3. La novità più recente consiste nel fatto che Renzi, mentre dichiara di essere di sinistra, pratica esplicitamente una politica di destra. Al di là dei nominalismi, delle missive spedite a la Repubblica, delle citazioni (a vanvera) di Marx in compagnia con il maestro degli speculatori Soros, il quale però Marx lo ha studiato, è evidente che lo schema destra-sinistra non funziona più se chi si dichiara di sinistra fa una politica di destra. Da questo punto di vista ha ragione Pablo Iglesias, il segretario di Podemos. Ma in questa condizione, in cui scompare il discrimine tra destra e sinistra, e gli sfruttati sono indotti a combattersi tra loro invece di combattere chi li sfrutta, crescono la disperazione, i qualunquismi, i nazionalismi. E si alimentano nuove spinte di stampo fascistico.Sul tema decisivo del lavoro e dell'articolo 18 Renzi fa oggi ciò che nel lontano 2002 fu impedito di fare a Berlusconi dai tre milioni portati al Circo Massimo dalla Cgil di Cofferati, i quali però non hanno trovato una sponda politica a sinistra. Non per caso oggi Giuliano Ferrara, che sa di cosa parla, continua a dire che il vero erede del moralista mandato a insegnare a Cesano Boscone è l'affabulatore di Rignano sull'Arno, il «figlio buono» del Cavaliere. La cui scelta, quando si va al sodo, è netta e senza mediazioni, illuminata dalla stella polare del capitale. Quindi, no a Landini e sì a Marchionne; no a Camusso e sì a Squinzi. Il presidente della Confindustria gongola e dichiara: «Il Jobs Act ci soddisfa pienamente». E infatti sembra scritto con la penna dei suoi esperti.
Questa impostazione, se si sta ai contenuti, non è centrista ma chiaramente di destra, espressione di un bipolarismo politico tutto interno agli interessi dominanti del capitale e di una nuova tecno-borghesia dirigente. Perciò va molto al di là del centrismo democristiano, articolato sull'interclassismo, vale a dire sul tentativo di mediazione tra le classi. «Renzi è bravo, mi ricorda Ronald Reagan», ha dichiarato l'ambasciatore americano a Roma. E tanto basta a descrivere l'interclassismo del capo del governo.Ancor meno la sua impostazione ha a che fare con la dottrina sociale della Chiesa, che nell'interpretazione di José Mario Bergoglio comporta una critica radicale a un «sistema nel quale al centro c'è il dio denaro e non la persona umana». Nell'incontro internazionale con i movimenti popolari il 28 ottobre scorso, il papa ha voluto mettere in evidenza che «questo sistema non si sopporta più. Dobbiamo cambiarlo, dobbiamo mettere la dignità umana al centro e su quel pilastro vanno costruite le strutture sociali alternative di cui abbiamo bisogno», perché «non esiste peggiore povertà materiale di quella che non permette di guadagnarsi il pane e priva della dignità del lavoro». E perché «il lavoro non può essere considerato una variabile dipendente dai mercati», ma «è un diritto fondamentale» degli uomini e delle donne del nostro tempo.