Qual è la vera «lezione politica» che emerge dalla vicenda di Pomigliano d'Arco, e che Mario Tronti - al di là delle indicazioni che fornisce - ha avuto il merito di sollevare con il suo intervento sul manifesto del 25 giugno? Lezione non morale, ma appunto eminentemente politica, volta cioè a cambiare lo stato delle cose presenti e ad aprire «una nuova frontiera a una sinistra moderna». La risposta, o per lo meno un abbozzo di risposta, non può nascere che dall'analisi dei fatti e da un uso misurato delle parole, che eviti il doppio rischio della retorica inconcludente e del minimalismo senza prospettiva. A cominciare dalla presa d'atto che ci troviamo nel mezzo di un passaggio d'epoca nel rapporto tra capitale e lavoro in Italia e in Europa, rispetto al quale l'esito dell'improponibile referendum - cosa preferisci: la disoccupazione o il lavoro senza diritti?- rappresenta un fatto nuovo imprevisto e non di poco conto, che potrebbe costituire il punto di partenza per un percorso alternativo.

Il «dopo Cristo» annunciato urbi et orbi da Marchionne, questo vero e proprio passaggio d'epoca, si basa in sintesi su tre principali fattori costitutivi. In primo luogo, la fine della concertazione e l'instaurazione del dominio illimitato del capitale. In altre parole, il passaggio dalla democrazia istituzionale alla dittatura del capitale nella fabbrica e nella società. Se nelle politiche concertative è presupposta la dualità lavoro-capitale e, quindi, la conflittualità (seppur non dichiarata) degli opposti interessi che nell'ambito della concertazione vengono conciliati, qui siamo in presenza dell' unilateralismo di un potere assoluto che non concerta e non tratta, ma comanda, detta le regole e commina sanzioni. Il sindacato, in questo contesto, perde definitivamente la sua autonomia e viene incorporato nel sistema di potere: non più fattore di una pratica conciliativa, ma complice subalterno del capitale, che gli delega specifiche funzioni tecnico-amministrative. E' la fine del compromesso socialdemocratico. Ma anche il capovolgimento puro e semplice della Costituzione antifascista, nella quale alla centralità del lavoro corrisponde il criterio del'utilità sociale nell'attività dell'impresa.

Il nuovo sovrano non ammette deroghe: vuole una società di obbedienti servitori, in cui i lavoratori dipendenti dichiarino preventivamente di rinunciare a libertà e uguaglianza. Non per caso il più oltranzista fra gli esponenti di questo ancien régime del XXI secolo, il ministro Sacconi, considera un'innovazione epocale il fatto che i lavoratori siano disposti a barattare la «riorganizzazione della vita in cambio del rilancio dello stabilimento». Una conferma che per lui, come per il capitale, non è l'economia al servizio degli uomini, ma gli uomini al servizio dell'economia. Una commovente dichiarazione d'amore per questo capitalismo declinante che ti ruba la vita, nel tentativo di uscire da una crisi generale che lo consuma e lo imbarbarisce. E' l'ennesima prova che il governo non media più formalmente tra gli opposti interessi - e questo è il secondo fattore da considerare -, ma si schiera con nettezza e senza diplomazie da una parte, ben deciso a promuoverne e a favorirne il dominio.

Se i governi, come ha osservato il compianto José Saramago, sono diventati nel loro insieme «commissari politici al servizio del potere economico», non è d'altra parte un'eresia sostenere, con l'ex presidente della Bundesbank Tietmayer, che «i politici sono ormai sotto il controllo dei mercati finanziari». In ogni caso, se vogliamo stare ai fatti, dobbiamo dirci che la vicenda di Pomigliano ha messo bene in chiaro che gli operai (e più in generale l'insieme dei lavoratori dipendenti) non hanno alcun peso nei sistemi democratico-parlamentari dell'Europa, dai quali sono stati sostanzialmente espulsi come soggetto politico libero e autonomo. E questo è il terzo fattore che non si può omettere, in un'analisi che voglia in qualche modo avvicinarsi alla realtà.

La Fiom, che ha svolto con coraggio e intelligenza l'insostituibile funzione di sindacato che risponde solo ed esclusivamente ai lavoratori che rappresenta, è apparsa sola e isolata nello schieramento parlamentare (con l'eccezione dell'Idv), e anche nel principale partito dell'opposizione. E' venuto così in primo piano un dato di fatto ineludibile, reso ancor più drammatico dalla frantumazione pulviscolare delle sinistre che si richiamano all'alternativa di sistema, vale a dire che le due principali forze politiche di governo e di opposizione hanno dimostrato di rappresentare, in definitiva, gli stessi interessi. E che tutto il gioco politico, di governo e di opposizione, avviene all'interno di un ceto neoborghese dedito principalmente ad assemblare e smontare alleanze nell'intento di conquistare e di gestire un potere spesso inafferrabile, dividendosi sui metodi di gestione, non sulla sostanza e sugli obiettivi del potere. Non è difficile vedere che in queste condizioni la democrazia si trasforma in oligarchia, il Paese si frantuma, e la sinistra si dilegua, dispersa nella babele dei linguaggi e delle corporazioni
La lezione politica che viene da Pomigliano ci dice che a questa deriva ci si può opporre, e che un'alternativa è possibile. E sta nella costruzione di una nuova coalizione del lavoro, nell'associazione politica di coloro che vivono del proprio lavoro, materiale e immateriale. Se il lavoro senza rappresentanza politica scompare come soggetto del cambiamento, d'altra parte una sinistra che non faccia asse sul lavoro, e non si proponga come alternativa al capitale e all'oligarchia finanziaria, è la negazione di se stessa. Dunque, la lezione è che della sinistra, una sinistra autorevole, popolare e di massa, c'è bisogno: altrimenti i lavoratori vengono soggiogati e dispersi, e il Paese va in pezzi.

Ma per costruirla occorre abbandonare i vecchi metodi e individuare nuovi obiettivi, pronunciando a voce alta dei no e dei sì. No al leaderismo e all'assemblaggio del ceto politico esistente. Sì a una costruzione che s'innalzi su nuove fondamenta e venga su dal basso, dalle fabbriche e dai territori, dal profondo della società: con l'obiettivo di rendere protagoniste le persone che lavorano e che subiscono i duri colpi della crisi. E ancora: sì a un programma fondamentale con l'obiettivo di tenere insieme la prospettiva di un generale cambiamento e la concretezza delle soluzioni da adottare. Con i vecchi metodi e comportamenti la sinistra è andata in rovina. E' tempo di voltare pagina, e di cominciare a costruire La Sinistra.

Paolo Ciofi