Indice articoli

 

 

 Il partito delle lavoratrici e dei lavoratori del XXI secolo

Le primarie del Pd si sono appena concluse, ma il problema resta. Grosso come una casa. È possibile, oggi, costruire un partito che faccia asse sul lavoro del XXI secolo? Un partito rivoluzionario, popolare e di massa, che sia in grado cioè di lottare per trasformare la società in cui viviamo e non di amministrarla nell’interesse superiore del capitale e del denaro. Questo è il tema: in una condizione nella quale l’astensionismo tocca il 50% e la democrazia costituzionale è destinata a scomparire in assenza dei partiti, ormai degenerati in lobby e in gruppi di potere. Per ora l’unica certezza è che una formazione politica espressione della classe lavoratrice della modernità, che si proponga di cambiare l’Italia e l’Europa, può nascere solo da una rottura netta con la cultura e con le pratiche del presente. Non certo dall’assemblaggio dei residui dei partiti esistenti, con iniziative e manovre che dall’alto compongano e scompongano pezzi di ceto politico.
Un nuovo inizio e una nuova aggregazione possono prendere vita solo dal basso. Solo se le esperienze diverse e diffuse nella società e nel Paese escono dall’isolamento e dalla separatezza, si incontrano, si parlano, crescono e convergono su progetti comuni. Chiamando a raccolta e coordinando nei territori e nelle periferie, nelle fabbriche e negli uffici, nelle università e nelle scuole, le soggettività del lavoro e quelle ambientaliste, le donne, i movimenti per la casa, per i beni comuni e i diritti. Coinvolgendo in pari tempo gli intellettuali e le forze presenti nei partiti, nei sindacati e nelle associazioni nazionali, che si riconoscono nell’esigenza di voltare pagina e di dare inizio a una fase nuova. Solo da un processo di questa natura può nascere una reale svolta politica e possono crescere nuovi gruppi dirigenti.
Una svolta è quanto mai urgente, perché la politica separata dal sociale è scaduta nel politicantismo e nell’affarismo, in puralottacgil 350 260 manovra di potere. Mentre il sociale, spogliato della politica, è ripiegato in movimentismo con le varianti del ribellismo e del lobbysmo senza sbocchi di sistema. Si è trattato di un arretramento di portata storica che ha condannato la politica e i movimenti alla subalternità, lasciando campo libero al dominio del capitale e del denaro. Una involuzione che può diventare ancora più grave se il terreno sociale viene stabilmente occupato dalla destra nazionalista, xenofoba e fascistica. Ricongiungere la politica alla società, e viceversa, è dunque il passaggio decisivo.
Occorre coraggio e determinazione, spazzando via settarismi, opportunismi e dannosi personalismi, facendo strada invece a una cultura politica che unisca capacità di analisi e rigore morale, e ripensi il ruolo del partito politico nella piena autonomia dai poteri economici e anche da quelli dello Stato. Il modo nuovo di fare politica deve fondarsi sull’unità di teoria e pratica, di pensiero e azione, di strategia e tattica, combinando la diffusione nei territori di una rete di mutualismo, cooperazione e soccorso con la capacità di lottare nella società e nelle istituzioni per dare risposte efficaci ai bisogni emergenti in Italia e in Europa.
È utile studiare le esperienze che dopo quelle di Linke in Germania, Syriza in Grecia e Podemos in Spagna sono emerse con Mélenchon in Francia, Corbyn nel Regno Unito e anche Sanders negli Usa. Rappresentano un fatto nuovo in controtendenza in un panorama segnato dal prevalere di forze conservatrici e di destra, sebbene nella loro differenziazione sembrano accumunate dalla difficoltà mettere in campo una reale alternativa al dominio del capitale. Di certo la prospettiva non può essere il ripiegamento nazionalista, ma non basta la critica al liberismo: la questione da mettere a tema è la crisi e il superamento del capitalismo. Sarebbe comunque un’illusione preoccupante ritenere che si possano trasferire in Italia esperienze che nascono in contesti diversi e in condizioni storico-politiche irrepetibili. Più produttivo è mettersi all’opera con tenacia perché le forze di sinistra che ancora si dichiarano tali in Europa trovino convergenze di iniziativa e di lotta sui più scottanti problemi sociali a cominciare dal lavoro, e su questa base facciano crescere un nuovo internazionalismo.