Realtà sociale e alternativa, la latitanza della politica
Per costruire una soggettività politica che faccia asse sul lavoro, oltre che dell'impianto sociale, c'è bisogno di una visione strategica, che dall'Italia alzi lo sguardo verso l'Europa e il mondo: vale a dire di un programma fondamentale e, al tempo stesso, della capacità di dare risposte concrete ai problemi emergenti nella società dentro tale visione. Perciò, in un processo di superamento del sistema parlamentare oggi fondato su una specie di monoteismo classista tipico del neoliberismo che esclude il lavoro, non è indifferente la dislocazione di esponenti e di raggruppamenti politici che avvertono la drammaticità della condizione sociale e che antepongono agli schieramenti i contenuti della politica.
Di sicuro su questa linea non si colloca Pier Luigi Bersani, il quale sostiene che in Europa all'asse Thatcher-Blair, sul quale (con soddisfazione di Obama) sgambetta e strombazza lo statista di Rignano, lui preferisce quello Schröder-Merkel (intervista all'Avvenire del 26 febbraio 2015). Come a dire che se non è zuppa è pan bagnato, e come se la linea tedesca - analogamente a quella anglo-americana - non sia organica alla crisi che stiamo attraversando. Dov'è l'alternativa? In questo orizzonte semplicemente non esiste.
Diversa e più complessa è la posizione di Stefano Fassina (il manifesto dell'11 aprile 2015), secondo il quale «nella gabbia mercantilista dell'Eurozona alternative di governo non sono praticabili» ed «è impossibile la soggettività politica del lavoro», perché lo schema prevalente è quello dei conservatori al comando e dei socialisti «a rimorchio, spompati dopo tre decenni di subalternità al pensiero unico liberista». Con la variante italiana del partito unico della nazione «nell'involucro del Pd».
Accertata «la deriva centrista-plebiscitaria» del partito di Renzi - dove per centrista qui s'intende una collocazione mediana tra le due estreme di destra e di sinistra e non una dislocazione socialmente di destra in quanto espressione degli interessi classisti del capitale versus quelli del lavoro -, vale a dire di «un partito "pigliatutti", fattore di inibizione della democrazia dell'alternanza e, al contempo, possibile evoluzione della "coalizione sociale"», Fassina ritiene che questa sia «condannata però, come sull'altro versante la destra anti-euro, a rimanere fuori dalle funzioni di governo e irreversibilmente attratta dalla protesta e dal populismo». A parte il dettaglio che in via prioritaria bisognerebbe contrastare a tutto campo il populismo autoritario di Renzi, la deriva populista e plebiscitaria di Landini è un'asserzione aprioristica che al di là del principio di realtà sconfina nel pre-giudizio ideologico, dando per concluso uno processo allo stato nascente.
In ogni caso non si diventa sinistra di governo se non si intercetta la protesta popolare, cercando di comprenderne le ragioni profonde. Se non si è in grado di comprendere e contrastare la solitudine di milioni di persone abbandonate a se stesse, senza lavoro e senza prospettive, che perdono la dignità e la volontà di lottare. Se non si è grado di costruire insieme a loro risposte immediate praticabili nella prospettiva di una società più avanzata e più giusta, invece di limitarsi a indicare di rimessa qualche aggiustamento ai margini dell'esistente. In questa condizione il campo è aperto a pulsioni nazionaliste e retrograde, e a pericolose spinte fascistiche.
È un nodo importante quello che individua Stefano Fassina quando afferma che «la sinistra per un'alternativa di governo deve avere un programma fondamentale orientato alla ridefinizione del rapporto con l'Unione europea». E che pertanto è ineludibile affrontare la contraddizione «tra l'ordine costituzionale dell'eurozona, retto dalla cultura della stabilità dei prezzi e dall'agenda di svalutazione del lavoro, e la nostra Costituzione [...], orientata dal principio della democrazia fondata sul lavoro».
Si potrebbe dire anche così: come si costruisce un'Europa dei popoli e di lavoratori in grado di rovesciare le tendenze dominanti, imposte dal dominio dei mercati e del capitale finanziario?
Certo, è indispensabile predisporre un'altra agenda a livello europeo. Ma dovrebbe essere altrettanto certo che il momento nazionale non può essere bypassato, soprattutto da noi italiani, che con la Costituzione disponiamo di una tavola di valori da proporre in Europa. La sinistra non ha avvenire in Europa se non pianta le radici in Italia e in ogni Paese; se non conquista, qui e ora, credibilità e riconoscibilità di fronte alla tempesta della crisi e al dilagare della corruzione e della criminalità, a intollerabili ingiustizie; se non sta, qui e ora, con comportamenti coerenti, dalla parte del lavoro: di tutti coloro, uomini e donne, giovani e anziani, italiani e stranieri, che nei diversi territori vivono in condizioni di impoverimento e di disagio pur avendo diritto a una vita libera e dignitosa.
Paolo Ciofi. Coalizione sociale e alternativa politica - Realtà sociale e alternativa, la latitanza della politica
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- Scritto da Paolo Ciofi
- Categoria: Politica e Istituzioni
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