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Ponendosi l’obiettivo di andare oltre il modo capitalistico di appropriazione delle forze produttive, necessario per asservire il lavoro altrui, «il movimento proletario è il movimento indipendente dell’enorme maggioranza nell’interesse dell’enorme maggioranza». Constatazione quanto mai attuale e pertinente, anche nelle mutate condizioni storiche. Con una delle sue espressioni illuminanti, Marx precisa che le classi lavoratrici «debbono prendere il potere politico per fondare la nuova organizzazione del lavoro», altrimenti non vedranno mai «l’avvento del regno dei cieli su questa terra». Dunque, è del tutto evidente che nella sua visione teorica e nella sua pratica politica si stabilisce un nesso organico tra obiettivi parziali e immediati nell’interesse delle classi subalterne e l’obiettivo generale di superamento della società capitalistica.
Un nesso che la socialdemocrazia ha irrimediabilmente spezzato. Cancellata la rappresentanza politica dei lavoratori, il vecchio compromesso tra capitale e lavoro non è ripetibile nelle condizioni di crisi organica in cui versa un capitalismo declinante verso il parassitismo della finanza, che grava su strati sociali sempre più ampi. D’altra parte, le continue mutazioni del capitale, come del lavoro, non hanno attenuato le forme di sfruttamento degli esseri umani da parte di altri esseri umani. Al contrario, le hanno rese più sofisticate e anche più dure, al punto tale da occupare l’intero tempo di vita e ogni ambito di attività umana dentro la camicia di forza della proprietà capitalistica, troppo primitiva e ormai inadeguata.
Uno stato delle cose che richiede, seguendo Marx, il rivoluzionamento dell’insieme dei rapporti sociali. Per la semplice ragione che coloro i quali lavorando, donne e uomini, producono la ricchezza e costituiscono il tessuto connettivo della società, o che non lavorando dalla ricchezza sono strutturalmente esclusi, possono conquistare i presupposti della libertà e la possibilità di liberare ogni loro capacità solo se dispongono essi stessi dei mezzi di produzione materiali e immateriali, e di tutte le condizioni di formazione della cultura. Uno scenario che la nostra Costituzione del 1948 non esclude. E anzi delinea come un progetto in divenire, ben al di là della tutela dei beni comuni esistenti.
Qui emerge un altro nodo storico-politico su cui è necessario fare chiarezza, contrastando un’interpretazione da più parti diffusa con malcelati intenti salvifici, secondo cui l’assenza della sinistra oggi deriverebbe in ultima analisi dalla presenza storica del Pci, non dalla sua cancellazione. Tuttavia, se non si analizza e non si comprende il ruolo del Pci, che nella storia di questo Paese è stato di gran lunga il principale interprete della sinistra, e se non se ne riscoprono le motivazioni profonde che hanno consentito conquiste fondamentali di democrazia e di libertà a cominciare proprio dalla Costituzione più avanzata del mondo, una sinistra nuova, all’altezza dei compiti del nostro tempo, ben difficilmente avrà vita.
Il discorso sul Pci non va eluso, ma non si può negare che nella sua ispirazione di fondo, da Gramsci e Togliatti fino a Longo e Berlinguer, il Pci si proponesse di trasformare la società in senso socialista per una via del tutto originale. Vale a dire, per via costituzionale, attraverso le riforme previste dalla Costituzione del 1948, generando consenso ed espansione della democrazia, dando a questa un profondo contenuto sociale, che deriva dai limiti imposti alla proprietà privata piegata all’esigenza superiore della funzione sociale e al riconoscimento di forme diverse da quella privata.
Nei momenti migliori il Pci si è mosso lungo una linea di marxismo creativo, unendo concretezza e prospettiva, il sociale e il politico, la capacità di rappresentare il lavoro e di costruire una nuova classe dirigente di livello nazionale ed europeo. L’originalità e la più rilevante innovazione introdotte da Gramsci e da Togliatti consistono esattamente nel superamento nel dilemma che nel Novecento ha dilaniato le sinistre comuniste e socialdemocratiche: riforme o rivoluzione? La rivoluzione nella società e nello Stato attraverso le riforme. Questa è la risposta che troviamo nella pratica politica di Togliatti, che elabora la via italiana al socialismo percorrendo i passaggi decisivi della democrazia progressiva e del partito nuovo di massa.
In altre parole, il rivoluzionamento della società e dello Stato attraverso riforme della struttura economico-sociale e della sovrastruttura culturale, che si compie attraverso un processo di trasformazione guidato dalla politica concepita come partecipazione e protagonismo di massa, in grado di costruire un blocco storico egemone. Un percorso reso praticabile proprio dalla Costituzione, in particolare dal titolo III, laddove il pluralismo nelle forme di proprietà rende bene l’idea di un progetto di cambiamento in progress, fino al possibile superamento dei rapporti di produzione capitalistici.
Abbandonare questa impostazione e con essa la conquista storica della Costituzione equivarrebbe alla sepoltura tombale della sinistra, in una fase in cui si tratta di stabilire se la società debba essere definitivamente conformata sugli interessi del capitale, vale a dire del profitto e dell’impresa, o – al contrario – se debba prevalere la centralità del lavoro, come è necessario. Considerando il lavoro non solo come interscambio permanente tra uomo e natura, e quindi forza produttiva fondamentale della ricchezza, che comporta una visione unitaria e inscindibile dello sfruttamento umano e ambientale, ma anche come fattore costitutivo della personalità e della libertà degli umani.
Invece di andare alla ricerca della pietra filosofale nascosta in qualche parte del mondo, è tempo di riconoscere che con la Costituzione, che fonda sul lavoro un nuovo ordine economico, politico e sociale, in Italia disponiamo di una straordinaria piattaforma per il cambiamento. Su cui realizzare il massimo di unità e di mobilitazione.
Paolo Ciofi
www.paolociofi.it