di Giorgio Ferrari - Paolo Ciofi, Il lavoro senza rappresentanza... - Questo libro è una fonte preziosa di informazioni sulle circostanze ed i protagonisti che hanno condotto al declino la condizione lavorativa nel nostro paese. Ciofi — che è politico avvisato delle trasformazioni della sinistra - ripercorre puntigliosamente l'insieme dei passaggi che hanno portato a questo declino, non solo per iniziativa del capitale e di Berlusconi, ma anche - e forse di più - per le scelte. della classe dirigente della sinistra post '89. La perdita di rappresentanza del lavoro, esaminata e commentata anche in un contesto internazionale, si colloca infatti al centro di iniziative mancate o sbagliate della sinistra, tali da far dubitare della affidabilità politica di certi suoi dirigenti, tuttora alla guida dei loro rispettivi partiti. E non si tratta di pettegolezzi politici. Le prese di posizione di D'Alema e Fassino (ma anche di Bertinotti) sui temi del lavoro, sui diritti e sul ruolo del sindacato, appaiono irrimediabilmente segnate dall'abbandono di una pur minima ipotesi conflittuale tra capitale e lavoro, a tutto favore de1 primo. Del resto, le cifre riportate nel libro dimostrano di che entità sia stato il trasferimento, negli ultimi dieci anni, di risorse economiche e finanziarie a vantaggio del capitale e a scapito del lavoro, generando un aumento dei profitti e uno scadimento dei salari senza precedenti.

In particolare, quando l'Italia aderì a Maastricht con i conti a "posto", sembrò che ciò fosse frutto di virtù insospettabili della classe politica e degli industriali italiani. In realtà, in quella come in altre precedenti circostanze, Ciofi rileva che "gli operai e i lavoratori dipendenti, i lavoratori vecchi e nuovi hanno tenuto sulle loro spalle questo paese. I sacrifici che hanno compiuto sono stati grandi e ripetuti, ma in cambio hanno ottenuto un pugno di mosche." Ed è pensando a questa larga composizione sociale che si sviluppa la tesi del libro. Da una parte il capitalismo italiano - direttamente o per bocca dei suoi rappresentanti - ha teso ad affermare che "l'antagonismo capitale lavoro non c'è più", lasciando intendere che quasi tutto il lavoro si esprime in forma autonoma o imprenditoriale (come dire: dalla repubblica fondata sul lavoro alla repubblica fondata sull'impresa). Per altri versi le scelte d centrosinistra han-no portato ad una progressiva separazione del politico dal sociale, lasciando quest'ultimo abbandonato a se stesso ed in definitiva senza rappresentanza.

In questo contesto Ciofi salva solo la CGIL di Cofferati che nel XIV Congresso (febbraio 2002), "rimuovendo una prassi consolidata che considerava l'unità d'azione tra i sindacati quasi una pregiudiziale,  è pronta ad assumere iniziative unilaterali" (pg. 245). Di qui la manifestazione del 23 marzo 2003, lo sciopero generale e una presenza diffusa nei movimenti, a testimonianza della volontà di interpretare una speranza di cambiamento per tante persone del mondo del lavoro e non solo.

Le riflessioni conclusive del libro fanno perno su due aspetti che Ciofi ritiene essenziali: il primato della Costituzione, assurta qui a elemento programmatico per un progetto di riforma dello Stato sociale in cui il lavoro sia fondante; la necessità di un soggetto politico capace di interpretare e realizzar questo progetto, identificabile in un "partito del lavoro".

Alcune osservazioni ai temi salienti del libro. Le responsabilità (indubbie) della sinistra sono collocate tutte negli anni '90 (post Bolognina) e, anche se non detto esplicitamente, sembra di capire che se ci fosse stato il vecchio PCI le cose potevano evolversi diversamente. Ora, che il 1989 segni un crinale nella storia del mondo (e quindi della sinistra) è fuor di dubbio. Meno certo è che la storia precedente non abbia segnato comunque l'attuale vocazione della sinistra, a prescindere dalla caduta dell'URSS e dalla scomparsa del PCI.

Ad esempio, l'allontanamento del PCI dal socialismo avviene già con Berlinguer, che dichiarò esaurita la spinta della Rivoluzione di Ottobre, e optò conseguentemente per l'obiettivo di introdurre nella società italiana "alcuni elementi di socialismo" che peraltro si sarebbero dovuti realizzare sotto l'ombrello della NATO, anch'esso ritenuto consono a quello che fu detto erroneamente 1' "eurocomunismo" del Pci.

Altro tema saliente è la separazione del sociale dal politico lungo un sentiero che ha portato i Ds (e non solo loro) dal socialismo al liberismo. D'Alema e Bertinotti in particolare (pg. 257) hanno operato questa separazione nella società, pur partendo da motivazioni opposte. Anche in questo caso, a giudicare dal passato atteggiamento del PCI verso i movimenti sociali, è difficile immaginare sbocchi molto diversi da quelli indicati da Ciofi per quanto riguarda Ds e Ri fondazione. Verso il movimento deI '68 e quello del '77 la prima reazione del PCI fu una reazione "d'ordine" quasi un riflesso condizionato, tesa ad affermare che nella società (ed in particolare a sinistra) non poteva darsi evento che non fosse generato dal partito stesso. Il massimo della considerazione fu quello di rilevare il "malessere" messo in luce da questi movimenti, come se fossero un "corpo malato" da curare e non l'espressione di rivendicazioni e comportamenti, a loro volta frutto di riflessioni su una condizione sociale che si voleva cambiare. A questi pezzi di "sociale" che si erano messi in movimento, il "politico" rispose con spiccata separatezza, rivendicando a sé una indiscutibile autonomia di giudizio.

Infine il lavoro, tema centrale del libro. La questione della autonoma e autorevole rappresentanza politica del lavoro diviene fondamentale, secondo Ciofi, solo dopo la caduta del muro di Berlino. Ma prima di quella data non si può dire che il lavoro, pur avendo espresso autonomamente il suo punto di vista nel contrasto che lo oppone al capitale, abbia trovato un sincero alleato nella sinistra politica e sindacale. Un accenno alle diverse ragioni (e stagioni) dei conflitti sarebbe stato utile alla tesi del libro, per esaminare la corrispondenza effettiva tra richiesta di protagonismo del lavoro, e concessione di rappresentanza da parte della politica. Accade che, sul finire degli anni '60, la spinta delle lotte dei lavoratori moltiplica la presenza del sindacato nei posti di lavoro e trasforma la vecchia rappresentanza delle Commissioni Interne nei Consigli dei delegati. I quali però non bastano a interpretare la richiesta di cambiamento (stagione delle riforme) che sale dal mondo del lavoro e chiede - unitariamente - ai sindacati di poter contare di più anche nel sociale; ed ecco i Consigli di Zona, quasi una proiezione "soviettista" della gestione del conflitto che (forse proprio per questo?) non sarà mai operante.

Inizia così la fase della ristrutturazione e normalizzazione che si concluderà nell'80 quando i sindacati confederali riconobbero a quarantamila "quadri" della Fiat più rappresentatività di milioni di lavoratori metalmeccanici in lotta per il contratto. Da quel momento il lavoro divenne una variabile dipendente e perse quasi del tutto ogni "autonoma e autorevole rappresentanza". Più tardi, agli inizi de gli anni '90, i vertici del sindacato - tra cui Trentin - furono contestati dai lavoratori (sulla stampa fu chiamata la stagione dei bulloni) che chiedevano di esprimere un proprio punto di vista sia sulle nuove figure lavorative, sia sulle strutture di rappresentanza. E a proposito di queste ultime, lasciano perplessi le poche righe che Ciofi dedica loro (30) considerandole un aspetto parziale: sono passati dieci anni e in Parlamento la legge sulle Rsu non ha fatto un passo avanti e nel frattempo CGIL-CISL UIL hanno seguitato ad approfittare dell'accordo che (nel settore privato) consente a questi sindacati di nominare direttamente il 33% dei rappresentanti RSU, sottraendoli alla libera scelta dei lavoratori. Si concordi o no con Ciofi se, riguardo al lavoro, la Costituzione debba essere un riferimento programmatico e se necessiti altresì la creazione di un "partito del lavoro", resta difficile concepire una nuova "rappresentanza del lavoro" se anche libri come questo evitano di affrontare il tema della democrazia nei luoghi di lavoro e dunque della discussione e approvazione della legge sulle RSU.

di Giorgio Ferrari da Cassandra, trrimestrale di politica e cultura marzo 2005