Il Mondo del Lavoro e il Sistema dei Media. Relazione di Paolo Ciofi che ha introdotto il convegno svolto l'11 novembre 2005 nell'aula del Consiglio Provinciale di Roma.

Oggi vogliamo parlare dell'Italia reale, di quell'Italia di cui si parla poco, e che si vede ancor meno. Perciò, in apertura dei nostri lavori, è opportuno rendere esplicite le intenzioni e le finalità che ci hanno spinto - noi di articolouno e di MEGAchip - a promuovere quest'incontro. L'assenza dei temi del lavoro e delle lotte dei lavoratori dal sistema dei media è un dato di fatto, salvo rare ed encomiabili eccezioni. Quindi di certo è necessaria un'opera di denuncia, che deve essere più efficace e continua, contro l'oscuramento di questa realtà, che è poi l'oscuramento di milioni di persone. Nello stesso tempo, secondo noi, occorre indagare più a fondo intorno alle ragioni che inducono una distorsione complessiva del reale e l'assenza di una critica dell'esistente, fino a farci vivere in una sorta di realtà in maschera. Infine, in un confronto che ci auguriamo proficuo tra rappresentanti dei lavoratori e operatori della comunicazione, vorremmo individuare campi d'azione praticabili per costruire iniziative volte a contrastare lo stato delle cose presenti. C'è un grande bisogno di un giornalismo veritiero, d'inchiesta, in grado di mettere a nudo la realtà, come quello praticato da Rainews24 diretta da Roberto Morrione, che in questi giorni, nella totale mistificazione della guerra in Iraq, ha consentito di portare alla luce l'orrore di Fallujah, dove sono state impiegate dalle truppe americane armi chimiche di sterminio. Un esempio tragico e illuminante del livello di oscuramento che avvolge la realtà, ma anche della possibilità di squarciarlo.
Lo sciopero dei giornalisti si è appena concluso, e molte vertenze del lavoro - piccole e grandi - di cui nulla si sa sono aperte nel Paese, ma non c'è dubbio che il record dell'invisibilità e del silenzio appartiene ai metalmeccanici, e alla loro lotta per il contratto nazionale scaduto ormai da quasi un anno.
Parliamo di un milione 700 mila persone che con il loro lavoro portano sulle spalle l'Italia, che producono beni materiali essenziali per la nostra vita, dai mezzi di trasporto ai microchip. Il cuore industriale del Paese. Come ha osservato Luciano Gallino, "l'unica ragione per cui l'Italia può ancora definirsi un paese industriale avanzato sta nella forza del settore metalmeccanico". Diciamo allora le cose come stanno: l'occultamento e l'emarginazione di questa parte dell'Italia è un contributo indiscutibile al suo declino.
I metalmeccanici non chiedono la luna. Su un salario degli operai che al terzo livello è poco più di mille euro, chiedono 105 euro mensili di aumento per il contratto nazionale più 25 euro per chi non ha contrattazione integrativa. Chiedono il rispetto degli istituti contrattuali consolidati, appunto il contratto nazionale e la contrattazione integrativa, e vogliono una democrazia vera, affinché siano gli stessi lavoratori a decidere sulle scelte che li riguardano. La controparte confindustriale vuole il contrario, offre la cifra indecente di 60 euro scaglionati in due anni, spinge per una nuova fase di flessibilità, punta alla destrutturazione del contratto. Il suo sogno è il rapporto di lavoro individualizzato, cioè il lavoratore spogliato di ogni diritto, che si presenta ignudo sul mercato come Adamo nel paradiso terrestre.
In questa situazione è in gioco sì una condizione materiale difficile, con la povertà che bussa ormai alla porta. Ma anche qualcosa di più: la dignità del lavoro, e dunque la libertà della persona. Vorrei sottolinearle queste parole. Dignità del lavoro, libertà della persona. Questa è una vertenza che ci tocca da vicino perché se i meccanici verranno ulteriormente colpiti nei loro diritti, il Paese risulterà impoverito, e noi tutti saremo meno liberi e più precari. Da questa vicenda, come pure dallo stato di allarme dei dipendenti pubblici - altra categoria fondamentale, dal cui lavoro dipende in buona sostanza l'esercizio concreto della cittadinanza, e alla quale sono stati sottratti con destrezza i soldi per il contratto del prossimo biennio - emergono alcuni temi cruciali che non possiamo sottovalutare e che investono anche il sistema dei media.
E' appena finito lo sciopero dei giornalisti, e oggi sono riuniti a Milano cinque mila rappresentanti sindacali Fiom, Fim, Uilm per decidere come proseguire la lotta. Situazioni diverse, che però mettono a nudo lo stato reale del Paese e la crisi della nostra società in gangli decisivi che attengono ai diritti fondamentali di una moderna democrazia, il diritto al lavoro e il diritto all'informazione. Domandiamoci: se il lavoro non è più un diritto ma una merce che si vende al ribasso, come si può assicurare il diritto all'informazione?
Se, come qualcuno ha osservato, la differenza tra una pressa e un computer è evidente a tutti, come pure le differenze retributive che ne derivano, d'altra parte è altrettanto evidente che il comando del capitale sui mezzi di comunicazione e su quelli di produzione non fa differenza: in entrambi i casi chi li detiene vuole la flessibilità massima dell'inquadramento, degli orari, delle prestazioni. E se la Fnsi punta all'assorbimento del lavoro precario, che riguarda oltre il 50% della categoria, è perché in fondo un free lance senza contratto vive le stesse inquietudini e le stesse incertezze di un meccanico Fiat in affitto.
Il potere del denaro ha trasformato l'informazione in una semplice arte del business. E l'incremento del business rafforza il potere del denaro sull'informazione, che - come si dice -è diventata ormai un intervallo tra una pubblicità e un'altra. Ma i giornalisti quando scioperano hanno il potere di interrompere questo intervallo, vale a dire di non produrre informazione. Paradossalmente proprio perciò si rendono in qualche modo visibili.
Gli operai, e i metalmeccanici in particolare, sono invece una vera rarità, essendo scomparsi dal video ormai da anni. Neanche il tanto celebrato Celentano ha avuto il coraggio di invitarli. E tuttavia, al di là delle scelte personali di conduttori e giornalisti, è il sistema dei media nel suo insieme, in quanto espressione sempre più concentrata del potere del denaro, che espelle dal suo circuito il mondo del lavoro. Il lavoro non solo non è rappresentato politicamente, è stato anche tolto dall'agenda mediatica globale, e in un certo senso è sparito dalla vista delle stesse persone che lavorano. Cancellati dalla comunicazione nella civiltà della comunicazione, i lavoratori non compaiono e dunque non esistono. E' un fenomeno globale, ma ciò non significa che localmente non debbano essere cercati degli anticorpi e proposte delle iniziative.
Nel viaggio che ho compiuto in Italia per il manifesto ho potuto osservare una realtà del lavoro varia e diversificata, diversa da quella che immaginavo e anche più preoccupante. Tanto che noi di articolouno, peraltro incoraggiati dalle novità rilevanti della recente conferenza programmatica della Fp Cgil,  vorremmo ora esplorare un territorio poco conosciuto, sebbene di grande importanza per la ricostruzione degli spazi comuni e la fruizione dei beni sociali –appunto il lavoro pubblico. E tuttavia, pur nella grande varietà delle situazioni, in questo primo viaggio ho rilevato alcune costanti: la vera e propria dissipazione del lavoro in tutte le sue forme, dal lavoro manuale a quello intellettuale e scientifico; la difficile condizione materiale e psicologica delle lavoratrici e dei lavoratori, soprattutto giovani e meridionali, segnati dal disagio, da infelicità e insicurezza; il respiro corto e l'egoismo di un ceto capitalistico gretto, che vede solo i suoi interessi di classe, cioè profitti, rendite e patrimoni esentasse; e infine l'assenza della politica, separata e distante dal mondo del lavoro.
Non so se questa lontananza dalla vita dei lavoratori è solo la conseguenza dell'oscuramento compiuto dei media, ossia di una pura operazione mediatica, o viceversa se l'invisibilità del lavoro è l'effetto di una scelta politico-culturale più ampia, di una visione del mondo in cui la rappresentanza (e la cittadinanza) è costruita a immagine e somiglianza di borghesi e proprietari, essendo considerate le persone che vivono del proprio lavoro socialmente e politicamente irrilevanti, dunque soggetti non da rendere protagonisti del proprio destino ma semmai da assistere nella sventura. Oppure se l'attuale stato delle cose dipenda dall'effetto combinato dei due fenomeni.
Resta il fatto che nel modo di essere del capitalismo globale, nel quale prima viene l'azionista e poi il lavoratore, prima la Borsa e poi il lavoro, prima il rentier e poi il produttore, mentre i grandi manager garbatamente vengono chiamati tagliatori di teste, il lavoratore altro non è se non un semplice costo da comprimere, una pura appendice del capitale finanziario che impiega le più sofisticate tecnologie della comunicazione. Il massimo è l'idea del lavoro "on-off" che, come l'energia elettrica e il riscaldamento, viene usato nell'istante in cui serve e cessa nel momento in non serve più. La persona ridotta a cosa, la vita umana come variabile dipendente dal mercato e dalla discrezionalità dell'impresa. E pazienza se la disponibilità del lavoro in affitto comporta un piccolo costo, come prevede la legge 30. Questo è il trionfo della precarietà, dell'incertezza, dell'intermittenza, del lavoro in frantumi. Non c'è diritto né progetto di vita.
L'evidenza dei fatti parla chiaro. E' la persona umana che viene calpestata, che non dispone di se medesima e dunque non ha libertà. E questa è la radice più profonda, a mio parere, delle contraddizioni esplosive che avvolgono il mondo, e che avanzano in Europa: quelli che incendiano la Francia si ribellano di fronte a una frattura sociale, sono gli esclusi, gli espulsi dal lavoro. Ma proprio perciò è evidente il valore delle lotte contrattuali in corso, che si propongono di arrestare il processo di frantumazione e di degrado in settori decisivi del nostro apparato produttivo e culturale, come pure nell'apparato pubblico. Sulla svalorizzazione del lavoro manuale e intellettuale, cioè sull'umiliazione di milioni di persone, giovani e meno giovani, non si costruisce nulla di positivo né in Italia né in Europa.
Vado alla conclusione. In alcuni programmi del servizio pubblico televisivo si sono visti negli ultimi tempi materiali interessanti a proposito del lavoro. Ma mi domando: perché la Tv pubblica non informa con ampi servizi sulle vertenze contrattuali in corso? E sulla realtà della condizione sociale? Non è più tollerabile che la Tv pubblica, nata per rendere un servizio alla collettività, sia stata trasformata in uno strumento di dominio su una parte della società, che non ha voce in capitolo. Perché non si assumono – non assumiamo – adeguate iniziative al riguardo? E' un errore pensare che ciascuno, da solo o nella sua individualità di gruppo, possa difendere i proprii spazi di libertà. Ed è un'illusione ritenere che si possano difendere gli altri diritti quando i diritti del lavoro vengono distrutti. La storia dovrebbe insegnarci molte cose al riguardo.
Perciò bisognerebbe impiantare una rete per far crescere la solidarietà e la partecipazione tra le diverse parti del mondo del lavoro, tra italiani e stranieri, tra privati e pubblici, tra stabili e precari, tra regolari e atipici, tra insider e outsider. La denuncia però non basta, bisogna anche costruire. E costruire sul territorio, con realtà sociali e istituzionali diverse. In questo senso lanciamo la proposta di dar vita a un Osservatorio che indaghi sui media e su come questi vedono e trattano il mondo del lavoro. E' un contributo che potremmo dare alla costruzione di un'alleanza tra i lavoratori e con i lavoratori della comunicazione, e forse di un'alleanza più vasta tra lavoro e saperi. E' un passo piccolo ma significativo che potremmo compiere per far crescere la consapevolezza di un diverso e nuovo ordine delle cose, in cui ogni persona, ogni mano e ogni mente, possa liberamente esprimersi secondo la sua creatività.