Dalla non vittoria alla disfatta di Bersani. Si chiude così un ciclo di vita del Pd dentro una crisi dell'intero sistema politico che viene da lontano, e che ha subito un'accelerazione esplosiva sotto la spinta delle larghe intese. Una nobile espressione per dire che destra e sinistra sono chiamate a convergere nel superiore interesse della nazione, adeguandosi in questa fase al "sentimento" dei mercati e alla tecnoburocrazia di Bruxelles. È il "lodo Napolitano", sommo conservatore degli equilibri di potere esistenti, con gli effetti distruttivi cui assistiamo. Lo stratega delle larghe intese ha divorato il suo (maldestro) esecutore, il braccio della mente.
Secondo questa "strategia", prima si è dato vita al governo "tecnico" di Monti, adesso si dovrebbe governare con Berlusconi, un soggetto chiamato a rispondere di innumerevoli reati e nemico dichiarato della Costituzione. Con questo scopo si dovrebbe eleggere un presidente di "garanzia". E per questo Napolitano è andato a scomodare anche Moro e Berlinguer, come se fossero paragonabili a Berlusconi e a Bersani (o a se medesimo). È un disegno che ha bisogno di una doppia convergenza: all'esterno del Pd, con la destra; all'interno del partito, tra le diverse e contrastanti correnti che si scontrano.
Nella continua oscillazione tra l'esigenza del compattamento interno e quella della conquista comunque del governo, il Pd si è consumato nei tatticismi del momento privo di un vera strategia e di un rapporto organico con la società, non è stato in grado di interpretarne i bisogni, gli interessi, i sentimenti. E di riconoscere il conflitto esplosivo tra capitale e lavoro, che è il tratto distintivo della crisi. La candidatura di Marini era la garanzia offerta agli ex Dc per aprire a destra. Quella di Prodi funzionale a ricucire gli strappi nel partito. Mentre Renzi aveva fatto emergere emblematicamente il nome di Chiamparino, l'ex sindaco diventato uomo di fiducia dei banchieri.
Arzigogoli politicisti, segnali a chi doveva intendere, poco chiari giochi di potere lontani mille miglia dallo stato reale dell'Italia, dalla condizione penosa e senza prospettive in cui vive la maggioranza degli italiani. E quindi dall'esigenza di un cambiamento radicale. Un presidente di garanzia sì. Ma garante della Costituzione come Rodotà, che si batta con coerenza per la sua applicazione e ponga al centro dell'attenzione, in questa drammatica crisi economica e sociale, soprattutto il titolo III finora colpevolmente dimenticato. Laddove si dice, tra l'altro, che «la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni». Che «il lavoratore ha diritto a una retribuzione sufficiente ad assicurare una esistenza libera e dignitosa». Che «la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore».
La "strategia" delle larghe intese ha dato respiro alla destra e soffoca la sinistra. Ma, nel momento in cui esplodono le contraddizioni del Pd, la sinistra può riprendere fiato, ricomporsi e ridislocarsi su una linea efficacemente alternativa. A condizione che si comprenda che una lotta di massa per l'applicazione dei principi costituzionali, in primo luogo dei principi sociali, comporta la costruzione di una sinistra nuova. E che, se questa lotta si sviluppa coerentemente sul terreno democratico, inevitabilmente finirà per porre il tema ineludibile del superamento degli attuali rapporti capitalistici di sfruttamento verso una civiltà più avanzata: come la Costituzione prevede. Non è un salto nel buio, e perciò del futuro non bisogna avere paura. Ma la sinistra, se è tale, su questo nodo strategico deve fare chiarezza.
Paolo Ciofi (20 aprile 2013, ore 8,30)