In queste condizioni, progettare "un nuovo compromesso storico tra capitalismo e democrazia", come auspicano i nostri autori, è solo un flatus vocis, dal momento che il lavoro è un fantasma politicamente inesistente, un universo largamente sconosciuto alla politica. Nel Parlamento italiano non è solo Berlusconi a rappresentare la proprietà e il capitale, che sono presenti nelle più diverse espressioni e gradazioni spesso in lotta tra loro. Bisogna invece cercare col lanternino chi rappresenta gli operai di fabbrica, i precari della scuola e dei servizi, le donne che non lavorano, i ricercatori e gli scienziati. Insomma, il vasto e articolato mondo del lavoro.
La cruda realtà dei fatti non ci deve però impedire di vedere che l'assunzione del debito come fattore portante dell'economia in opposizione alla valorizzazione del lavoro (in termini di piena occupazione, di crescita dei salari reali, di espansione dei diritti) è il segnale certo del declino di un sistema e di un arretramento di civiltà, di cui occorre individuare i caratteri e le forze da mettere in moto per un'alternativa. Intanto occorre rimuovere un equivoco di fondo, giacché il berlusconismo oscura mediaticamente le cause reali della crisi. E il cosiddetto antiberlusconismo, assumendo simmetricamente lo stesso schema del galleggiamento sulla superficie dei problemi, non è in grado di penetrarli, quando non dà voce in altra forma ai medesimi interessi.
Togliere di mezzo Berlusconi è necessario. Ma chi pensa che eliminando Berlusconi si esca dalla crisi non coglie il centro del problema. Questa è la crisi del capitale come rapporto sociale. E da qui occorre muovere, individuando i passaggi intermedi e le alleanze intorno al tema del momento: la costruzione di un' ampia coalizione politica del lavoro in grado di lottare sul terreno democratico e di massa per una svolta reale. Vale a dire per rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l'uguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona e l'effettiva partecipazione dei lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Proprio in funzione di questa svolta la Costituzione pone dei limiti alla proprietà, che può essere pubblica o privata; prescrive che in ogni caso le diverse forme di proprietà non devono recare danno alla sicurezza e alla dignità umana, e che pertanto vanno indirizzate e coordinate a fini sociali; rende esplicita la possibilità di trasferire a comunità di lavoratori o di utenti imprese che si riferiscano a servizi pubblici o fonti di energia o a situazioni di monopolio. Queste sono le parole scritte e non dette, che invece dobbiamo pronunciare al alta voce: proprio quando la proprietà capitalista che ci sovrasta sta portando a fondo il Paese, disgrega la società, mutila la democrazia, offende la libertà e la dignità dei lavoratori e di ogni persona.
L'idea che il problema centrale, nella crisi che stiamo vivendo, sia quello di salvare il capitalismo è un ideologismo preconcetto, un'idea malata. Nell'ipotesi migliore ci condanna all'immobilismo, dunque all'aggravamento della crisi. Un'idea malata perché il capitalismo oggi non salva miliardi di esseri umani dalla disoccupazione, dalla precarietà, dalla fame, dalla guerra e da una catastrofe ambientale incombente. Se non si è ottenebrati dal dogma (molto poco laico) dell'immortalità del capitale, la questione da porsi laicamente va rovesciata: come si salva l'umanità dalla catastrofe e dalla regressione cui ci condanna il capitale? E, se per salvare l'umanità, ed evitare di essere inghiottiti dalla regressione, è necessario liberarsi del capitalismo, non bisogna avere paura di farlo, imboccando strade sconosciute e disegnando mappe del tutto nuove. Soprattutto dovremmo farlo noi italiani, che siamo illuminati dalla luce della Costituzione.
Non esiste una sinistra che non si ponga questo tema e che non rappresenti il lavoro. Diversamente, è una variante del capitale. E proprio nel momento in cui il capitale come rapporto sociale è in crisi, trascinando con sé l'intero universo delle relazioni tra gli esseri umani e di questi con la natura, occorre esplorare le vie del suo superamento. È un'ovvietà sostenere che per uscire dalla crisi occorre riconoscerne e rimuoverne le cause. Ma si tratta di un'ovvietà che porta con sé una rivoluzione, come la nube porta la tempesta. Perché, se la crisi è connaturata con il capitale, per uscire dalla crisi occorre uscire dal capitalismo.

 

Paolo Ciofi