Il fenomeno urbano e la complessità Concezioni sociologiche antropologiche Cristoforo Bertuglia Franco Vaio 460 300 minIl volume "Il fenomeno urbano e la complessità" (Torino, Bollati Borin-ghieri, 2019, pp. 798, euro 38), scritto da due scienziati di discipline assai diverse – l’uno urbanista, Cristoforo Sergio Bertuglia, e l’altro fisico, Franco Vaio – è un lavoro capitale, al tempo stesso imprescindibile e accattivante, sulla città analizzata in tutte le sue pieghe. Ovvero come sistema complesso, che nella incessante evoluzione storica e culturale compone e ricompone, con modalità e in forme sempre diverse, i suoi fattori costitutivi, economici e sociali, territoriali e ambientali, antropologici e fisici. Un’indagine di grande respiro sulla forma urbana della comunità degli umani, indispensabile per comprenderne la conformazione presente e per progettare il futuro, che si avvale della teoria della complessità come visione multi-disciplinare e unitaria delle scienze sociali e naturali.

 

Ne esce un quadro assai mosso e ricco di suggestioni, nel quale la città si mostra nei suoi diversi volti, cui qui si può solo accennare. Dai centri urbani generati per iniziativa della borghesia nascente in relazione all’accumulazione primitiva del capitale, soprattutto in Italia, alle grandi concentrazioni urbane di fine Ottocento per effetto della rivoluzione industriale e del consoli-damento degli Stati nazionali. Alle sperimentazioni della Vienna rossa e alla Mosca costruttivista in conseguenza della crescita del movimento operaio e della rivoluzione russa. Alle grandi metropoli della fase fordista del capitale cui segue la città cosiddetta keynesiana con l’affermazione dello Stato sociale. Fino alla città globale del nostro tempo, figlia del capitalismo finanziarizzato e digitale.

 

Come rilevano gli autori, le città globali «vivono indipendentemente dal loro territorio», e quindi lontane dai bisogni di chi nel territorio vive e lavora, concentrando in rete ricchezze finanziarie e competenze tecnologiche che mettono in discussione le funzioni degli Stati e la stessa unità territoriale delle nazioni. Da qui le spinte sovraniste, o autarchiche che dir si voglia. È la forma moderna più esasperata in cui si esprime oggi il conflitto storico tra interesse pubblico e interesse privato, tra chi considera il territorio «una risorsa di cui i più potenti possono appropriarsi come fonte di rendita», e chi lo considera invece «come un bene comune» appartenente alle persone che lo abitano e alle generazioni future.

 

In sintesi, la rendita comunque configurata è diventata la forza propulsiva che nella modernità finisce per disegnare il volto della città globale. Ma in tal modo si diffonde in pari tempo il parassitismo dei ricchi, la disumanizzazione dei poveri, la distruzione dell’ambiente naturale e storico. «Il predominio della rendita pura – annotano Bertuglia e Vaio – sovente è inteso come segno della modernità, ma è una modernità che porta nella direzione del declino». Nella città moderna la vita degli uomini e delle donne, e di tutti i viventi, deve essere governata secondo gli interessi di chi con la rendita si arricchisce senza far nulla, o secondo i bisogni e i diritti della comunità umana e di ogni vivente? L’analisi contenuta in questo libro rende l’interrogativo quanto mai stringente.

 

L’esperienza italiana sta dentro questo contesto, seppure con le sue specificità derivanti dalla nostra storia. Gli autori ricordano le significative vicende che hanno portato alla bocciatura della legge urbanistica proposta dal ministro democristiano Fiorentino Sullo, accusato di voler espropriare la casa alle famiglie italiane. Di grande interesse è la ricostruzione della trasformazione urbana di Roma, derivante non dalla rivoluzione industriale ma dalla sua funzione di capitale dello Stato unitario. Funzione oggi nella fase terminale di un intero ciclo storico, in conseguenza della crisi organica dello Stato burocratico e accentratore, nonché del fallimento delle classi dirigenti locali e nazionali, che hanno usato la capitale soprattutto per ingurgitare a piene dosi la rendita urbana. Con due eccezioni: quella di Ernesto Nathan, sindaco dal 1907 al 1913, che sottrasse Roma al dominio dell’aristocrazia e della speculazione. E quella delle giunte di sinistra a guida del Pci tra il 1976 e il 1985.

 

Gli autori sottolineano in particolare la portata innovativa del Progetto Fori, su cui ha lavorato il sindaco Petroselli, come componente organica di un’altra idea di Roma unificata tra centro e periferie, valorizzando l’enorme patrimonio storico e culturale di una città unica al mondo. Nettamente negativo è invece il giudizio sul piano regolatore adottato dal sindaco Veltroni nel 2003, che prevede la realizzazione di oltre 70 milioni di metri cubi, con un incremento di circa 700 mila abitanti. Secondo il principio del «pianificar facendo» e dell’urbanistica contrattata, non solo è stato cancellato il progetto Petroselli, sono stati anche ignorati i processi distruttivi di consumo del suolo, «che a Roma hanno assunto andamenti drammatici». Insomma, «nella sostanza, il piano non pianifica, ma ratifica». E così si accomoda definitivamente sul trono la rendita, regina nera della speculazione e del parassitismo.

 

Bertuglia e Vaio concludono indicando la necessità di affermare una nuova urbanistica, intesa non già come mero repertorio di scelte tecniche, bensì come «scienza della città» che abbracci le molteplici facce, comprese quelle politiche, sociali e ambientali, del «fenomeno urbano complesso». Se, come ha affermato di recente anche Salvatore Settis, «la complessità del mondo di oggi culmina nella città, massima espressione dei conflitti e della loro ricomposizione», allora credo che si possa convenire con lui sulla necessità di «ragionare sul diritto alla città», e di lottare per «un patto di solidarietà sociale, che è il cuore della nostra Costituzione».

Paolo Ciofi

*Recensione apparsa su Critica marxista di Ottobre 2019