dei lavoratori debbano essere lasciati al mercato per non soffocare il libero gioco delle forze economiche con l'ingerenza della politica: in realtà anche questa è una scelta politica, tipicamente di destra, che maschera il favore che si vuol rendere a una delle parti in causa, e, cioè, alla imprenditoria. Innanzitutto perchè sul mercato gli attori non sono in condizione di eguaglianza: chi ha o gestisce il capitale possiede un potere smisurato rispetto alla controparte, come la lezione di Marchionne insegna. In secondo luogo la destra è sempre pronta a infischiarsene del libero gioco del mercato quando si tratta di sorreggere gli interessi del capitale, intervenendo con ogni mezzo.
In realtà, l'accettazione da parte della sinistra della presunta capacità autoregolativa del mercato in ogni materia compresi i  rapporti di lavoro ha come conseguenza la scelta di non occuparsi del conflitto sociale . Così mentre la destra, e il suo governo,  appoggiavano più o meno scopertamente , nel caso esemplare della Fiat,   l'attacco imprenditoriale al diritto di sciopero e di rappresentanza – e al contratto nazionale di lavoro - la sinistra parlamentare dichiarava la propria equidistanza tra i sindacati, divisi, e tra Marchionne e il sindacato che si opponeva, la FIOM, maggioritario tra i metallurgici .  Si invoca, a giustificazione, il rispetto dell'autonomia sindacale. Ma, quando entrano in discussione valori e diritti fondamentali, è un dovere l'intervento della politica, in difesa anche dell'autonomia sindacale. Questa non può significare l'esclusione del dovere della politica di pronunciarsi sui temi essenziali che riguardano la stessa convivenza civile: al contrario, l'autonomia si rafforza se la politica fa la propria parte. La scelta da parte della sinistra politica della neutralità nei rapporti di lavoro - e sui principi stessi che presiedono ad un loro svolgimento costituzionalmente corretto -  ha solo il significato di un allontanamento dal mondo dei lavoratori e di un indebolimento della resistenza al  prepotere dei detentori o gestori del capitale. L'unica forza che può contrastare la potenza oggettiva del danaro sta – starebbe -  nella compattezza della coalizione del lavoro: ma questa, già minata dalla permanente divisione sindacale, è resa più grave dalla scelta teorica e pratica della sinistra politica di considerare la 'discussione tra le parti sociali' come un dato ad essa estraneo.
Lo scontro tra gli interessi materiali – il conflitto tra le classi - e i suoi modi di svolgimento nella età moderna non sono una invenzione di qualche arruffapopoli, ma una realtà di fatto. Se non si sceglie il proprio posto in questa contesa si diventa insignificanti. La perdita di consenso gravissima di tutta la sinistra italiana  tra i lavoratori dipendenti, che Ciofi esamina, è il risultato, dal lato della sinistra moderata, del vero e proprio abbandono della volontà di collocarsi dalla parte del lavoro oppure, all'opposto, dalla parte della sinistra alternativa, di una supposta 'scelta di classe' puramente ideologica, scissa dall'esame –  indispensabile – delle mutazioni nella materialità dei processi lavorativi e nel modo di pensare delle lavoratrici e dei lavoratori.
Non c'è difesa concreta delle persone che lavorano se non ci si sforza di intendere la diversità tra uomo e donna e la complessità della figura sociale di ciascuna e ciascuno, certamente non riducibile ai soli dati dei tempi, dei modi e delle retribuzioni del lavoro. La premessa di una corretta posizione politica rispetto al lavoro, però, è  nel rifiuto della regressione culturale e politica  espressa dalla teoria che vuole riassorbire il lavoratore e la lavoratrice nella categoria di 'cittadino'senza specificazioni. Questa categoria non comprende tutto –ci sono, prima, la donna e l'uomo – e non ha un significato univoco. Il cittadino lavoratore, cioè colui che porta al mercato solo le proprie braccia e la propria mente,  non è eguale, anche se ha eguaglianza giuridica di diritti, a un cittadino che ha altra condizione economica fin dalla partenza.
Disconoscere questa verità elementare – che, però, ha avuto bisogno di secoli per essere ammessa e che, come si vede, ancora oggi è contestata –in Italia vuol dire non soltanto mostrare una regressione culturale profonda, ma ignorare la Costituzione. Essa contiene esplicitamente questa verità elementare e la eleva a principio nel suo famoso – ma da molti non amato - articolo 3, che avrebbe dovuto e dovrebbe essere punto di riferimento essenziale per tutti e in primo luogo per chi si dica di sinistra o di centro sinistra. E' il 'lavoratore' che viene denominato come tale perchè la Repubblica rimuova "gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica economica e sociale del Paese." Questa formulazione, sia detto per memoria, fu unitaria, non di una parte sola dell'assemblea costituente. Ma la Costituzione la si conquista tutti i giorni, se non si vuole che resti come un oggetto di antiquariato. Non c'è da meravigliarsi del fatto che la destra italiana promuova lo smantellamento della Costituzione  con l'azione politica e legislativa e con la agitazione propagandistica, se manca il contrasto dalla parte opposta. Come questo libro ha previsto, la incertezza o i cedimenti a sinistra hanno sempre di più incoraggiato le destre nella richiesta esplicita di un'altra costituzione Rifiuto del fondamento sul lavoro (art. 1), rifiuto del capitale di sottostare a qualsiasi norma e finalità sociale (art.41): cioè, dal primato del lavoro al primato del capitale. Il lavoro va considerato, secondo il pensiero di destra, una merce tra le altre. E la conseguenza è che non si può basare la Costituzione su una merce, che tra l'altro è tanto più vile quanto più è abbondante. A coloro che sostengono queste tesi non viene neppure in mente che il lavoro sia un valore fondativo della persona e della società e sia la origine della stessa accumulazione del capitale .
L' attacco della destra al lavoro avviene  in nome delle condizioni create dalla globalizzazione. L'imbarazzo della sinistra è paradossale se si pensa che è stata proprio la destra neoliberista, che ora pretende di dettare lezione, a guidare il processo di globalizzazione e a generare la crisi . E', però, meno paradossale se si pensa che anche la sinistra, in Italia come nel mondo, sposò quasi per intero le tesi del neoliberismo. Non si deve certamente disconoscere che la creazione di un mercato unico dei capitali e delle merci crei condizioni nuove e dunque esiga anche adattamenti nelle politiche economiche, negli assetti produttivi, nelle politiche del lavoro sia nelle macro regioni in cui si divide il mondo – per noi l'Europa – sia all'interno di ciascuna di esse. Ma ciò non significa accondiscendere all'attacco ai diritti fondamentali del lavoro, che sono diritti democratici basilari – il diritto di sciopero, di rappresentanza, di salvaguardia del dissenso ovunque e dunque anche in fabbrica.
Non è vero che vi sia una fatalità regressiva implicita nel processo di globalizzazione. La resistenza è possibile, come anche il caso Fiat ha dimostrato nel referendum capestro: o tu accetti o si chiude. Quella metà di operai che hanno votato un 'sì' al ricatto dell'impresa vanno capiti, perché la scelta per salvare il posto di lavoro sembrava, ed era, obbligata. Ma la straordinaria prova di coraggio e di dignità dei lavoratori che hanno votato contro il ricatto, anche a costo di perdere il lavoro in una situazione di crisi generalizzata, dice che non è vero che alla perdita dei diritti non c'è rimedio. Si può far fronte alla globalizzazione in altro modo che non regredendo a condizioni di lavoro ottocentesche, come provano rilevanti esempi anche in Europa. La sistematica svalorizzazione del lavoro non è un rimedio, ma una causa delle crisi. Quanto più si deprimono le  possibilità di acquisto della parte maggiore della popolazione tanto più difficile è uscire dalla recessione e dalla stagnazione.
Se è vero, come lo è, che dalla crisi neoliberistica e dal disastro ecologico già in atto si può uscire solo con una maggiore sobrietà - con il ritorno a pensare quella austerità che, proposta da Berlinguer, fu demonizzata - allora dovrebbe essere chiaro che la azione politica, oltre che sindacale, per la difesa e la valorizzazione del lavoro è essenziale. Non si può pensare a una austerità a senso unico sia per ragioni economiche oltre che umane e morali, sia e soprattutto perché a causare il disastro ecologico è stato precisamente il sistema improntato (anche nei paesi emergenti) alla follia di porre come modelli da desiderare e mete da raggiungere gli sprechi assurdi – e piuttosto volgari – degli arricchiti oggi in voga. La sobrietà, l'austerità coincidono con i valori di un incivilimento fondato sull'accrescimento del sapere, della cultura, sui valori dell'essere piuttosto che dell'avere. Lavorare per una svolta di queste proporzioni chiede non solo buona volontà, ma studio , uso di tutte le conoscenze e competenze possibili, ricerca di strade non ancora percorse, bando di ogni spirito di setta, capacità di ascolto e di unione. Questo libro è una prova  d'impegno su questa strada e aiuta il cammino di chi vuole percorrerla.

1)E. Bernstein. I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia. (trad. it. Laterza) pg.136.
2)Ibidem.pg130.
3)A. Giddens. La terza via. Manifesto per la rifondazione della socialdemocrazia.(trad. it . il Saggiatore) pg.35. Si tratta di un pensiero di Inglehart che Giddens fa suo.