Risposta a Scalfari.

Il lungo e problematico dibattito sul socialismo, che per oltre un mese ha occupato le colonne de la Repubblica, è stato chiuso da Eugenio Scalfari con una dichiarazione perentoria di non trasformabilità del capitalismo: questa è la società in cui viviamo, dai suoi confini non si esce. Dalla critica, e dalla crisi, del socialismo siamo approdati così alla visione di un capitalismo perenne. Se ne deve dedurre che "i nuovi schiavi del mercato globale" – questo il titolo dello scritto scalfariano – sono destinati a rimanere tali? Che anche un laico come Scalfari è stato folgorato dal dogma della fine della storia?
Interrogativi legittimi e non trascurabili, ma la Repubblica e il suo fondatore sono il veicolo e la fonte di un pensiero che tende a cristallizzarsi in senso comune in gran parte dell'opinione pubblica e della sinistra. Conviene perciò, quando si ragiona sui caratteri della società del nostro tempo e sui fondamenti della libertà, non fermarsi alle apparenze e misurarsi con le categorie portanti di un pensiero che è approdato all'idea della non trasformabilità del sistema. E che, per questa ragione, fornisce il vero retroterra culturale del partito democratico prossimo venturo. Come vedremo, le sorprese non mancano.
In sintesi, le argomentazioni di Scalfari ruotano attorno ad alcuni punti fermi, che costituiscono altrettante verità, assunte come dimostrate e inconfutabili.
1. La non trasformabilità del sistema significa che lottare per una società diversa, di tipo socialista, fondata sulla liberazione e la più ampia libertà delle donne e degli uomini, e pensare una nuova e più avanzata formazione economico-sociale rispetto al capitalismo del XXI secolo, non ha senso. In altri termini, taglia corto Scalfari in replica a Bertinotti, "l'uscita dal capitalismo è una bubbola". Sarebbe come andare a caccia di farfalle sotto l'arco di Tito perché il capitale, come il lavoro, "è uno dei fattori della produzione" e di esso non si potrà fare a meno "fin tanto che ci sarà bisogno di produrre beni e servizi", cioè fino a quando questi non ci saranno dispensati dalla natura e dal dolce far niente, allorché "saremo rientrati nei giardini dell'Eden". Ne deriva, secondo l'argomentare fatale (e formalistico) di Scalfari, che oltre il capitalismo non si può andare. E' arrivato il momento che la storia si fermi, e tutti noi ci mettiamo l'anima in pace: a quanto pare, noi umani figli della modernità possiamo camminare solo all'indietro, o girare in tondo.
2. Il capitalismo ha i suoi difetti, ammette Scalfari. Ma la precarietà del lavoro, "il monopolio oligarchico della conoscenza tecnologica", "l'impresa come mito totalizzante della cultura economica", "le disuguaglianze indotte dalla modernizzazione della società" e infine forme diverse "di vera e propria schiavitù", a ben vedere, "sono fenomeni esistenti da sempre", sebbene oggi siano "resi intollerabili dalla globalizzazione". La loro radice sta, anche in questo caso, in ragioni "oggettive" e quindi non estirpabili. Vale a dire "nella necessità di accumulazione del capitale, che non è un fenomeno del capitalismo, ma della scarsità di risorse". "Essa impone che vi sia una differenza tra ricchezza prodotta e ricchezza consumata. Impone che una parte sia risparmiata, accumulata e investita per accrescere la base produttiva". E per non essere frainteso, Scalfari precisa: "Lo schiavismo è servito come il risparmio forzato e il risparmio spontaneo incoraggiato da appropriati livelli del tasso di interesse". Il risparmiatore paragonato allo schiavo nell'interesse superiore del capitale mi sembra una novità su cui riflettere. Anche per misurare non il tasso d'interesse, ma il tasso di libertà nella società contemporanea.
3. Le disuguaglianze sono il motore "della società globalizzata". Tuttavia non c'è ragione di stupirsi, o di indignarsi, né – tanto meno – di protestare, giacché esse sono, per così dire, un "fenomeno naturale" che trascende il capitalismo e la globalizzazione. Infatti, secondo Scalfari, "le disuguaglianze e il principio stesso di disuguaglianza fanno parte della natura della nostra specie". Anzi, "di tutte le specie viventi e all'interno di ciascuna di esse. In sé non è un principio negativo, al contrario, è inerente alla vita stessa poiché non c'è albero del bosco che sia uguale all'altro né foglia dello stesso albero che sia esatta copia dell'altra". E' vero, ma nel nostro caso non si tratta di accertare che il gelsomino è diverso dal giglio, o che Eugenio non è uguale a Paolo. Questo lo sapevamo già. Il problema è chiarire le cause delle disuguaglianze economiche e sociali, e gli effetti che queste hanno sulla conformazione della società e sulla vita di ogni persona: è un tema che ha a che fare con la libertà di tutti e di ciascuno. E stupisce che Scalfari misceli in un unico impasto ingredienti che non stanno insieme come le disuguaglianze sociali, le differenze biologiche, le diversità naturali. Traslando dal sociale al naturale la categoria della disuguaglianza, assunta come generale e onnicomprensiva, in realtà egli si preclude la strada a un'analisi differenziata sulle dinamiche nuove della società e sulla libertà delle persone nell'età della globalizzazione.
4. Sostiene poi Scalfari che, in base al "principio dei vasi comunicanti", nel mondo globalizzato si è messa in moto "un'azione livellatrice" che "ha ravvicinato le disuguaglianze". La tesi - come si vede - non appare del tutto coerente con le precedenti asserzioni, secondo cui la disuguaglianza è il motore della globalizzazione, la quale a sua volta genera disuguaglianze intollerabili. In ogni caso, non risulta sufficientemente motivata. Tuttavia, osserva il fondatore de la Repubblica, "è accaduto così che diversi livelli di salario e diverso godimento dei diritti provocassero trasferimenti imponenti di persone da un luogo all'altro del pianeta e altrettanto imponenti de-localizzazioni di imprese in cerca di situazioni meno protette e più competitive". E così conclude: "non c'è forza al mondo" che possa impedire questo processo, "né economica né politica né militare". In definitiva, una lettura fondata sull'inevitabilità di un processo considerato oggettivamente progressivo, che però non è in grado di chiarire le ragioni della crescita vertiginosa dei conflitti e della violenza, delle guerre e del terrorismo: "la globalizzazione ha messo in moto la tendenza verso il livellamento con le conseguenze che ne derivano di abbassamento del tenore di vita di chi si trova ai livelli più elevati e di innalzamento per chi soffre dei livelli più bassi. Movimento incomprimibile, che può tutt'al più essere rallentato e gradualizzato ma non certo impedito". Insomma, il pensiero non è critico, ma conforme (in apparenza) ai processi reali.
5. In conclusione, se queste sono le verità del mondo di oggi, e se tali sono le tendenze in atto, null'altro resta da fare se non mettersi nella giusta posizione per seguire la corrente, e per gestire saggiamente l'esistente, ossia il capitalismo globale. "Dove portano queste constatazioni?", si domanda Scalfari. E si risponde: "Esattamente all'accettazione del riformismo, cioè alla gradualità per temperare processi comunque inevitabili". Egli non vede che questa fase del capitale globale, assoggettando il lavoro fino a ricondurlo allo stato "naturale" di merce, mettendo a rischio persino l'equilibrio antropologico e ambientale del pianeta, richiede una nuova e inedita visione della libertà e dell'uguaglianza, dunque della democrazia, che superi gli antichi schemi novecenteschi. L'approdo, per lui, comunque è chiaro. Ma non sta nel gradualismo, bensì nel riformismo senza socialismo, cioè senza riforme che trasformino il capitalismo. Il riformismo è trasmutato nel suo contrario, ovvero in una componente (mite?) del neoliberismo volta alla conservazione di questo capitalismo.
E' eccessivo sostenere che il pensiero scalfariano è approdato a una forma modernizzante di neoconservatorismo? O vogliamo dire, più banalmente, che il liberalismo progressista di una certa borghesia "illuminata" ha subìto l'egemonia incontrastata del pensiero unico neoliberista? In ogni caso, appare indubbio che, per dare fondatezza al riformismo come puro "temperamento" (e non cambiamento) dei processi in atto, ossia per motivare le ragioni del partito democratico, Scalfari è costretto a interpretare questa globalizzazione capitalistica come un processo "oggettivo", volto al livellamento delle disuguaglianze.
Ma all'origine, come egli stesso nota (e qui siamo obbligati a penetrare nella natura più intima del capitalismo), c'è esattamente "una definizione inesatta" del capitale, inteso puramente e semplicemente come "fattore della produzione". Un dato "tecnico", cristallizzato nelle macchine e negli strumenti di lavoro, senza di che la produzione sarebbe impossibile. E poiché in qualsiasi forma di produzione non si può prescindere né dagli strumenti né dal lavoro, ecco che il capitalismo si trasfigura in un dato "oggettivo", "naturale", al di fuori del tempo e dello spazio. Esso è la Produzione, anzi l'Economia: la trascendenza metafisica del capitale si incarna nel capitalismo vivente come ordine "naturale" delle cose. E da questo ordine non si può uscire, pena la distruzione della Produzione, dell'Economia e dunque della Società. I peccatori sono avvertiti: dopo il capitalismo c'è la fine del mondo.
Nell'impianto scalfariano si perviene così a un'identificazione perfetta dell'esigenza dell'accumulazione, che può manifestarsi ed essere pensata nei modi più diversi come l'esperienza storica dimostra, con l'accumulazione capitalistica, considerata l'unico modo possibile di pensare, gestire e formare l'accumulazione medesima. Ma specialmente dopo il palese fallimento della "rivoluzione manageriale", che ha tradito l'aspettativa di una gestione puramente tecnica e asettica del capitale e della sua riproduzione, un simile approccio non trova riscontro nella realtà.
Abbiamo a che fare, invece, con la specificità del modo di produzione capitalistico, e con la modalità specifica del capitale, che prima di tutto è un rapporto sociale. Se, come ci ricorda Marx, " la ricchezza delle società in cui predomina il modo di produzione capitalistico si presenta come una 'immane raccolta di merci' ", il detentore degli strumenti della produzione deve trovare sul mercato una merce speciale, il cui impiego produca un valore maggiore del suo costo, cioè del valore necessario alla sua riproduzione. Sappiamo che questa merce non è il lavoro bensì la forza-lavoro, che si presenta come "l'insieme delle attitudini fisiche e intellettuali che esistono nella corporeità, ossia nella personalità vivente d'un uomo". L'uso di queste attitudini in cambio del salario produce un plusvalore, che misura il grado di sfruttamento dei lavoratori, da cui hanno origine il profitto e l'accumulazione del capitale.
Siamo all'abc del modo di produzione capitalistico, ma proprio dai fondamenti più elementari occorre necessariamente muovere oggi, giacché il pensiero neoliberista prescinde totalmente dalla realtà dello sfruttamento, e dunque dalle radici più profonde della disuguaglianza. Nella compravendita della forza-lavoro sul mercato capitalistico non c'è uguaglianza di condizione sociale tra la classe dei capitalisti detentori dei mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio, che acquista, e la classe dei lavoratori dipendenti, che vende. Questa sostanziale disuguaglianza fa si che la specificità della transazione in cui si configura il rapporto di lavoro non sia assimilabile ai contratti retti dal diritto civile, che presuppongono condizioni di parità tra i contraenti. Per tutelare i lavoratori e i loro diritti, e per conquistare più alti livelli di libertà, sono necessari altri strumenti, come la contrattazione collettiva, e altri interventi: di tipo sindacale, politico e istituzionale. Non basta, quindi, affermare l'uguaglianza di tutti davanti la legge e la libertà della persona perché libertà e uguaglianza siano effettive.
Il fatto che il pensiero neoliberista assuma il modo di produzione capitalistico come soluzione del problema della libertà di fronte al fallimento del cosiddetto "socialismo reale" nell'ex Unione Sovietica e alla globalizzazione del capitale appare una pura mistificazione, che non riesce a nascondere la realtà di un sistema percorso da contraddizioni crescenti. E' stupefacente che Scalfari, il quale pure aveva salutato la svolta di Occhetto come un passaggio "da Bandiera rossa alla Marsigliese" - vale a dire dalla rivoluzione del 1917 a quella del 1879, che sulle sue bandiere aveva scritto la parole Libertà, Uguaglianza, Fraternità – sostenga oggi che la disuguaglianza è la base della libertà, secondo il più classico dei canoni neoconservatori. E se proprio non si vuole avere memoria delle grandi lotte per l'uguaglianza e la libertà combattute in Italia e in Europa nel Novecento dal movimento operaio e dalla sinistra comunista e socialista, bisognerebbe ricordare almeno gli ammonimenti di un liberaldemocratico come Norberto Bobbio.
Già nel 1989, in polemica con Giuliano Amato, il filosofo torinese sosteneva che il liberal-socialismo (all'epoca di esso si trattava e non del liberismo puro e semplice) non appariva uno strumento adatto a misurarsi con le tensioni dell'epoca, giacché nella confusa mistura di liberalismo e socialismo che andava producendo non si era trovato un punto di equilibrio, né si era potuta formulare una nuova carta dei diritti sociali e individuali. Bobbio non si stancava di ripetere che "non basta fondare lo Stato liberale e democratico per risolvere i problemi". E riproponeva con insistenza il suo imbarazzante interrogativo: "Sono in grado le democrazie di risolvere i problemi che il comunismo non è riuscito a risolvere?"
Cosa rispondiamo noi oggi, dopo l'esportazione della democrazia con le armi e l'esplosione del terrorismo planetario? E in presenza dell'intensificazione dello sfruttamento, della crescita paurosa delle povertà e delle migrazioni di massa, che hanno indotto gli Stati Uniti, 17 anni dopo il crollo del muro di Berlino, a pianificare la costruzione di una nuova grande muraglia al confine del Messico, lunga 1.500 chilometri con una spesa di un miliardo di dollari? Cosa diranno questi costruttori di nuovi muri? Che si tratta di un presidio a difesa della libertà in nome della società aperta?
Scalfari dice che la disuguaglianza è la base della libertà, ma i processi in atto non gli danno ragione: le disuguaglianze prosciugano la libertà e isteriliscono la democrazia. Né si può sostenere, d'altra parte, che con la globalizzazione – secondo "il principio dei vasi comunicanti" – le disuguaglianze tendano ad attenuarsi, come dimostrano le analisi di economisti e sociologi di diverso orientamento (Galbraith, Gray, Reich, Stiglitz, Gallino, ecc.). Alle medesime conclusioni perviene Silvano Andriani nel suo recente saggio sull'ascesa della finanza, ampiamente recensito su la Repubblica, sulla base di un'approfondita analisi dei dati disponibili.
Per quanto riguarda i diversi Paesi, si può osservare un doppio movimento: se i Paesi arretrati che stanno emergendo, sopra a tutti la Cina, si avvicinano a quelli più avanzati, "il resto si sta allontanando non solo dai Paesi avanzati ma anche da quelli emergenti, e spesso con un peggioramento delle proprie condizioni, anche in senso assoluto". Se invece si misura la disuguaglianza sull'intera popolazione mondiale, si può osservare che essa è aumentata di ben tre punti in soli sei anni secondo il coefficiente di Gini. In altre parole, siamo in presenza di un aumento pressoché generalizzato delle disuguaglianze all'interno dei Paesi.
Rileva Andriani che "per alcuni Paesi il fenomeno è assai rilevante, e non si tratta soltanto di quelli emergenti, come Cina e India, nei quali lo scarto tra aree urbane e rurali sta diventando drammatico, ma anche di quelli avanzati, a cominciare dai Paesi anglosassoni; anche l'Italia, d'altronde, è in questo gruppo". Alcuni dati di sintesi sono comunque significativi. Nei sei anni considerati, la quota di reddito mondiale diretta al 10 per cento della popolazione più povera è diminuita del 27,3 per cento, mentre quella assorbita dal 10 per cento più ricco è aumentata del 10 per cento. In pratica, l'uno per cento più ricco della popolazione del mondo guadagna quanto il 57 per cento più povero. Anche fra i diversi Paesi la distribuzione del reddito appare fortemente polarizzata: il 15 per cento della popolazione mondiale vive in Paesi con reddito medio pro capite superiore a 20.000 dollari; più dell'80 per cento in Paesi con reddito inferiore a 8.000 dollari; solo il tre per cento in Paesi con reddito medio compreso tra gli 8.000 e i 20.000 dollari.
L'analisi dei dati conferma che nei Paesi avanzati la causa principale dell'aumento delle disuguaglianze "è il mutamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro", generato a sua volta da un'intensificazione dello sfruttamento, come è dimostrato anche dal fatto che gli incrementi di produttività sono stati assorbiti pressoché totalmente da profitti e rendite. Senza contare che la precarietà del lavoro sta diventando una caratterista strutturale del capitalismo globale e "cognitivo", come lo era la parcellizzazione nella fase del fordismo. Negli Stati Uniti, ricerche recenti hanno dimostrato che la quasi totalità dei guadagni di produttività sono andati al 10 per cento più ricco della popolazione, e dentro questa fascia l'uno per cento ha fatto la parte del leone.
In Italia, secondo i calcoli di un liberale come Geminello Alvi, tra il 1993 e il 2003 il saggio del plusvalore - che misura lo sfruttamento del lavoro - è cresciuto insieme con la produttività. Dopo un formidabile aumento tra il '93 e il '98, questa ha continuato a crescere, seppure della metà. "Risultato finale: i salari reali pro capite nel 2003 sono del 3,5 per cento inferiori a quelli del 1993. Mentre il tasso del profitto è dell'11,3 superiore". La crescita dei profitti e delle rendite, con la conseguente patrimonializzazione dell'economia (che è la madre del parassitismo) ha costantemente ridotto la quota del lavoro nella distribuzione del reddito.
"Nel 2003 ai lavoratori toccava il 48,9 per cento del reddito; nel 1972 era il 59,2 per cento". Di contro, profitti e rendite si sono innalzati dal 40,8 al 51,1 per cento. Un cambiamento di dimensioni gigantesche, che ha reso ancora più subalterno il lavoro nella società, su cui la sinistra nulla ha avuto da dire. Osserva Alvi che la quota del lavoro dipendente "ora è circa la stessa del 1951, dell'Italia prima del boom", e "non troppo distante da quel 46,6 per cento che era la povera quota del 1881". All'ovvia obiezione che, secondo i canoni del neoliberismo e del senso comune, nel frattempo sarebbero cresciuti i lavoratori indipendenti e le partite Iva con la conseguente riduzione della quota di reddito dei dipendenti, la risposta è la seguente: "Nel 1971 c'erano 2,5 occupati dipendenti per ogni indipendente, nel 2004 sono 3. Il che significa che i dipendenti sono addirittura cresciuti rispetto ad allora". E anche questo è un tassello utile per ricostruire la realtà.
L'analisi dei fatti porta a concludere che non si può comprendere la portata e la qualità nuova della disuguaglianza nella fase del capitalismo globale se si oscura ideologicamente la dualità capitale/lavoro, la contraddizione e la conflittualità che ne seguono. Non perché in essa dualità si conchiuda la complessa tematica della libertà e dell'uguaglianza, ma perché proprio sul principio di disuguaglianza sociale si determina il rapporto di sfruttamento del lavoro da parte del capitale, che è il cuore del modo di produzione capitalistico. Con ragione Aldo Tortorella ha sostenuto che "rimangono valide categorie come quelle dello sfruttamento e dell'alienazione nei rapporti di produzione capitalistici", ma che esse vanno reinterpretate e rivissute col mutare concreto dei metodi di produzione e della società. "Non è crollata la teoria critica dell'alienazione del lavoro, ma – perfettamente all'opposto – è crollata la sua versione dogmatica che ne rovescia totalmente il segno".
La globalizzazione di questo secolo si presenta infatti, prima facie, come un gigantesco processo di subordinazione e di svalorizzazione del lavoro - cui non sono estranee forme particolarmente aberranti ed estreme, come la riapparizione del lavoro servile e schiavistico - in un mondo in cui sono presenti già oggi oltre tre miliardi di salariati, con una tendenza alla crescita. Di contro, il capitale celebra la sua libertà, che dovrebbe consistere nell'abbattimento di ogni vincolo di carattere sindacale, istituzionale e politico. Mentre il lavoro viene ricondotto allo stato di pura merce, frantumato e reso precario, senza diritti né rappresentanza sindacale e politica, il capitale vola libero per i cieli del mondo, là dove lo portano il massimo profitto e la forza-lavoro a basso costo.
Alla libertà del capitale corrispondono la costrizione del lavoro e la mancanza di libertà per milioni di persone nel pianeta, di cui una delle espressioni più clamorosa e ignorata è l'assenza di una autonoma e libera rappresentanza politica delle lavoratrici e dei lavoratori, con la conseguenza di un'amputazione drastica della democrazia. Ho già notato in altra sede che in concomitanza con la retrocessione del lavoro a fattore precario e subalterno, politicamente non più autonomo e incatenato dalle libere migrazioni del capitale, si è venuto configurando un capitalismo particolarmente aggressivo, speculativo e instabile, che mette a rischio il pianeta. La svalorizzazione del lavoro è il presupposto (e poi anche l'effetto) della valorizzazione del capitale finanziario, ma la dittatura della finanza moltiplica l'instabilità globale, diffondendo i germi della violenza e delle guerre.
La libertà del movimento dei capitali ottenuta nei trascorsi anni Ottanta, spingendo la finaziarizzazione, ha prodotto il contrario dell'autoregolazione dei mercati. Ha generato invece sette crisi finanziarie di portata globale, con effetti devastanti per i Paesi che l'hanno subita in conseguenza del movimento speculativo dei medesimi capitali e del loro deflusso. Guardando in casa nostra, si può solo constatare che le politiche di concertazione adottate dai precedenti governi di centro-sinistra hanno agito esclusivamente sul costo del lavoro e sui salari, come ha dimostrato Alvi, ma non hanno prodotto né il risanamento dei conti pubblici né, tanto meno, il rilancio degli investimenti delle imprese. I profitti, pure cospicui, si sono tramutati in rendite e sono serviti per costituire patrimoni basati prevalentemente nei paradisi fiscali, contribuendo in modo decisivo al declino del lavoro e del Paese. Non è proprio il caso che i gestori del capitale s'impanchino a dar lezioni a chicchessia.
L'irresponsabilità sociale dei vertici finanziari-manageriali richiede un svolta radicale nell'organizzazione e nelle finalità del modo di produzione. E le caratteristiche del capitalismo come sistema nell'era della globalizzazione, con i suoi enormi costi umani e ambientali, fino al punto di mettere in discussione anche alcune basi sociali della convivenza civile e della democrazia, sollecitano una trasformazione e una riforma che non possono essere circoscritte al versante della redistribuzione della ricchezza, come era nella prassi delle vecchie socialdemocrazie. Emerge, con sempre maggiore evidenza, il nodo dell'accumulazione e della formazione delle risorse, insieme a quello della titolarità della loro allocazione. Solo risalendo alle sorgenti delle disuguaglianze, si potrà intervenire per modificarne gli effetti.
Il problema, allora, non è il riformismo e la sua astratta definizione, bensì l'interrogativo: quali riforme? e per quale società? In discussione è il privatismo assoluto sulle condizioni della produzione materiale e immateriale, nonché sulle medesime condizioni della riproduzione, che si contrappone non solo al carattere sempre più sociale del lavoro cui cooperano milioni di persone nel mondo, e agli stessi produttori diretti, esclusi dalle decisioni e alienati in misura crescente dagli strumenti e dai prodotti del loro lavoro, ma anche all'universalismo dei diritti della persona umana. Ribollono, nel calderone delle disuguaglianze nel mondo e nel Paese, di fronte all'erosione delle condizioni naturali della vita stessa, un bisogno di socializzazione e di programmazione, di organizzazione del mercato orientato alle esigenze umane, e dunque di una più alta e piena affermazione della libertà della persona, che potremmo definire nuovo socialismo. In discussione non è qualche correzione nel sistema, ma il superamento dell'ordine del sistema.

Paolo Ciofi
12 ottobre 2006

Apparso su Crita Marxista n° 1 del 2007

Nota bibliografica

Eugenio Scalfari, I nuovi schiavi del mercato globale, la Repubblica, 24 settembre 2006
Fausto Bertinotti, Il socialismo nella società ingiusta, la Repubblica, 13 settembre 2006 (il testo integrale, con il titolo Il socialismo della libertà, in Liberazione del 14 settembre 2006)
Geminello Alvi, Una repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondatori, 2006
Silvano Andriani, L'ascesa della finanza, Donzelli, 2006
Paolo Ciofi, Il lavoro senza rappresentanza. La privatizzazione della politica, manifestolibri, 2004
Paolo Ciofi, Passaggio a sinistra. Il Pds tra Occhetto e D'Alema, Rubbettino, 1995
André Gorz, L'immateriale. Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri, Torino, 2003
Karl Marx, Il capitale, libro primo, Editori Riuniti, 1964
Aldo Tortorella, Crisi della sinistra e pensiero critico, manifestolibri, 2006. Edizione fuori commercio
Aldo Tortorella, Relazione all'Area dei comunisti democratici, Ariccia 31 ottobre-1 novembre 1991, ciclostilato.