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Il riuso (falso) di Berlinguer.

Abbiamo voluto titolare così l’ultima relazione che conclude il ciclo dedicato alla storia del Pci, «un partito per cambiare l’Italia», perché queste espressioni sono fortemente significative delle motivazioni ideali e delle pratiche politiche che hanno ispirato Enrico Berlinguer durante la sua vita, dalla giovinezza fino alla morte tragica e inaspettata a Padova l’11 giugno del 1984. Esse infatti indicano, seppure da diverse angolazioni, la necessità e la volontà di superare le contraddizioni e le tendenze distruttive del capitalismo verso un nuovo ordinamento, economico e sociale, civile e politico.

Di fronte allo sfruttamento della persona umana, alla distruzione dell’ambiente e ai rischi di guerra, alla disoccupazione e alla precarietà della vita, all’oppressione delle donne e al disagio giovanile - tutti fenomeni che denunciava con forza e che dal suo tempo invece di attenuarsi si sono per molti versi aggravati - Berlinguer era sorretto dalla convinzione che si può e si deve lottare per un civiltà superiore, oltre questa società ingiusta e alienante, dominata dal potere del capitale. Per una società nuova, di tipo socialista in cui si possano pienamente affermare, con l’espansione massima della democrazia e nella pacifica coesistenza tra i popoli, i principi di libertà, di uguaglianza e di solidarietà.
Proprio per questo, nonostante gli sforzi da più parti messi in atto, oggi - nel pieno di una crisi storica segnata dalla diffusione dei conflitti e del terrorismo, di cui la fuga di intere popolazioni dalla povertà e dalla fame è una delle manifestazioni più disumane, e che può esplodere in una conflagrazione globale - liberarsi di Berlinguer e dei suoi lasciti politici, culturali, morali non è facile. Ne sanno qualcosa nel Partito democratico coloro i quali, dopo avere tentato di cancellarne persino la memoria, si applicano adesso in un recupero maldestro, con l’intento di immagazzinarlo dentro il partito pigliatutto di Renzi per puri scopi elettorali, sperando di raggranellare qualche voto.
Un esercizio in cui di recente si è impegnato diligentemente Biagio De Giovanni con un lungo articolo pubblicato da l’Unità, l’organo di Renzi che porta ancora il nome del fondatore Antonio Gramsci: il massimo del trasformismo politico e della corruzione intellettuale. Al contrario, la scelta del segretario del Pci è stata sempre limpida e trasparente. «Io - affermava Berlinguer il 27 marzo 1983 in un’intervista televisiva di Gianni Minoli - non ho fatto la scelta della politica. Io ho fatto la scelta della lotta per la realizzazione degli ideali del comunismo». Per cui oggi è davvero epocale la scoperta del filosofo napoletano, quando afferma «con nettezza» che «Berlinguer fu fino all’ultimo un comunista convinto».

In verità De Giovanni è anche disposto a considerare con benevolenza quelli che considera gli errori del segretario del Pci, come, bontà sua, l’aver sollevato la questione morale. Ma non lo assolve dal peccato originale di essere stato comunista. Non un comunista russo o un comunista cinese, bensì un comunista italiano che ha avuto il grande merito di porre in Italia e nel cuore dell’Europa, e non in termini propagandistici o di pura ricerca intellettuale bensì in termini di lotta politica di massa, il tema cruciale della costruzione di una civiltà più avanzata. Oltre le colonne d’Ercole dell’ordinamento del capitale, limite estremo che non si può oltrepassare secondo la dogmatica del pensiero dominante, cui De Giovanni poco saggiamente s’inchina.

Insomma, la vera, irrimediabile colpa che si imputa a Berlinguer è di non essere stato né un liberaldemocratico né un socialdemocratico riformista. Ma di essere stato un comunista: un comunista convinto, sempre dalla parte degli sfruttati. Un comunista democratico, rivoluzionario e innovatore. Democratico, perché intendeva aprire la strada al socialismo non con la presa del palazzo d’inverno ma attraverso l’applicazione rigorosa della Costituzione antifascista. Rivoluzionario, perché non si accontentava riformisticamente del meno peggio nel perimetro dei rapporti sociali dati, ma lottava per la conquista di una civiltà più avanzata. Innovatore, perché gramscianamente intendeva la rivoluzione come un processo che si realizza conquistando l’egemonia nella società e nello Stato: sulla via italiana al socialismo tracciata da Togliatti, che stava percorrendo con la conquista del consenso e con le lotte democratiche di massa, come la Costituzione indica e consente.