Seminario di Orvieto del 14 e 15 luglio 2006. Relazione svolta da Paolo Ciofi.

Lavoro e crisi dello sviluppo, sostenibilità sociale e ambientale: il tema da svolgere nel mio intervento introduttivo rimanda, nella sostanza, alle caratteristiche del capitalismo globale, al suo modello uscito vincitore dalla guerra fredda. Se da una parte, come ha sottolineato Tortorella nel suo lucido e penetrante discorso d’apertura ai nostri lavori, vi è la necessità d’indagare a fondo le ragioni che hanno portato alla vittoria planetaria del capitale, d’altra parte ciò non ci esime dal misurarci con una lettura critica di questa fase del capitalismo vincente. Ed è su questo aspetto che vorrei svolgere qualche considerazione, perché il mondo dominato dall’unilateralismo americano è anche il mondo del capitalismo universale, che non sembra al momento avere alternative.

Ma paradossalmente, nella fase del suo trionfo, il capitalismo vincente mostra tutte le sue crepe. E’ dominante sulla scena del pianeta, ma lo spettacolo che mostra non è certo bello a vedersi: il mondo e le società in cui viviamo portano il segno della conflittualità permanente, della violenza, delle guerre. Emergono molti segnali di una crisi che si manifesta non semplicemente come congiunturale o ciclica, bensì come un processo più profondo e vasto, che investe al tempo stesso l’economia e la società, la cultura e la politica. E’ con questa dimensione più ampia che una sinistra nuova credo si debba misurare.

Il punto chiave è la lettura della globalizzazione. E mi pare che ormai ci possano essere pochi dubbi sul fatto che, al di là della rivoluzione tecnico-scientifica che la sospinge, questa globalizzazione capitalistica si manifesta come un gigantesco processo di subordinazione del lavoro al capitale. In altre parole, per usare un’espressone brutale ma calzante che è di Luttwak, si presenta oggi in forma di “dittatura” del capitale sul lavoro, ossia come assoluta libertà di disporre del lavoro, ricondotto allo stato “naturale” di merce, senza limiti né condizionamenti. E’ il modello americano, che aspira a diventare egemone, e che rende di solare evidenza, a mio parere, la centralità del conflitto capitale-lavoro. Mentre, nello stesso tempo, si accentua la conflittualità tra i capitalismi.

Il dominio, o la dittatura, del capitale sul lavoro si esercita sì nel modo di produzione, ma anche nella società, nella cultura e nella comunicazione, nella politica. Un aspetto, questo, fondamentale che però viene solitamente ignorato o nascosto. Tuttavia, nei sistemi politici emersi dalla fine del Novecento, il lavoro sostanzialmente non ha rappresentanza, intendo dire una rappresentanza politicamente significativa, autonoma e libera. Ne deriva che un nuovo soggetto politico della sinistra, se vuole essere veramente nuovo, deve affrontare di petto questo nodo che a me pare cruciale, e tentare di dare una risposta adeguata e convincente.

In un processo nel quale il lavoro retrocede da diritto a merce, il cittadino decade a oggetto passivo del messaggio mediatico. La politica torna a essere un privilegio delle élites, fondato sul censo e la capacità di controllo dell’opinione. Si chiudono gli spazi pubblici e si frantuma l’agire collettivo. La democrazia si isterilisce e degrada in un semplice gioco di alternanza tra gruppi di potere. Questo versante non viene sufficientemente indagato, ma in concomitanza con la retrocessione del lavoro a fattore precario e subalterno, politicamente non più autonomo e assoggettato alle libere migrazioni del capitale, si è venuto configurando un capitalismo particolarmente aggressivo, speculativo e instabile, che mette a rischio la sicurezza del pianeta dal punto di vista umano e ambientale.

Svalorizzazione del lavoro e distruzione della natura costituiscono ormai due componenti organiche e inscindibili di un meccanismo unico, volto a succhiare profitti e rendite, a privatizzare risorse, a concentrare ricchezze. Assistiamo a un incremento sfrenato dello sfruttamento umano e alla distruzione sistematica della natura di un sistema che, proprio perciò, perde efficienza e capacità di sviluppo; spoglia sistematicamente i risparmiatori; non è in grado di assicurare un futuro ai giovani e sicurezza ai vecchi. Al carattere sempre più sociale della produzione materiale e immateriale, cui cooperano milioni di persone nel mondo, fa riscontro l’esasperato privatismo nell’appropriazione dei frutti del lavoro. La privatizzazione è diventata universale e la proprietà privata invade tutti campi: dai servizi sociali ai beni una volta considerati comuni, fino al corpo umano.

L’effetto complessivo è un aumento gigantesco delle disuguaglianze, la polarizzazione di ricchezza e povertà nel mondo e in ogni singolo Paese, e dunque la sostanziale cancellazione della middle class, di quei ceti medi che costituiscono la base sociale della politica moderata e centrista. La svalorizzazione del lavoro è il presupposto della valorizzazione del capitale finanziario, ma la primazìa della finanza moltiplica l’instabilità globale. Alla fine, l’unica via d’uscita sembra la guerra: il mondo viene avvolto da una spirale di violenza che sopprime la politica, di cui il terrorismo è l’espressione più aberrante.

La contraddizione capitale-lavoro non è certo l’unica ad attraversare il capitalismo moderno. Altre storicamente preesistono, come quella di genere che si presenta oggi in forme nuove. Altre sono invece più recenti, come quella tra Nord e Sud del mondo. O tra centralismo e autonomie. O tra software libero e proprietà privata sui mezzi di comunicazione e sulle reti…E così via. Ma se si smarrisce la dualità capitale-lavoro, e si cancella il conflitto tra le classi, non si coglie una caratteristica fondamentale e distintiva della società in cui viviamo, e quindi si perde la possibilità di cambiarla.

Si è pensato che la fine del fordismo coincidesse con la fine del lavoro, e perciò del conflitto. Ma la presenza del capitale in assenza del lavoro è semplicemente un controsenso. D’altra parte, il capitale e il lavoro sono forme storiche in perenne movimento. E infatti la distinzione tra chi vende e chi compra la forza-lavoro per ricavarne profitto non è scomparsa, anzi si diversifica e si approfondisce, e gli attori di questa transazione compaiono in forme nuove e con abiti sempre diversi. Dopo la fase del fordismo dominante è emersa una nuova e giovane classe operaia, e nel contempo ha assunto un rilievo crescente il lavoro immateriale e cognitivo. Assistiamo alla diversificazione e frantumazione del lavoro dipendente, che si compie sotto il segno della precarietà, ma nello stesso tempo alla sua diffusione.

Un soggetto politico che non voglia ridursi alla gestione più o meno “competente” dello stato delle cose presenti, o che non voglia essere ridotto alla marginalità, è “obbligato” a identificare le radicali trasformazioni del lavoro, a riconoscere i caratteri nuovi del conflitto, a impegnarsi nella ricomposizione unitaria del lavoro industriale e agrario, della tecnica e della scienza, della formazione e dell’informazione, del lavoro precario e di quello stabile, di quello autoctono e migrante, di quello individuale e di quello collettivo.

Un’operazione sicuramente complessa, ma l’individuazione delle forze interessate a cambiare il modello dominante è condizione indispensabile per procedere a un effettivo cambiamento, cioè a innescare un processo di trasformazione. Tuttavia, se i salariati e i dipendenti non sono consapevoli della loro condizione, e le élites dirigenti sono riuscite a sradicare la coscienza del fatto che il cambiamento è necessario, il cerchio si chiude e il crimine è perfetto, come direbbe il compianto Vazquez Montalbàn: il soggetto del cambiamento non si mobiliterà perché forse non ha coscienza di ciò che è. Perciò ritengo che un’attenzione particolare vada rivolta al tema della cultura, della comunicazione e informazione, ormai inglobate largamente nel sistema dominante.

In Italia si sta delineando un dispositivo politico socialmente unipolare, in cui il bipolarismo attiene all’alternanza nel governo tra due componenti della borghesia. Una sorta di duopolio delle élites dirigenti, con il mondo del lavoro pregiudizialmente escluso, ridotto a far da supporto all’una o all’altra delle formazioni neoborghesi. Resta il sindacato, ma in mancanza di un autonomo punto di vista politico del lavoro, il sindacato stesso rischia di diventare subalterno al mercato.

In assenza della rappresentanza politica del lavoro, anche la democrazia cambia natura. Non più espressione di una tensione e di un conflitto inesauribili per l’uguaglianza e la libertà, che via via si è esteso e ha inglobato sempre nuovi diritti, come è avvenuto nell’arco del Novecento fino alla conquista della Repubblica fondata sul lavoro, e oltre. Ma il capovolgimento di tale processo, e la riduzione della democrazia alla semplice applicazione del principio maggioritario, come se anche le oligarchie non vengano elette a maggioranza, e non decidano a maggioranza.

Con la formazione del partito democratico un intero percorso verrebbe portato alla logica conclusione. Ha spiegato Veltroni in un’ampia intervista che liberismo mite e politica leggera sono i punti di riferimento. Nessun ripensamento che colleghi il tema dell’uguaglianza e della libertà alla condizione reale del lavoro e alla precarietà dei lavoratori, ma attenzione “al dolore di chi ha meno”. Un buonismo dai denti d’acciaio, un partito della borghesia modernizzante che cancella qualsiasi idea della trasformazione, e che vorrebbe affidare la governabilità a una legge elettorale analoga a quella dei sindaci. Un centrismo moderato, con punte di radicalismo sui diritti civili (Ratzinger e Rutelli permettendo), ma che sembra ignorare i diritti sociali e soprattutto la centralità dei diritti del lavoro. L’obiettivo è il taglio delle estreme, e la costruzione di un bipolarismo tra due centri. Un obiettivo che va benissimo alla Confindustria e ai poteri forti, e per il quale combatte strenuamente il Corriere della sera.

In questa cornice, l’esperienza delle sinistre al governo e il confronto-scontro che si è aperto sul programma sono per molti aspetti decisivi. Perciò bisogna guardare con molta attenzione a ciò che si muove nella società, al valore che assumono esperienze reali di lotta e di movimento. In questo senso, lo scontro sulla validità della contrattazione nazionale, sulla gestione dei tempi di lavoro e sulla democrazia, cioè sul diritto di chi lavora di decidere sul proprio destino di lavoratore, assume un significato che va ben al di là dell’ambito sindacale. Come nel caso dei lavoratori dell’Atesia, dove sono in gioco principi e diritti fondamentali, che attengono all’uguaglianza e alla libertà. Proprio per questa ragione ha grande importanza e un significato simbolico di valore generale (sebbene fortemente sottovalutato) il contratto nazionale strappato dai metalmeccanici al prezzo di una difficile lotta.

Tuttavia, come fanno notare i compagni della Fiom, la partita sui contratti nazionali è del tutto aperta, giacché in altre categorie ci si è mossi in altra direzione. Non è difficile vedere che con l’abbandono della contrattazione collettiva, il sindacato si trasformerebbe in qualcosa di diverso e verrebbe schiacciato sugli interessi dell’impresa. Del resto, diverse sono le suggestioni e le iniziative volte a inglobarlo nelle funzioni dell’impresa medesima, e a trasformarlo in un’articolazione del potere. Ma un sindacato di mercato non sarebbe né libero né democratico.

Senza una politica forte, è stato detto, il sindacato non ce la fa. Tuttavia, l’alternativa al liberismo selvaggio non può essere il liberismo mite, o una qualche altra forma di liberismo al netto di Berlusconi. Né, dentro il liberismo mite, figlio anch’esso della cultura d’impresa, l’alternativa al partito democratico può essere il “socialismo europeo”, che del medesimo liberismo mite è oggi una delle espressioni. Occorre invece cercare e proporre, anche nella dimensione europea, un altro principio coesivo e unificante, ed esso sta nel riconoscimento del valore sociale del lavoro, nella valorizzazione del lavoro come base di un modello diverso, di una più alta e ricca qualità sociale e ambientale.

Vorrei porre in conclusione un’ultima questione, che formulo così: può essere la Costituzione, nei suoi principi fondamentali e nella sua prima parte, il punto di riferimento per la costruzione di una sinistra nuova, di una nuova rappresentanza politica del lavoro? La mia opinione è molto netta al riguardo. Io penso di sì, e anzi vado oltre, perché lì a mio parere sono indicate le coordinate essenziali del progetto. E dunque di lì dovremmo muovere per intraprendere il cammino. Non solo perché la nostra Carta fondamentale rappresenta il punto più alto cui la sinistra, con le sue lotte secolari, è pervenuta in Europa. Ma anche perché, dentro il suo disegno programmatico di democrazia, di libertà e di uguaglianza, è segnato un possibile percorso di trasformazione della società italiana in senso antiliberista e socialista. Non accorgersene credo sia un errore.

Tutti conosciamo la Costituzione, ma una rilettura in occasione del Referendum mi ha indotto ad alcune riflessioni, che vorrei condividere con voi. A chi obietta che l’Italia di oggi non si può più ordinare sul principio costituzionale della Repubblica “fondata sul lavoro” è stato già autorevolmente risposto che, al contrario, bisogna reinterpretare quel fondamento sulla base della trasformazione sociale e trapiantarlo dalla società fordista alla società postfordista. Che il lavoro sia cambiato non significa che abbia perso la centralità: al contrario, in tempi di precarietà, le tutele e i suoi diritti andrebbero rilanciati e rafforzati.

Quando poi si stabilisce, nel famoso ma dimenticato articolo tre, che è compito della Repubblica “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, mi pare evidente che la Carta considera possibile e necessario intervenire nell’ambito dei rapporti di produzione con tre finalità: assicurare l’effettiva libertà e uguaglianza dei cittadini; garantire il libero sviluppo della persona; consentire ai lavoratori di partecipare direttamente a tutti gli aspetti della vita del Paese.

E’ altrettanto evidente, a me pare, che qui viene delineato un assetto molto diverso da quello della società attuale, e che emergono gli elementi di un vero e proprio progetto riformatore. Coerentemente con una visione della proprietà e del mercato, in cui entrano in gioco le categorie di “utilità sociale” e di “interesse generale”. L’articolo 41, quello contestato da Berlusconi, stabilisce che “l’iniziativa economica privata è libera”, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Per conseguenza, la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica “possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Quanto alla proprietà, questa “è pubblica o privata” (articolo 42): si presenta quindi come una categoria differenziata, non ideologicamente prestabilita. La proprietà privata “è riconosciuta e garantita dalla legge”, che ne determina anche “i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale”, e può essere anche espropriata “per motivi d’interesse generale” con riguardo, soprattutto, “a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio”.

Dunque, una rilettura attenta dei principi fondamentali mi pare metta in luce un felice equilibrio tra diritti individuali e diritti collettivi, tra individualismo e solidarismo, tra personalismo e socialismo. Non c’è contraddizione tra centralità del lavoro e centralità della persona. Anzi, non vi può essere centralità della persona senza centralità del lavoro. E non basta dire, come sottolinea Tortorella: vogliamo l’economia di mercato, ma non una società di mercato. Ci vuole anche un mercato finalizzato alle esigenze umane.

La valorizzazione del lavoro, che costituisce il motivo conduttore e il profilo programmatico della Costituzione, diventa così la base materiale e culturale della valorizzazione della persona, la premessa della libertà e dell’uguaglianza tra gli esseri umani, ed anche il riferimento per la finalizzazione e il governo del mercato. Uguaglianza come giustizia sociale, non come cancellazione dell’individualità e delle differenze; libertà come padronanza del proprio destino, non come assenza di regole; mercato governato attraverso l’intervento pubblico e la presenza dei soggetti sociali organizzati. Io credo che qui vi siano alcuni elementi di un socialismo nuovo su cui varrebbe la pena di lavorare. Finito nel disastro ad Est il cosiddetto “socialismo reale”, esaurita nel neoliberismo clintoniano la spinta propulsiva della socialdemocrazia ad Ovest, non butterei alle ortiche il modello sociale prospettato dalla Costituzione italiana.

In conclusione, alla domanda del che fare risponderei che c’è bisogno di una grande innovazione innanzitutto sul terreno culturale, capace di riqualificare e di ridefinire, muovendo dalla Costituzione, i principi di uguaglianza e libertà nelle condizioni del nuovo secolo, con l’obiettivo di rilanciare - aggiornandolo - il modello sociale europeo. Insomma, io penso che è giunto il momento di preparare una vera e propria controffensiva culturale-ideale, che recuperi e rilanci il valore sociale del lavoro e la funzione del pubblico.

Ma la dimensione culturale non basta. Sappiamo che una nuova soggettività politica che pesi nella società nasce se è in grado di dare risposte anche ai bisogni materiali degli uomini e delle donne in carne e ossa, di innervarsi nella quotidianità senza rinunciare a obiettivi di trasformazione. Perciò sarebbe necessario agire in sinergia dall’alto e dal basso. Soprattutto, mi pare essenziale, in questa fase, sperimentare nuove pratiche politiche e di movimento nei territori, che aggreghino forze, indichino obiettivi concreti, costruiscano vertenze e forme di alleanze tra lavoro, ambiente e sapere, in modo da spezzare le rigidità e il verticismo della politica tradizionale, nel tentativo di far avanzare un protagonismo nuovo.