1. Il quadro dell'Italia dopo il voto è il punto di approdo di un processo che viene da lontano, e che oggi si avvicina pericolosamente al collasso dell'impianto democratico costituzionale per effetto della crisi dei partiti e dell'intero sistema politico. Poiché i partiti hanno perso da tempo la funzione che la Costituzione loro assegna, di essere cioè il tramite tra società e istituzioni, lo strumento che i cittadini liberamente si danno «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», il Parlamento non è più lo specchio del Paese. E non dà voce né rappresentanza, nella sua interezza, alla struttura complessa e diversificata della società. Questo vuol dire che siamo entrati in una fase di acuta crisi della democrazia rappresentativa.
Non solo (e non tanto) perché il comico che ha vinto le elezioni annuncia la morte dei partiti in un delirio totalitario che assegna a se medesimo il 100 per cento dei consensi. O perché una legge elettorale inqualificabile trasforma una minoranza di voti espressi nella maggioranza assoluta dei deputati. Se si guarda alla composizione sociale del voto, si comprende che le leggi elettorali del passato e i processi in atto sono altrettanti colpi di piccone assestati ai fondamenti sociali su cui la democrazia rappresentativa si regge.
Secondo le indagini La Polis-Demos, cui fa riferimento Ilvo Diamanti su la Repubblica dell'11 marzo scorso, il Movimento 5 Stelle è diventato il principale partito operaio, più precisamente il partito di gran lunga maggioritario tra gli operai, dove raccoglie il 40 per cento dei consensi contro il 25 del centro-sinistra (-14 per cento rispetto alle elezioni politiche del 2008) e il 26 del centro-destra (-27 per cento). Risultati analoghi tra i disoccupati, con il M5S al 43 per cento, e il centro-sinistra e il centro-destra rispettivamente al 20 e al 23 per cento.
Se poi si prendono in considerazione i tecnici, i funzionari e gli impiegati, si può constatare che anche nell'insieme dei lavoratori dipendenti il M5S è il partito largamente maggioritario, collocandosi a ridosso del 40 per cento, mentre gli schieramenti avversi non sfondano il muro del 25. Come osserva Diamanti, il centrosinistra "riformista" risulta il più «im-popolare» degli schieramenti, raccogliendo consensi di maggioranza tra gli impiegati e i funzionari (32,4 per cento) e i pensionati (39,5 per cento). Mentre Rivoluzione civile, come sappiamo, è fuori dal Parlamento.
Dunque, è del tutto evidente che la classe operaia e le figure più svariate del lavoro subordinato ed eterodiretto, non sentendosi tutelate né rappresentate dal vecchio sistema politico, hanno riversato i loro voti su Grillo e il suo partito, pur non essendo il promotore dei vaffa day un apostolo della liberazione del lavoro. Voti di protesta certo, di rabbia, anche di disperazione. Ma controprova drammatica e illuminante di un vuoto nel sistema, dove non esiste da oltre un ventennio un'autonoma e libera formazione politica delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti, in grado di rappresentarli, di interpretarne i bisogni e le aspirazioni, di farne rispettare i sacrosanti diritti nel buio della crisi dell'economia e della società. Il lavoro, senza rappresentanza, è stato espulso del sistema politico. Questo è il buco nero in cui sta affondando la democrazia.
2. Se le cose stanno così, vuol dire che è caduta, sul piano della rappresentanza sociale e di classe, la discriminante di fondo tra destra e sinistra. Questa è stata del resto l'acquisizione, autorevolmente teorizzata, di Tony Blair e del blairismo. Una sinistra che non faccia asse sul lavoro non è una sinistra: come Veltroni non si è stancato di ripetere, «siamo riformisti, non di sinistra». Ma se questa sinistra, sradicata dalla sua classe sociale di riferimento, non è più una sinistra e risulta inevitabilmente perdente nella sua vana ricerca del centro che non c'è, il voto operaio alla destra non la trasforma in una forza progressista o di sinistra. Al contrario, rende la destra più potente e dominante sull'intera società.
Nel 2008 il centro-destra ha raccolto il 53 per cento del voto operaio mentre il centro-sinistra stava sotto il 40 e la Sinistra Arcobaleno sotto il 4 per cento. Ma già oltre un decennio fa, nelle elezioni del 2001, era apparsa evidente una tendenza di fondo che successivamente non è stata interrotta. Allora, secondo le indagini dell'Istituto Cattaneo di Bologna, i Ds raccoglievano appena il 16 per cento del voto degli operai delle imprese private. E siccome per Rifondazione comunista votava solo l'11 per cento degli operai delle stesse imprese, si poteva constatare che la somma del voto operaio dei due partiti risultava inferiore al consenso ottenuto da Forza Italia, che raggiungeva il 31 per cento.
Si trattava di un fatto di straordinario rilievo nella conformazione del sistema politico. Una assoluta novità, da cui però i dirigenti dell'epoca non hanno tratto alcuna lezione. Poiché le "due sinistre" perdevano insieme, e Bertinotti non compensava le perdite di D'Alema, e viceversa, se ne doveva dedurre che gli elettori, gli operai in particolare, giudicavano le "due sinistre" entrambe inadeguate, e perciò era tempo di percorrere altre strade.
Invece, oggi dobbiamo prendere atto che l'espulsione dal sistema politico del lavoro dipendente in tutte le sue forme - dall'operaio di fabbrica alle nuove figure professionali e scientifiche indotte dalla rivoluzione digitale, dal disoccupato e precario permanente a gran parte dell'universo femminile e giovanile - ha aperto una voragine nell'assetto democratico costituzionale. E che ciò rende assai difficile lo sviluppo di una lotta democratica, popolare e di massa, sulla via di una civiltà più avanzata come progetta la Costituzione fondata sul lavoro: condizione peraltro indispensabile per uscire dalla crisi storica del capitalismo globale. Non per caso, anche nei ripetuti richiami di Giorgio Napolitano all'interesse generale, scompaiono i principi sociali della Costituzione che ne caratterizzano la parte più innovativa. E il tutto si risolve in un galateo delle buone regole civili, poco riformista e per nulla rivoluzionario (absit iniuria verbis), ma autorevolmente conservativo.
3. Gli svolgimenti drammatici della crisi economica e sociale, con milioni di disoccupati che crescono in Italia, in Europa e nel mondo, con la compressione dei redditi da lavoro, salari e pensioni elevata a legge suprema dell'economia, con l'assalto indiscriminato alla natura e ai beni comuni, hanno spazzato via teorizzazioni di vario ed opposto segno. Da più parti erano state formulate le profezie più svariate, come la fine del lavoro, la tecnicizzazione del capitale, la naturalità dello sfruttamento, e infine il superamento della società divisa in classi. Superata la dualità lavoro-capitale per nostra somma fortuna e felicità, la fine della lotta di classe è stata annunciata dai più sofisticati "serbatoi del pensiero", finanziati da un pugno di proprietari universali insediati al vertice del potere: proprio nella fase in cui la lotta di classe, da loro stessi scatenata, raggiungeva il massimo d'intensità ed efficacia.
È la conferma che la più alta forma della lotta di classe , condotta in questi anni senza tregua non solo sul terreno economico e sociale ma anche su quello ideologico e culturale, consiste proprio nel negare l'esistenza delle classi e dell'avversario di classe. Spossessando perciò i lavoratori e le lavoratrici della nostra epoca della loro identità socio-culturale, della loro storia e memoria. L'espulsione del lavoro dipendente dal sistema politico non è stata il risultato dell'estinzione nel corpo della società dei lavoratori manuali e intellettuali, che mai sono stati così numerosi in Italia e nel mondo, bensì l'effetto dirompente della lotta di classe condotta dall'alto da parte delle classi dominanti dei diversi Paesi, che ormai per molti aspetti agiscono globalmente come un'unica classe.
Luciano Gallino ha documentato in modo ineccepibile nel suo ultimo libro gli svolgimenti di questo conflitto tipico della nostra epoca, promosso dalla «classe dominante globale» contro quella dei lavoratori per evitare che questi possano in qualche misura «intaccare il potere di decidere che cosa convenga fare del capitale». La privatizzazione universale, che è parte costitutiva della lotta di classe proclamata dal capitale contro il lavoro, raggiunge il punto più alto e definitivo con la privatizzazione della politica, che espropria le classi subalterne del solo strumento idoneo a incidere nei rapporti sociali per trasformarli, annullando la classe lavoratrice come soggetto della trasformazione per prostrarla in una condizione di subalternità passiva e senza prospettive.
È come se a una persona venga impedito l'uso del cervello per pensare, delle braccia per agire, delle gambe per camminare, riducendola allo stato vegetativo. Ma siccome la classe lavoratrice moderna costituisce la stragrande maggioranza della società, in tal modo si paralizza e si riduce all'impotenza l'intero corpo sociale. Quando negli Stati Uniti si consente alle grandi corporations di impiegare somme illimitate di dollari per finanziare i partiti, ciò significa che di fatto nessuno può fare politica contro Wall Street e contro i mercati. In altre parole i politici, osserva il sociologo Ulrich Beck, diventano «pedine di un gioco di potere dominato dal capitale» e impongono «a livello nazionale, "come politica riformista", le regole dei mercati globalizzati».