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A S. Giovanni il lavoro al futuro

 

L’effettiva novità di questo inizio 2019, in controtendenza rispetto al declino dell’Italia verso una vera e propria involuzione storica che mette in discussione la stessa identità nazionale, è stata la straordinaria manifestazione unitaria promossa da Cgil, Cisl e Uil il 9 febbraio a Roma in piazza San Giovanni. Sia per la eccezionale partecipazione di massa senza molti precedenti, sia per la qualità dei contenuti è venuto alla luce un altro volto del Paese, in netto contrasto con gli stereotipi dominanti e con una politica sempre più autoreferenziale e “chiacchierata”, tutta concentrata sull’immagine dei leader (o presunti tali).
 
Un evento forse da molti inaspettato, che al governo ha posto il problema di un confronto sul tema cruciale del lavoro e della reale condizione del Paese. E che sul fronte opposto, nel vuoto della sinistra, ha riacceso l’attenzione sulla necessità di assicurare rappresentanza e rappresentazione alle lavoratrici e ai lavoratori del nostro tempo, oggi privi di un’organizzazione politica libera e autonoma che ancora si chiama partito. È evidente infatti che questa straordinaria manifestazione richiede una convincente risposta politica a tutto campo, pena l’irreversibilità della crisi democratica che devasta l’Italia. Sarebbe un errore esiziale ignorare la spinta a un vero cambiamento che viene dal mondo del lavoro, come già è avvenuto nel 2002 con conseguenze disastrose di fronte alla enorme mobilitazione del Circo Massimo organizzata dalla Cgil di Cofferati.
 
Oggi in gioco non è la democrazia in astratto, ma la nostra democrazia. La democrazia disegnata dalla Costituzione, che fonda sul lavoro la Repubblica democratica. Una conquista storica fondamentale, il punto più alto della lotta per l’uguaglianza e la libertà nella nostra storia di italiani, e la più avanzata in Europa. Che non si limita a stabilire le regole per l’esercizio del potere politico, ma progetta un modello di relazioni umane in cui la centralità del lavoro e il protagonismo della classe lavoratrice comportano l’affermazione della democrazia economica e sociale. Per cui la proprietà non è solo privata, ma anche pubblica e comunque orientata a svolgere una «funzione sociale», mentre l’iniziativa economica non può «recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
 
Norme e principi oggi ignorati, dai quali i costituenti hanno fatto discendere l’ordinamento istituzionale in funzione dell’esercizio dei diritti. A cominciare dal diritto al lavoro - che vuol dire piena occupazione -, a una retribuzione in grado di assicurare «un’esistenza libera e dignitosa», all’insieme dei diritti sociali e civili. Secondo il principio che l’organizzazione dell’economia deve essere al servizio degli esseri umani, e non viceversa.
 
Ma proprio il capovolgimento di tale principio, che a fondamento dell’ordinamento pone non il lavoro ma l’impresa, ovvero il capitale con l’obiettivo del massimo profitto, è la causa fondamentale della crisi e dell’attacco sistematico alle conquiste della classe lavoratrice, di tutte le persone che per vivere devono lavorare. La crisi non nasce, come sostiene Baricco, dai comportamenti “anomali” delle masse incattivite che si rivoltano contro le élite. Ma, al contrario, dalle politiche delle classi dirigenti del capitale, che occultando mediaticamente le cause effettive della crisi del sistema, addossano agli sfruttati (autoctoni e migranti) la responsabilità della disgregazione della società. Mettendoli gli uni contro gli altri e aprendo così la strada a un regime reazionario di massa.
 
Dovrebbe perciò essere chiaro il valore discriminante della grande manifestazione del 9 febbraio, soprattutto a chi si dichiara di sinistra. Avendo come punto di riferimento la Costituzione e la lotta per la sua attuazione, lì è stata delineata una piattaforma programmatica e di movimento per far avanzare un diverso modello economico, sociale e ambientale, che faccia asse su alcune scelte concrete. La priorità al lavoro, e quindi la sua ricomposizione unitaria che non sia una semplice sommatoria di sigle, ma si dipani in basso, nelle fabbriche, negli uffici e nei territori, anche attraverso una nuova legge sulla rappresentanza e soprattutto un nuovo tipo di contratto che assicuri gli stessi diritti a chiunque lavori nella stessa filiera. Un piano di investimenti pubblici e privati, che punti sulla tutela dell’ambiente e sulla manutenzione del territorio garantendo l’occupazione, insieme alla programmazione dell’innovazione scientifica e tecnologica e alla qualificazione della formazione e dell’istruzione pubblica. L’obiettivo è di costruire un fronte comune delle lavoratrici e dei lavoratori in Europa, per rovesciarne gli indirizzi e gli strumenti.