La portata e la natura della crisi globale con la quale il capitalismo ha iniziato la sua marcia trionfale nel XXI secolo continuano ad essere oscurate. Misurata con i tradizionali strumenti che segnalano le variazioni congiunturali degli indici della produzione e dei titoli, la crisi stessa ci viene presentata come un transitorio fenomeno naturale, di cui si attende con fiducia il ritorno alla "normalità": la ripresa della crescita e della valorizzazione in Borsa.

Ma nella giostra mediatica e nel caotico affastellarsi dei dati e delle dichiarazioni degli "organi competenti", è sempre meno credibile la pletora di specialisti ed esperti che ad ogni minima oscillazione al di sopra dello zero degli indici da loro stessi presi in esame si affanna a dichiarare che la crisi risulta in via di superamento, se non già superata. Costoro assomigliano a quei sapienti dottori di un'epoca lontana, quando la scienza era ancora in fasce, i quali certificavano che la febbre era la causa di tutti i malanni.

La crescita del Pil e l'incremento di valore dei titoli non misurano la reale condizione di vita degli abitanti del pianeta, lo stato del loro benessere (o malessere), come pure la salute ambientale del pianeta medesimo, che è condizione primaria per la sopravvivenza degli esseri umani. Anzi, le oscurano, relegandole sullo sfondo dello scenario globale. L'uso di questi parametri mette in chiaro, tra l'altro, che nel modello capitalistico del XXI secolo il fine dell'economia non consiste nel soddisfacimento dei bisogni umani al più alto livello dello sviluppo storico e nell'equilibrio ecologico del pianeta, impiegando razionalmente il lavoro, le risorse naturali, la conoscenza e anche la finanza.

Sta di fatto che non viene adoperato alcun indice in grado di misurare una caratteristica che più delle altre, come un marchio doc, distingue questo modello: l'insostenibilità. Insostenibilità antropologica, perché riportando il lavoro allo stato "naturale" di merce attraverso i bassi salari, la precarietà e la disoccupazione, e dunque riducendo il lavoratore a pura appendice del capitale, spogliato di diritti e tutele come pure della rappresentanza sindacale e politica, si ostacola e si logora la riproduzione della principale forza produttiva, cioè dell'uomo e del suo sviluppo onnilaterale. Insostenibilità sociale, perché esasperando la competitività al ribasso tra i lavoratori globali, manuali e intellettuali, si mettono in discussione le basi stesse della democrazia e della convivenza civile. Insostenibilità ambientale, perché logorando e distruggendo la natura nel processo di riproduzione del capitale, si finisce per spegnere la sorgente stessa della vita. Il capitalismo ha raggiunto questo limite, distruttivo di se medesimo e del pianeta.

Illuminante, sotto questo profilo, è un'osservazione di Marx, quando fa notare - nella Critica al programma di Gotha - che «il lavoro non è la fonte di ogni ricchezza. La natura è la fonte dei valori d'uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!) altrettanto quanto il lavoro, che, a sua volta, è soltanto la manifestazione di una forza naturale, la forza di lavoro umana». Come considerare allora un modo di produzione come quello capitalistico del XXI secolo, che ha raggiunto il passaggio topico oltre il quale, nell'interazione continua tra uomo e natura, svalorizza e logora congiuntamente la forza di lavoro umana e l'ambiente naturale?

Se svalorizzazione della forza lavoro (nella quale c'è sempre una componente storica e morale) e distruzione della natura fanno parte organica di un unico modo di produzione giunto alla fase declinante della sua evoluzione, scindere la questione ambientale da quella antropologica e sociale non è possibile. A maggior ragione, se l'ambiente in cui avviene la riproduzione dell'uomo degrada e si atrofizza. Ma l'uomo è in pari tempo parte della natura e soggetto della sua trasformazione.

Dunque la natura è anche un prodotto storico e culturale, giacché nella loro attività lavorativa gli esseri umani hanno sempre attinto da essa i mezzi per vivere e per riprodursi come specie, e così facendo l'hanno in continuazione trasformata. Perciò non ha senso ipotizzare il ritorno a una presunta condizione naturale originaria. E poiché il processo di applicazione della forza-lavoro - vale a dire dell'insieme delle capacità fisiche, psichiche e intellettuali che esistono «nella personalità vivente di un uomo» - alla trasformazione della natura avviene sempre per il tramite di determinati rapporti sociali, pensare di poter salvaguardare la natura senza cambiare i rapporti di produzione che la distruggono è una missione impossibile.

Distruggendo senza possibilità di ricambio l'ambiente naturale e forza-lavoro umana, ossia le fondamentali forze produttive di cui la società dispone per il proprio incivilimento, il modo di produzione capitalistico dimostra oggi di aver perso la funzione progressiva che ha avuto nel passato. E la crisi globale che lo attraversa è la prova lampante del punto limite cui è pervenuto, giacché la distruzione massiccia di forze produttive e la conquista di nuovi mercati, attraverso cui il capitale ha superato le crisi nel passato, generano nuove esplosive contraddizioni e non appaiono in grado di rianimare il sistema. Si fa strada, nel pianeta, la profezia di Emanuele Severino secondo cui il capitalismo, per non annientarsi, annienta se stesso. Non si tratta di rinverdire  teorie crolliste, ma di capire che il declinante capitalismo occidentale, giunto al limite del suo sviluppo, produce uno stato di caos e di regressione che ci mette a rischio. E perciò occorre liberarsene.

Paolo Ciofi