I beni comuni sono oggi un tema di attualità. Ebbene, gli articoli 41, 42, 43 della Costituzione, che sopra ho citato, valgono molto più di mille articoli di giornale. Per attuarli però bisogna avere la forza. La forza non solo sindacale, ma politica. Come dimostrano i casi dell'Ilva, della Telecom, dell'Alitalia. E, su altri versanti, il referendum per l'acqua pubblica e la coraggiosa e vincente iniziativa della Fiom, che nell'ignavia dei partiti ha dovuto ricorrere alla Corte costituzionale per vedere riconosciuto un diritto costituzionalmente garantito.
Manifesta, dunque, è la straordinaria modernità e potenza della Costituzione. E, specularmente, la regressione e degenerazione dell'intiero sistema politico, corroso dal vuoto di rappresentanza del lavoro. Per cui, seppure una manutenzione intelligente sia utile, come già aveva proposto ai tempi suoi Enrico Berlinguer senza ottenere risposta, è evidente che da cambiare non è la Costituzione, bensì il sistema politico e la natura dei partiti.
Il fallimento delle classi dirigenti, che in questi anni hanno avuto nelle loro mani l'economia e le istituzioni, è stato clamoroso. Quando il 75 per cento del corpo elettorale, tra astensioni e adesioni al partito di Grillo, rifiuta le forme attuali della politica vuol dire che la crisi democratica sta toccando il fondo. E dovrebbe essere a tutti chiaro che i diritti del lavoro non possono essere attuati, e una Repubblica fondata sul lavoro alla lunga non può reggere, se i lavoratori sono esclusi di fatto dal sistema politico. Un concetto elementare, che era ben presente ai costituenti. I quali, nel famoso articolo tre, mettono in chiaro che l'uguaglianza davanti la legge non basta: è necessaria, ma non sufficiente.
Il relatore alla Costituente sui principi sociali, Palmiro Togliatti, osservava che sarebbe stato inutile aver inscritto in Costituzione i nuovi diritti «se poi la vita economica continuerà ad essere retta secondo i principi del liberalismo». Perché tali diritti siano garantiti occorre rimuovere gli ostacoli economici e sociali, che impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese, come l'articolo tre prescrive.
Dove appare chiaro che non si tratta solo di giustizia distributiva, ma della necessità di intervenire nel rapporto di produzione capitalistico, ossia nel rapporto di proprietà, per garantire libertà e uguaglianza, e dunque il pieno sviluppo della persona, in una sintesi inedita di classismo e solidarismo che non contrappone la classe all'individuo. L'elevazione dei lavoratori a classe dirigente nella società e nello Stato è il corollario di tale impostazione.
Oggi è sempre più evidente che per uscire da una crisi generale che dura ormai da sette anni occorre portare il lavoro al centro della politica, in Italia e in Europa: esattamente come la Costituzione prevede. Senza di che non c'è avvenire per chi vive del proprio lavoro, e dunque per l'intiera comunità. Questo è il vero nodo da sciogliere. Per cui, come ha sottolineato Alfiero Grandi nella sua introduzione, è necessaria la presenza di un nuovo soggetto politico, o di uno profondamente rinnovato, che si candidi a rappresentare e organizzare il lavoro del nostro tempo, oggi escluso dal sistema della democrazia rappresentativa.
La mobilitazione per la Costituzione deve crescere e diventare ancora più ampia. Ma se i lavoratori coalizzati non irrompono sulla scena politica, e non diventano protagonisti nella lotta per l'applicazione della Costituzione, non c'è alternativa allo stato delle cose presenti. E l'unificazione del lavoro resterà appesa in aria, nel cielo delle nobili e irraggiungibili utopie, mentre continuerà il disfacimento del Paese.
 
Paolo Ciofi