Solo Berlusconi potrebbe affermare che il capitale è una categoria dello spirito, che trascende l'impura materialità di se medesimo. Ma se restiamo con i piedi per terra, inevitabilmente si impone una domanda, che tuttavia alcuni cercano in ogni modo di evitare e altri non pongono con sufficiente chiarezza: se oggi le disuguaglianze tra capitale e lavoro sono "enormi", e su di esse si innesta e si riproduce la crisi, qual è allora la causa di fondo che dà origine a questa condizione, vale a dire agli insostenibili "divari" nella distribuzione della ricchezza? La corruzione della casta dei politici, le loro ruberie e malversazioni? L'avidità dei banchieri e l'immoralità dei manager? La differenza di genere? Il deficit di formazione e di cultura? E così via.

 

 

Non che questi fattori siano inesistenti e pesino in modo diverso, ma se le crisi si ripetono dopo avere generato due guerre mondiali e infiniti conflitti, e costituiscono dunque una componente organica del capitalismo come formazione economico-sociale, vuol dire che la risposta va cercata nella natura più profonda del capitale senza farsi distrarre dai mascheramenti, o dalle "distorsioni" comportamentali e "asimmetrie" etiche. Il tentativo di tornare al capitalismo "buono" ci fa solo imboccare strade senza uscita, giacché il capitalismo "cattivo" di oggi non è altro che la risultante storicamente determinata delle contraddizioni ineliminabili del (presunto) capitalismo "buono" di ieri.

 

Dovrebbe far riflettere il fatto che nella fase della finanziarizzazione globale la contraddizione tra capitale e lavoro non solo non scompare, ma al contrario esplode in tutta la sua drammaticità e virulenza. Ciò conferma senza ombra di dubbio che il capitale, prima ancora di una quantità monetaria o di un insieme di mezzi di produzione e comunicazione, è un rapporto sociale che fissa in modo indelebile la divisione della società contemporanea in classi contrapposte. Tra chi vende e chi compra la forza lavoro umana. Tra chi è proprietario dei mezzi necessari alla produzione di beni e di servizi, e quindi alla stessa riproduzione della vita, e chi - d'altra parte - è proprietario solo delle sue capacità intellettuali e fisiche, che aliena in cambio dei mezzi per vivere.


Dunque, la proprietà è il centro del problema. A maggior ragione se mai come oggi i non proprietari dei mezzi di produzione, di comunicazione e di scambio sono stati così numerosi in Italia e nel mondo. Mentre - d'altra parte - mai come oggi la proprietà capitalista è stata cosi concentrata e pervasiva, tanto da penetrare in ogni angolo del pianeta e nei più profondi recessi della nostra vita. Questo è il risultato del processo di produzione capitalistico, che mentre immette nel mercato merci che incorporano un plus valore riproduce al tempo stesso il capitale. Vale a dire il rapporto capitalistico di sfruttamento: da una parte il proprietario; dall'altra il dipendente, la massa priva di proprietà che non siano i mezzi per vivere. Quindi, "se il capitale non è una cosa - come aveva scoperto già ai suoi tempi Karl Marx - bensì un determinato rapporto di produzione sociale appartenente a una determinata formazione storica", ed "è costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte della società", ne consegue che la distribuzione della ricchezza dipende in ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.


Proprio questo tipo di rapporto proprietario sta alla base delle ricorrenti crisi del sistema. Infatti il capitale vive sullo sfruttamento del lavoro per ottenere un profitto. E perciò ha bisogno di contenere i salari per alzare i profitti. Ma il contenimento dei salari, come ci dice la realtà di ogni giorno, riduce il potere d'acquisto. E quindi, ostruendo gli sbocchi sul mercato, impedisce la realizzazione delle merci e del profitto. A ben vedere, la storia del capitalismo moderno, dalla fine dell'Ottocento ad oggi, è la storia dei tentativi di superare questo continuo movimento contraddittorio del capitale, che risulta insuperabile dentro il perimetro dei rapporti di proprietà capitalistici.


La globalizzazione, nella duplice versione di finanziarizzazione universale del capitale e di gigantesca subordinazione del lavoro al capitale, è stata la risposta alla crisi del modello fordista fondato sulla produzione seriale di massa, alla perdita di efficienza del sistema (tra il 1973 e il 2003 la crescita del pil mondiale si è quasi dimezzata ed è diminuita di due terzi se si esclude la Cina), e alla caduta tendenziale del saggio di profitto. Si è così costruito il modello che adesso è esploso, nel quale il potere d'acquisto generato dai salari è stato sostituto dall'indebitamento di massa, l'occupazione dalla precarietà, il profitto dalla rendita finanziaria. Nell'illusione, "scientificamente" coltivata dalla teoria economica e sistematicamente diffusa dal sistema dei media, che la ricchezza si possa generare saltando la mediazione della produzione e riproducendo vertiginosamente denaro che figlia denaro (virtuale).


L'effetto è stato quello di ricoprire il mondo di titoli di debito, e di concentrare la ricchezza reale nelle mani di un pugno di proprietari universali, che in conseguenza della privatizzazione di ogni attività umana oggi controllano la finanza, la produzione dei beni materiali e immateriali, la cultura, la comunicazione e l'istruzione, cioè la formazione del senso comune. E infine, ma non per importanza perché questa nella crisi attuale è la questione dirimente, anche la politica, avendo di fatto espulso dai sistemi politici i lavoratori dipendenti e le classi subalterne. Con la conseguenza di mettere in ginocchio la democrazia e la sovranità popolare.


L'Italia si sta pericolosamente avvicinando a questo limite.
In tali condizioni, progettare "un nuovo compromesso storico tra capitalismo e democrazia", come auspicano Ruffolo e Sylos, è un controsenso, dal momento che il lavoro è un fantasma politicamente inesistente, un universo largamente sconosciuto alla politica. Nel Parlamento italiano non è solo Berlusconi a rappresentare la proprietà e il capitale, che sono presenti nelle più diverse espressioni e gradazioni spesso in lotta tra loro. Bisogna invece cercare col lanternino chi rappresenta gli operai di fabbrica, i precari della scuola e dei servizi, le donne che non lavorano, i ricercatori e gli scienziati. Insomma, il vasto e articolato mondo del lavoro.