Polemica fra Paolo Ciofi e Gian Luca Borgo da Megachip.info. Il signor Gian Luca Borgo polemizza con il corsivo di Paolo Ciofi: "Montezemolo, ecco l'Italia che ci piace", qui di seguito diamo conto della sua posizione e della replica di Ciofi.
Cara Megachip,
in merito all'articolo di Paolo Ciofi su Montezemolo, vorrei capire se tutta la problematica del lavoro della produzione si traduce nella solita banalità dell'arricchimento delle grandi aziende e del lavoro precario.
Non sento mai trattare le problematiche vere delle migliaia di piccole e medie aziende che senza alcun aiuto di alcun genere producono, esportano il made in Italy fatto di qualità e grande professionalità, che mantengono famiglie di lavoratori con i quali esiste un rapporto di amicizia e rispetto.
I dipendenti di queste aziende si rendono perfettamente conto delle balle mediatiche che quotidianamente sono scritte e teletrasmesse circa quanto Governi e sindacati farebbero o dovrebbero fare per loro.
I dipendenti cari signori, sono persone serie e sanno perfettamente che certe leggi servono per tutelare incapaci e fannulloni. Come ho già postato in precedenza le persone di qualità non si perdono e crescono capaci e responsabili.
Nessuna azienda si sognerebbe di dismettere personale che è costato anni di formazione ed impegno della persona. Se si vuole che il precariato cessi di esistere occorre ridurre i costi della contribuzione e della tassazione aziendale, che sono il cancro che impedisce un aumento netto degli stipendi, altrimenti l'alternativa è quella di essere esclusi dal mercato per via dei costi orari.
Finiamola quindi di raccontare le solite balle, racchiudendo le problematiche in fatti solo politici della destra e della sinistra.
Spero che queste email siano prese in considerazione dalla Vostra redazione.
Gian Luca Borgo
Risponde Paolo Ciofi
Il signor Gian Luca Borgo mi rimprovera perché ho parlato di Montezemolo e non dei piccoli e medi imprenditori. Ma Montezemolo esiste al pari del signor Borgo. E il suo discorso è stato talmente aggressivo e violento da suscitare vaste critiche e richiami alla moderazione, comprese quelle del futuro vice premier Roberto Calderoli: il che è tutto dire.
Ciò non significa che alla piccola e media impresa non si debba prestare grande attenzione, mettendo a punto un insieme coordinato di interventi, orientati a sostenere una diversa qualità dello sviluppo. A mio giudizio, essi sono i seguenti: incentivi fiscali e di altro tipo per l'impresa che incrementa l'occupazione stabile, promuove l'innovazione e la qualificazione del personale, rispetta gli standard ambientali e di sicurezza; diversa politica del credito, rivolta a sostenere prioritariamente gli investimenti produttivi e i progetti innovativi anche se privi di garanzie reali, piuttosto che gli impieghi speculativi, finanziari e immobiliari; sostegno alla pmi nella ricerca, nel trasferimento di know how e nella penetrazione sui mercati esteri. E su tutto una riforma radicale dell'amministrazione pubblica che la renda più efficiente, capace di risposte tempestive, non inquinata da clientelismi e cordate di interessi, trasparente e controllabile, che non eroghi finanziamenti a fondo perduto, senza contropartite e senza sanzioni in mancanza di risultati.
Perché in tutti questi anni, con i governi di centrodestra e anche di centrosinistra, queste cose non si sono fatte? Non perché siano impossibili. Ma perché, banalmente, si sono privilegiati gli interessi della finanza e della grande impresa. Perché la politica è decaduta a un ruolo servile e autoreferenziale, barricandosi nel Palazzo. In definitiva perché, in nome dell'ideologia liberista, si è pensato che lasciando mano libera al mercato, rinunciando a una politica industriale e a una strategia dell'Italia di fronte alla globalizzazione, l'effetto sarebbe stato strabiliante: bastava privatizzare i beni pubblici e contenere i salari, il resto sarebbe venuto da sé. E adesso stiamo raccogliendo i cocci di un Paese a pezzi, al punto tale che oggi anche Tremonti critica il "mercatismo" e indica la via dell'intervento pubblico di fronte all'annunciata tempesta globale.
Tuttavia, se la sinistra non è stata in grado di proporre un'altra idea dell'Italia e dell'Europa, né di dare risposte concrete a problemi vitali delle donne e degli uomini in carne ed ossa, non solo agli operai e ai lavoratori dipendenti, ma anche a coloro che sono spinti dalla voglia di intraprendere e di fare impresa, ciò non vuol dire che la via d'uscita si possa trovare alzando i ponti levatoi e agitando i vessilli della paura. Ognuno per sé a difendersi dall'altro con le unghie con i denti (e anche con i fucili, se necessario): questa linea può far prendere voti, e anche compattare nell'immediato un blocco sociale interclassista. Ma non ha avvenire, perché è fondata su un arroccamento difensivo, che semina odi e rancori, e sposta le contraddizioni e i conflitti solo di qualche chilometro oltre il confine. E non solo. E' stato giustamente osservato che quando il lavoratore non ce la fa più tende a ripiegare nel suo particolare mettendosi in concorrenza anche col suo compagno di linea, magari per ottenere qualche ora di straordinario che serve per mandare il figlio a scuola o all'asilo nido. E' una realtà che non si può negare, ma che alla fine rende il medesimo lavoratore ancora più subalterno e indifeso.
Il signor Borgo sostiene che "nessuna azienda si sognerebbe di dismettere personale che è costato anni di formazione ed impegno della persona". L'affermazione è indubbiamente sopra le righe, perché se è vero che ormai si comincia a fare strada l'idea che la flessibilità eccessiva finisce per danneggiare l'impresa, e ci sono imprenditori innovativi che fanno con coscienza il loro mestiere, nessuno può negare che i casi più recenti della ThyssenKrupp o della Sony Ericsson a Roma, come quelli più antichi della Benetton o della Marzotto in Veneto, parlano tutt'altro linguaggio. Né si può fondatamente sostenere che il modello del Nord Est costituisca la stella polare che può orientare il nostro futuro, se è vero che in Veneto si spende per la ricerca la metà di quanto si spende nel Paese rispetto al PIL (che è già molto poco), e il tasso di scolarizzazione non è certo tra i più alti d'Italia.
Convengo con lui: finiamola di raccontare balle e ragioniamo sui fatti. L'Italia è oggi uno dei Paesi più disuguali del mondo, e abbiamo i salari più bassi d'Europa. A questo siamo ridotti, ed è questo il fatto fondamentale dal quale muovere. Ma non si può pretendere di affrontarlo scaricando la responsabilità (o l'egoismo) dell'imprenditore sul fisco, alle cui entrate contribuiscono in maniera preponderante i lavoratori dipendenti. O vogliamo ridurre il tutto a una semplice partita di giro, invece di dare luogo a una reale redistribuzione della ricchezza? La piccola e media impresa va sostenuta e incentivata con misure di ampia portata che sopra ho indicato. A partire da una condizione però: che siano pienamente riconosciuti i diritti, la libertà e la dignità della persona che lavora. Il lavoratore, ce ne siamo dimenticati in troppi, "ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa": è l'articolo 36 della Costituzione. O pensiamo di continuare a fare in modo che Montezemolo e i poteri forti, insieme a Berlusconi e compagnia, dettino ancora le tavole della legge, penalizzando lavoratori e piccoli imprenditori, e condannando l'Italia al declino?
Paolo Ciofi