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Riaccendere la luce del pensiero critico di Gramsci
Per quanto riguarda l’Italia non si può evitare il chiarimento delle ragioni che hanno portato alla liquidazione della sinistra operaia e popolare in questo Paese. Soprattutto, nel buio della crisi generale in cui stiamo brancolando, abbiamo bisogno di riattivare la luce del pensiero politico di Antonio Gramsci, che i miglioristi del Pci, i liberisti mitigati e i fautori del «capitalismo solidale» hanno colpevolmente spento. La teoria gramsciana della funzione egemonica, da conquistare nelle sovrastrutture della cultura e della politica per poterla poi esercitare nell’organizzazione dell’economia, della società e dello Stato, capovolge lo schema della rivoluzione condotta dall’alto con un atto giacobino o con la presa del Palazzo d’inverno, fa emergere come centrale il tema del partito politico come «intellettuale collettivo», e nell’era della comunicazione universale digitalizzata è densa di inediti e inaspettati sviluppi. Non per cancellare il partito di massa, ma al contrario per rafforzarne la funzione di intellettuale collettivo al servizio della causa rivoluzionaria che produca una rigenerazione intellettuale e morale mediante l’uso delle più sofisticate innovazioni della scienza e della tecnica.
La forma del partito deve essere funzionale alla strategia di trasformazione della società, alla rivoluzione democratica che si compie attraverso l’attuazione della Costituzione. Il partito di massa, «intellettuale collettivo» che lotta anche sul terreno della cultura e della formazione del senso comune, è lo snodo decisivo di questa strategia, diversa da quella di Lenin e alternativa alle socialdemocrazie imprigionate nella gabbia dei rapporti di produzione capitalistici. Ed è anche lo strumento per demolire, con la battaglia delle idee e con i comportamenti personali, l’idea largamente diffusa che concepisce la politica come unaikea 350 260 pratica e un costume secondo cui il cittadino - declassato a sottoposto impoverito - chiede e il politico – elevato a politicante padrone della ricchezza - concede. Un ritorno ai bei tempi del Re Sole, quando i diritti non c’erano ed esistevano solo graziose concessioni del sovrano. Il contrario del principio di uguaglianza fissato in Costituzione, che è il sale della democrazia.
Nelle condizioni determinate dal voto del 4 marzo 2018 una formazione politica che voglia coalizzare il mondo del lavoro vive se rovescia la prassi corrente, e utilizzando in modo adeguato le tecnologie della comunicazione si dà una forma non leaderistica e padronale, ma democratica e trasparente, efficiente e stabile. Non il partito del leader, ma un leader - e un diffuso gruppo dirigente - al servizio del partito. Avendo ben in mente l’osservazione di Gramsci secondo cui «un “movimento” diventa partito, cioè forza politica efficiente, nella misura in cui possiede “dirigenti” di vario grado e nella misura in cui questi dirigenti sono “capaci”», si tratta di definire regole democratiche che rispondano a un duplice obiettivo. Da una parte, la partecipazione attiva e l’autogoverno degli iscritti elevandone la cultura politica e la capacita di decisione. Dall’altra, l’attitudine alla mobilitazione sociale e alla relazione permanente con il mondo esterno, con l’insieme della società e delle istituzioni.
La formazione di gruppi dirigenti diffusi in grado di praticare non la semplice propaganda ma la capacità di lotta politica e di organizzazione di massa per strappare risultati concreti è una operazione tra le più impegnative. Non si tratta di far funzionare uno staff di tecnici e consulenti a pagamento a disposizione di un capo che comanda, ma di dare vita a organi collegiali stabili e democraticamente riconosciuti, che si assumono la responsabilità di elaborare e attuare scelte tattiche coerenti con una generale strategia di cambiamento, riconducendo nel partito politico l’unità di teoria e pratica indispensabile per poter esercitare la funzione egemonica, strappandola alla classe di comando del capitale.
Il dirigente politico di un moderno partito del cambiamento con caratteristiche di classe, di massa e popolari, che pensa e cammina usando il cervello e le gambe di milioni di esseri umani, non può essere un facitore di parole, un cesellatore di frasi a effetto, un compulsivo clickatore della tastiera il cui pensiero è elaborato da altri. «Specialista più politico» nell’unità di teoria e pratica: questa è la formula per formare dirigenti a tutti i livelli e in tutti territori, e per mettere in moto le tante energie inutilizzate e nascoste nel Paese.
Il moderno partito delle classi subalterne non è totalitario: sia perché agisce in un sistema pluripartitico, sia perché non aspira ad essere un partito pigliatutto che si sovrappone alla società per dominarla. Rappresenta e organizza solo una parte, e con questa interagisce in permanenza per elaborare proposte e indirizzi generali volti al cambiamento della società e dello Stato, cioè per produrre politica di massa non propaganda di gruppi che si richiamano alla massa. Di conseguenza, il rapporto con la classe lavoratrice in tutte le sue componenti, di genere e generazionali, non può essere a senso unico, ma si svolge in modo dialettico e interattivo, e comprende l’ascolto, l’analisi e le risposte alle emergenze della quotidianità e all’esigenza di un generale cambiamento.
Nella condizione instabile e incerta nella quale viviamo l’attendismo e la passività non avvicinano soluzioni positive. Dare forma in questa condizione a quel partito rivoluzionario delle classi subalterne di cui ha bisogno il Paese, in assenza del quale la democrazia soffoca e con essa la libertà e l’uguaglianza, è perciò il passaggio ineludibile di questo tempo.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

pubblicato anche su jobnews.it