Il dilemma di Landini. Lavoro/capitale, sindacato/partito

Tre sono in sostanza i problemi che Landini solleva con la sua proposta. In primo luogo, quello del giudizio sui contenuti del governo Renzi, che secondo il segretario della Fiom sono esplicitamente e ostentatamente orientati a vantaggio dell'impresa, cioè del capitale, contro gli interessi e le conquiste storiche dei lavoratori e delle lavoratrici, come dimostra tra l'altro il Jobs Act: non solo degli operai che la Fiom rappresenta, ma di tutti coloro che per vivere devono lavorare. Il conflitto frontale con i sindacati promosso dal capo del governo, e di un partito che si dichiara di sinistra e aderisce al socialismo europeo, è la controprova della degenerazione del sistema politico e di quella che, in un lampo di lucidità, Scalfari ha definito la fisionomia "classista" della politica renziana. Questo è esattamente il punto che Landini mette in luce, e da qui bisognerebbe muovere per trarne tutte le conseguenze. Scelta non semplice perché, cancellata nell'immaginario collettivo la divisione della società in classi, le parole stesse cambiano senso, per cui può definirsi socialista anche chi attacca frontalmente i lavoratori e i loro diritti.

Ma il governo Renzi, che secondo Landini «ha preso il programma della Confindustria e lo sta attuando», nella sua sfrontatezza ha fatto riemergere esplicitamente sul terreno politico il conflitto capitale-lavoro dopo anni di mascheramento ideologico e di latenza culturale, che hanno avvolto nel silenzio una spietata e pervasiva lotta di classe condotta su scala globale, di cui paghiamo come Paese prezzi salatissimi. Lo statista di Rignano non media e non è interclassista. E' schierato senza se e senza ma dalla parte del capitale nella sua attuale conformazione finanziaria e tecnologica, e da questa postazione sta tentando una radicale modernizzazione dello sclerotico capitalismo nostrano, facendola pagare alle persone che devono vendere le proprie abilità fisiche e intellettuali in cambio dei mezzi per vivere, vale a dire alla maggioranza degli italiani.

È la certificazione, non voluta ma resa chiaramente visibile, che il compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro, già spedito nel mondo delle ombre da Blair e Schröder, è morto e sepolto. Uno stato delle cose nel quale il segretario della Fiom, chiamando alla mobilitazione contro le politiche renziane, demistifica e smaschera precise scelte di classe, idest di destra, coperte con un linguaggio sedicente di sinistra. Compiendo con ciò anche un'operazione culturale temibile per Renzi e per il suo partito della nazione. E ponendo a tutti gli altri, forze politiche e sociali chiamate a porsi all'altezza della sfida, un ineludibile interrogativo: da che parte stai? Dalla parte del capitale, o dalla parte del lavoro? Con l'altrettanto ineludibile conseguenza: se stai dalla parte del lavoro la Costituzione è la tua stella polare, su cui orientare l'intero movimento.

Il secondo problema che solleva Landini è quello della rappresentanza sociale e del ruolo del sindacato in evidente difficoltà in questa fase storica, nella quale la crisi organica che attraversiamo, e che mette in discussione la vita stessa nel pianeta, richiederebbe un cambiamento di sistema. Da un lato, le potenzialità della rivoluzione scientifica e tecnologica e la diffusione del lavoro intellettuale e di ricerca (i colletti bianchi), dall'altro la precarietà nel lavoro e nella vita fino alla esclusione di intere generazioni, mentre avanzano i processi di disgregazione e si moltiplicano i conflitti tra poveri, impongono una riflessione di fondo sul modello di sindacato confederale. Che non può, per la sua stessa natura, abbandonare la contrattazione nazionale e anzi è obbligato a rafforzarla proiettandola a livello europeo, ma al tempo stesso deve aprirsi a nuove esperienze e a nuove istanze di coloro che dal lavoro vengono esclusi.

Sono comprensibili le difficoltà cui si accompagnano resistenze di apparati e di gruppi dirigenti consolidati, e tuttavia la Cgil, se non vuole essere travolta dai processi di modernizzazione del capitale in atto e/o essere trasformata in agenzia tecnica addetta alla gestione della forza-lavoro, ha bisogno di un grande sforzo di rinnovamento, di ridefinizione del suo ruolo e di riposizionamento nelle diverse articolazioni del lavoro e nella società. Mentre cerca rapporti con altre realtà sociali e di movimento per costruire una rete di solidarietà e di reciproco sostegno nei territori e su singoli contenuti (la scuola, la casa, la sanità, ecc.), proprio sul tema della Cgil sembra concentrarsi il segretario della Fiom quando sostiene che «bisogna riflettere sul fatto che la maggioranza di chi lavora non è iscritta e non si riconosce nelle strategie sindacali». Precisando che «la Fiom ha lanciato un macigno nello stagno della Cgil proponendo più democrazia e soprattutto più apertura alle persone che soffrono per le politiche liberiste sposate dal governo Renzi» (Intervista a Loris Campetti, inchiestaonline del 18 aprile 2015).

Non credo che la ricerca di convergenze fuori del sindacato sia in contrasto con la necessità di rinnovare dall'interno il sindacato. Una cosa non esclude l'altra, ma intanto è essenziale costruire in tempi sufficientemente rapidi un'agenda su cui possa convergere un ampio fronte di forze sociali in grado di contrastare le scelte del governo e le politiche restrittive della Ue. In pari tempo si tratta di verificare le ricadute politiche di tale processo, ben sapendo che se l'obiettivo strategico consiste nel ridare centralità al lavoro nell'economia e nella politica secondo il progetto che la Costituzione indica a grandi linee, è indispensabile ridefinire, accanto al modello di sindacato, anche il modello di impresa alla luce degli articoli 41-47 della nostra Carta fondamentale.

Qual è dunque il rapporto tra il sociale e il politico, questione dirimente da cui in realtà muove la proposta della coalizione sociale? Qui viene al pettine il nodo politico-istituzionale che il segretario della Fiom denuncia in modo molto netto, quello della separazione del sistema politico dal lavoro. In estrema sintesi si può dire che l'idea della coalizione sociale nasce dopo ripetute denunce dell'assenza della rappresentanza del lavoro nel Parlamento della Repubblica: un dato di fatto inoppugnabile, del quale anche Susanna Camusso sembra avere preso atto di recente, rendendolo ancora più evidente. Ma a questo vuoto politico la coalizione sociale non dà una soluzione, dal momento che non si propone la fondazione di un partito.

L'ipotesi esposta da Stefano Rodotà alla manifestazione del 28 marzo a piazza del Popolo è che attraverso la convergenza di forze sociali diverse si possa giungere a un accumulo di massa critica tale da far esplodere le contraddizioni del sistema politico, creando così le condizioni per far emergere una nuova formazione partitica. Non c'è dubbio che dal semplice assemblaggio di spezzoni delle forze politiche esistenti non può nascere nulla di significativo e di nuovo. Esperienze del passato, recenti e meno recenti, parlano chiaro. È però evidente che se la coalizione sociale riuscirà a fare massa critica su temi fondamentali del lavoro, delle condizioni di vita e della democrazia (dentro e fuori la fabbrica), il tema della rappresentanza politica si porrà con maggiore acutezza e in modo stringente. D'altra parte non può sfuggire a nessuno che se, contestualmente, sul terreno politico non si produrranno fatti nuovi, il rischio del riflusso e del fallimento della coalizione sociale diventerà concreto, e con esso anche quello di una crisi di fondo della Cgil.