di Bruno Ugolini -  Dialogo sul lavoro - C’è tutta una letteratura che parla di un’Italia del lavoro fatta di fannulloni e sfaticati da premiare con salari adeguati solo se aumentano la produttività, intesa come intensificazione dello sforzo lavorativo. E’ la stessa letteratura che spesso dichiara la scomparsa del mondo operaio residuo di un’epoca paleolitica. Magari, poi, quando la cronaca consegna vicende tragiche di stragi operaie, si scopre un’altra Italia e tutti piangono. L’Ocse pochi giorni fa ha ristabilito la verità. I lavoratori italiani non solo guadagnano 19,5% in meno rispetto alla media Ocse e il 17% in meno rispetto al resto dell’Europa. Sono anche quelli che faticano di più. L’intensità del lavoro è aumentata di 28 punti percentuali ed è l’aumento più forte di tutta l’Unione europea.

Leggo questo dati dopo aver partecipato alla presentazione di un libro curato da Paolo Ciofi e che racconta, appunto. un “Viaggio nell’Italia del lavoro” (Calice Editori). Un’inchiesta a puntate, pubblicata a suo tempo da “Il Manifesto”. Un tema affrontato da altri soprattutto, però, attraverso questionari, sondaggi, oppure dal cinema più recente (la memoria va ai film di Francesca Comencini, di Paolo Virzi, di Daniele Segre). Qui siamo di fronte alla raccolta di testimonianze dal vivo di lavoratori in carne ed ossa e dirigenti sindacali. Un racconto complesso che passa da Scarmagno dove la scommessa dell’informatica si è persa, per arrivare alla Brescia di Lucchini con il padrone che non innova e vende ai russi, alla Ducati dove rinasce il taylorismo, per toccare la metamorfosi del nord est, la China Town di Napoli, la STMicroelettronica di Catania. E’ l’incontro con una nuova classe lavoratrice frantumata anche nelle culture di riferimento.

Con un divorzio, ha scritto nella prefazione Piero Di Siena, forse irreversibile tra classe operaia e sinistra politica. E il tema, oggi, per tutte le diverse componenti che hanno a cuore tale obiettivo, è quello di come riappropriarsi della rappresentanza del lavoro. Un compito difficile come ha dimostrato anche il dibattito alla presentazione del volume tra Giulietto Chiesa, Valentino Parlato, Francesca Redavid, Aldo Tortorella. Un contributo viene dalla lettura stessa dell'inchiesta. Perché ha ragione Ciofi "un nuovo inizio della sinistra può nascere solo dall'analisi critica della realtà". Una realtà, quella vista dall’autore, fatta di tante cose diverse, un mondo frammentato assai diverso da quello conosciuto all'epoca dl fordismo, quando eravamo di fronte a masse operaie sostanzialmente omogenee.

Oggi, poi, non c‘è sul campo alcun soggetto politico in grado di presentarsi davvero come rappresentante del mondo del lavoro. Anche se esistono, io credo, spinte, sensibilità, attese, presenti su queste tematiche, nello stesso Partito democratico per non parlare delle diverse anime più a sinistra. Non sembra però che la lezione elettorale abbia portato a qualche ripensamento sia nel Pd sia nelle diverse forze dell'Arcobaleno, almeno sulle questioni del lavoro e di un radicamento da perseguire. Nessun accenno di autocritica, semmai un tentativo reciproco di addossare le colpe sull'altro, mentre la destra, anche sul lavoro, sta mostrando le proprie vere intenzioni. Basti pensare alla deregolamentazione contrattuale invocata dal nuovo ministro del Lavoro. E allora bisognerebbe ripartire da qui e sollecitare qui davvero un dialogo tra le forze di opposizione, capace di unire i temi della difesa della Costituzione, della libertà e della democrazia, ai temi sociali dei salari e dei diritti (che pure richiamano a bisogni di libertà e democrazia). Non serve dividersi tra manifestazioni d’intellettuali e manifestazioni di operai.

Recensione di Bruno Ugolini, da l'unità del 7 luglio 2008