6. In queste condizioni, l'urgenza che incombe è quella di porre mano alla costruzione di un'ampia coalizione del lavoro capace di rappresentare, unificare e organizzare le lavoratrici e i lavoratori del nostro tempo intorno a un progetto di cambiamento che indichi la via per superare la crisi. E che perciò sia in grado di offrire uno sbocco politico democratico e progressivo alla protesta e alla paura, al malessere e alla rabbia che percorrono il Paese. La condizione preliminare perché ciò sia possibile consiste nel riconoscere i caratteri nuovi e gli interessi del lavoro del XXI secolo, distinguendoli e separandoli da quelli del capitale, e dunque nel ridefinire la dualità capitale-lavoro, le diverse forme dello sfruttamento capitalistico e del conflitto.

Una delle più rilevanti novità che caratterizzano il capitalismo finanziario globale si manifesta nell'avere esteso lo sfruttamento della persona umana ai fini del profitto ben oltre i confini della fabbrica fordista, su cui si sono conformati nel Novecento il movimento operaio e la sinistra. È su questa dimensione più ampia del lavoro, precaria e differenziata fino a coprire l'intero tempo di vita, che si situa oggi la linea dello sfruttamento capitalistico. Ed è su questa frattura sociale, che è anche antropologica ed esistenziale, che oggi bisogna agire.

Serve una visione unitaria del lavoro capace di mettere insieme le sue diverse espressioni e figure indotte dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, dalla dimensione crescente del lavoro cognitivo. E perciò vada oltre i confini storici del lavoro manifatturiero classico, che pur restando essenziale in questa fase tende a integrarsi fortemente con la comunicazione e la formazione, con la ricerca e la scienza, con le infinite applicazioni che coinvolgono trasversalmente l'industria, l'agricoltura, i servizi.

In altri termini, serve una visione più complessa e generale del lavoro dipendente ed eterodiretto, largamente maggioritario nella società, che sarà tanto più unificante quanto più declinata al femminile e al maschile, e quanto più inclusiva dei lavoratori migranti. Il lavoro pubblico e privato, della grande e della piccola impresa. Il lavoro come forza produttiva fondamentale dei beni materiali e immateriali, in assenza della quale la società non vive. Il lavoro come scambio permanente tra i produttori e la natura, che comporta una visione inscindibile dello sfruttamento umano e ambientale. Il lavoro come legame sociale, e quindi come fattore costitutivo della personalità, che esclude l'annullamento dell'individuo nella classe.

La contraddizione tra la socialità allargata del lavoro e la concentrazione inusitata della proprietà sui mezzi di produzione, di comunicazione e finanziari - vale a dire tra forze produttive e rapporti di proprietà - è diventata esplosiva. Più che mai nella nostra epoca, dominata dalla rivoluzione digitale e dalla rete, il capitale - per dirla con quel tale di Treviri - è «un prodotto comune» che «non può essere messo in moto se non dall'attività comune di molti membri della società, anzi, in ultima istanza, da tutti i membri della società».

A una potenza sociale che genera un prodotto comune dovrebbe corrispondere una proprietà comune dei mezzi strumentali, e dunque anche della rete. Prevalgono invece le vecchie, ormai logore forme della proprietà capitalista abilmente mascherate. Sebbene appaiano addirittura barbariche, quando vengano messe a confronto con la socialità della rete e con la straordinaria potenza della forza-lavoro della nostra epoca, che si esprime soprattutto come capacità comunicativa e relazionale a livello planetario.

Per questa ragione oggi esplode in modo drammatico, con la crisi economica e sociale, la contraddizione mai sopita tra chi compra e chi vende la propria forza-lavoro, tra chi è proprietario dei beni strumentali e finanziari, e chi dispone solo delle proprie capacità intellettuali, fisiche e morali, che aliena in cambio dei mezzi per vivere. Una contraddizione che diventa ancora più esasperata con la moltiplicazione degli strumenti finanziari, attraverso i quali la proprietà formalmente si diffonde ma l'appropriazione massicciamente si concentra. Ed è proprio la disponibilità della proprietà altrui che consente a una ristretta oligarchia del denaro di giocare d'azzardo con il risparmio e le pensioni dei lavoratori.

Ma proprio per questa stessa ragione prendono rilievo e assumono un carattere di straordinaria attualità i principi economici e sociali della Costituzione fissati nel titolo III, di cui nel dibattito e nella lotta politica si sono perse le tracce. Laddove alla proprietà si pongono precisi vincoli di «utilità sociale» in modo da non «recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». E si stabilisce che possono essere trasferite «allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti» determinate attività d'impresa «che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio».

 

7. Nella nostra Costituzione sono scolpiti i principi fondamentali di un progetto di cambiamento, che indica la via per superare la crisi verso un modello di civiltà più avanzata, di tipo socialista, da porre a base di un'ampia e moderna coalizione politica del lavoro. Questa è la nuova pagina da leggere e rileggere con gli occhi della modernità, nel pieno di una crisi che scuote il capitalismo nei fondamenti, vale a dire nel suo modo di produzione e riproduzione. Non so se Romano Prodi possa ancora vantarsi di aver fatto più privatizzazioni della Thatcher. Ma domandiamoci: cosa ci impedisce, alla luce dei principi costituzionali, di nazionalizzare le banche? Di trasferire, diciamo, la Fiat, l'Ilva, la Richard Ginori a comunità di operai e tecnici, liberandole dal peso di una proprietà inutile e dannosa? Nulla ce lo impedisce. È "solo" una questione di rapporti di forza, e di chiarezza sul tipo di società che vogliamo.

La verità è che ci troviamo al centro di un condizione lacerante e dolorosa. Come può l'intervento della politica affermare l'egemonia del lavoro e mettere sotto controllo il capitale, se i portatori degli interessi offesi dal capitale sono privi degli strumenti della politica? E come può reggersi una Repubblica fondata sul lavoro, se i lavoratori non hanno alcun peso politico? Si è determinata una frattura tra il progetto costituzionale e la realtà dell'Italia. E ciò chiarisce perché viviamo in uno stato di perenne incertezza, tra enormi potenzialità represse e pesanti regressioni reali. La Repubblica democratica è stata disancorata dal suo fondamento e sta andando alla deriva. Se non si pone un argine a questo andamento, l'alternativa è un ferreo regime autoritario incardinato sulla dittatura del capitale, italiano o europeo che sia.

La Costituzione indica nel partito politico l'architrave di una democrazia sociale avanzata e progressiva, ma mai come oggi il disprezzo per la politica è stato così diffuso. E l'idea che per mezzo del partito politico si possano cambiare la nostra società e la nostra vita è largamente revocata in dubbio. Non potrebbe essere altrimenti, giacché il partito, nella sua configurazione attuale, appare inservibile come mezzo di partecipazione democratica e di liberazione delle lavoratrici e dei lavoratori del nuovo secolo. Ma poiché, per dare inizio a una nuova lotta di Liberazione, quelli che non possiedono ricchezze e capitali da investire non hanno altro strumento da mettere in campo che non sia una libera coalizione politica di donne e di uomini liberi, uniti nello scopo di darsi un progetto condiviso, occorre ripensare e ricostruire dalle fondamenta la forma partito.

È del tutto chiaro che un'ampia coalizione politica che faccia asse sul lavoro e assuma la Costituzione come tavola dei valori non può essere generata, e neanche concepita, per effetto di manovre di vertice che dall'alto aggreghino e disaggreghino ristrette élites partitiche e intellettuali. Una nuova aggregazione può nascere solo se le diverse esperienze e movimenti di lotta diffusi nel Paese, si incontrano, si riconoscono, si parlano e convergono su un progetto e regole comuni. In basso, nei territori e nelle periferie urbane, coordinando e mettendo insieme le soggettività del lavoro con quelle ambientaliste e con i movimenti per i beni comuni e i diritti civili. In alto, attraverso il coinvolgimento di forze presenti nei partiti, nei sindacati e nelle associazioni, che si riconoscano nell'esigenza di voltare pagina. In basso e in alto, formando gruppi d'intervento, cioè dirigenti, che lavorino alla costruzione e alla messa in opera di una nuova soggettività politica della classe lavoratrice del nostro tempo, con caratteristiche popolari e di massa. O c'è un'altra strada per cambiare davvero lo stato delle cose presente?

Paolo Ciofi