In queste condizioni, come avviene ormai da anni anche in Italia e in Europa, la politica perde ogni autonomia dal capitale e cambia natura. Nell'intreccio perverso con il denaro e la finanza, da strumento di cambiamento della società diventa fattore di conservazione. Perché il Congresso americano e i Parlamenti europei, nel sesto anno della crisi globale, non hanno ancora assunto alcun provvedimento efficace che abolisca i paradisi fiscali e metta sotto controllo banche e assicurazioni? Perché nella sostanza siamo sottoposti alla dittatura del capitale, che impone le sue scelte attraverso quello che Chomsky chiama il Senato virtuale. Sono gli effetti della privatizzazione, dell'assenza di alternative nei sistemi politici al dominio del capitale e al potere senza limiti del denaro.

Cancellata come spazio pubblico e messa sul mercato come ogni altro articolo di commercio, la politica diventa oggetto di compravendita e materia d'investimento a scopo lucrativo. Nella migliore delle ipotesi, funzione tecnica del capitale e dei mercati. Dalla sua privatizzazione nasce dunque la degenerazione della politica, la corruzione pervasiva che la devasta. È su questa radice che crescono i conflitti d'interesse, le pratiche spartitorie, la cancellazione dei reati economici, la spogliazione dei beni pubblici e comuni, la diffusione della criminalità, la penetrazione delle mafie. Se non si mette questo punto fermo nulla si comprende della situazione italiana.

 

4. Nell'Occidente capitalistico, Berlusconi e il berlusconismo sono infatti l'espressione massima della privatizzazione della politica. Al tempo stesso apparecchiatore in salsa italiana delle forme più estreme e corruttive del dominio del capitale con basi popolari e di massa e, d'altra parte, stornellatore immaginifico del totalitarismo proprietario come motore della società, Berlusconi è l'immagine vivente della degenerazione dell'intero sistema. Infatti, se il capitale è il fattore primario e decisivo su cui regge il suo potere politico, il Cavaliere usa la politica (e lo Stato) per mantenere e incrementare il capitale. In qualità di proprietario totale, che dispone dei mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio, s'impadronisce anche della politica. Fino al punto di costruire un partito di sua personale proprietà, delegando alle bisogna i suoi più qualificati dipendenti, a cominciare da Dell'Utri.

Con il Cavaliere si afferma una visione del capitale diversa dal passato, che non media ma cerca direttamente il consenso, e perciò entra in politica con il sostegno massiccio dei media. L'effetto complessivo è stato che nella figura del leader si sono concentrati i tre poteri economico, politico e culturale di massa, che dovrebbero essere rigorosamente separati. E che invece, con la loro concentrazione in una sola persona, hanno generato una potente spinta al superamento della divisione dei poteri legislativo, giudiziario ed esecutivo, considerata un ostacolo all'operatività del proprietario governante. In questa visione il principio autoritario del comando prevale su quello della rappresentanza democratica.

Sotto i colpi di maglio della crisi si sta ora disaggregando il blocco sociale su cui si è retto Berlusconi e il centro-destra. Un conglomerato fondato sulla convergenza tra grandi padroni e padroncini, tra finanza internazionale ed economia molecolare legata al territorio, con adesioni maggioritarie tra gli operai e i ceti subalterni. Un'operazione che si agglutinava sulla spogliazione dei beni pubblici e sul presupposto dell'azzeramento del conflitto tra lavoro e capitale. Fino all'identificazione del lavoro nel capitale, vertice inuguagliato del dominio di una sola classe.

La dura realtà dei fatti sta smontando i presupposti ideologici del berlusconismo, giacché il mondo reale ha fatto irruzione in un immaginario falsificante. E la condizione in cui è stata ridotta l'Italia è la dimostrazione lampante del fallimento di Berlusconi come governante, e del berlusconismo come pratica di governo. Ma lo sfruttamento del lavoro e l'impoverimento della società, la sofferenza di intere generazioni amputate del futuro e defraudate dell'incivilimento, lo stato di particolare depressione e il declino di cui soffre l'Italia da anni, la stessa resistibile ascesa del Cavaliere portano inequivocabilmente il medesimo segno: sono la prova provata del fallimento dell' intera borghesia capitalista come classe dirigente, di cui Monti, con il flop del suo governo e della sua lista, è l'ultimo esempio.

Tuttavia il quadro della crisi organica che investe l'Italia non sarebbe tale se non vedessimo che a fronte del fallimento della borghesia capitalista come classe dirigente si manifesta, con altrettanta chiarezza, la difficoltà estrema delle classi subalterne di organizzarsi e di rappresentarsi politicamente in forme nuove, all'altezza dei tempi. Di qui l'assenza di una reale alternativa allo stato delle cose presente, e il protrarsi di una condizione endemica di crisi, che non ha ancora toccato il fondo.

Monti e suoi partners, per una serie di ragioni che qui sarebbe troppo lungo analizzare, e che comunque sommano ad appariscenti errori di condotta politica e alla supponenza intellettuale delle élites liberali scelte di classe duramente punitive per la maggioranza degli italiani, non sono stati in grado di isolare il kamikaze di Arcore e di proporsi come guida di un capitalismo rinnovato ed efficiente che riguadagnasse posizioni in Europa. Ma se la borghesia dominante, liberale e liberista, è apparsa divisa e grettamente avvinghiata ai suoi interessi di classe, ad essa non si è contrapposto un fronte comune delle lavoratrici e dei lavoratori, delle classi subalterne, capace di vaste alleanze: vale a dire un nuovo blocco sociale, in grado di rappresentarsi e di organizzarsi sul terreno politico. Un nuovo blocco storico, avrebbe detto Gramsci.

 

5. Il Pd, con le sue evoluzioni e nella sua eterogeneità di culture e orientamenti, si conferma una forza sostanzialmente centrista. Ma non interclassista, perché in questi anni non ha mai dato forma alle istanze degli operai e dei nuovi lavoratori messi al mondo dalla rivoluzione scientifica e tecnologica. E i timidi tentativi di analisi di classe, che qua e là pure trapelano dalle pagine de l'Unità, appaiono del tutto insufficienti e come sospesi in aria. Resta il fatto che il deficit di rappresentanza del Pd, apparso in tutta la sua crudezza nelle elezioni ultime, non è stato coperto dalla sinistra alternativa, a sua volta rimasta impastoiata in schematismi vecchi e nuovi, e in logiche scissioniste. Cosicché, pur avendo Rifondazione comunista annunciato una scelta di classe, non ha portato con sé il consenso e la rappresentanza della classe.

Quali sono le ragioni che hanno determinato un vuoto così enorme nel sistema politico, e dunque nell'assetto democratico-costituzionale? Bisogna colmare, in proposto, anche un vuoto di analisi, che a sua volta costituisce un ostacolo non irrilevante sulla via di un cambiamento che ci porti davvero fuori dalla crisi. Certo, quello che viviamo è l'effetto della vittoria del capitale globale nella sua lotta di classe contro il lavoro, su cui ha pesato in modo decisivo lo spostamento dei rapporti di forza dopo il crollo del "socialismo reale". E non si possono mettere tra parentesi le profonde trasformazioni del lavoro, nel passaggio dalla fabbrica fordista alla rivoluzione digitale, che hanno sconvolto i modelli tradizionali delle organizzazioni sindacali e politiche.

Ma nella condizione italiana, in cui l'esproprio della politica subìto dai lavoratori e dalle classi subalterne ha assunto specifici tratti di radicalità e persistenza, non si può ignorare che la svolta dell'89 è stata vissuta dai gruppi dirigenti non come innovazione critica dell'esperienza compiuta dal principale partito della sinistra quale era il Pci, del suo progetto e della sua cultura. Bensì come discontinuità, ossia come cesura storica: come abbandono della sue finalità e della sua pratica politica, che ha comportato lo sradicamento dalla base operaia e popolare, e quindi la rottura del suo blocco sociale. Ciò che ha prodotto, insieme all'impossibilità di trasformare la società per via democratica e alla perdita di prospettiva per grandi masse, l'indebolimento dell'impianto costituzionale e un evidente spostamento a destra.

Un vuoto che persiste e si è aggravato. E che non può in alcun modo essere colmato dal comico genovese, il quale della Costituzione non sa che farsene, dal momento che individua il nemico principale nei partiti. Così da poter conciliare democrazia diretta e privatizzazione totalitaria della politica attraverso l'uso della rete, cioè del suo blog, di cui è padrone e signore. Ma non si può neanche stabilizzare l'esistente facendo ricorso alla retorica dell'interesse generale, che nelle condizioni date è solo l'interesse della classe di comando. E appellandosi a una visione dell'Europa misurata col parametro del deficit di bilancio e non con quelli dell'occupazione, della distribuzione del reddito e del livello della protezione sociale. Un modo per occultare le vere cause della crisi e per renderla più grave.