sinistra unita 460 minIl risultato elettorale del 26 maggio ci squaderna una questione dalla quale non si può prescindere e che appare decisiva: la scomparsa della sinistra politica in Italia nel contesto del massiccio spostamento a destra del corpo elettorale (avanzata travolgente di Lega e Fratelli d’Italia, tracollo verticale dei 5 Stelle e marginalizzazione di Forza Italia, assestamento del Pd come secondo partito pur perdendo 120 mila voti). E in presenza di un astensionismo che tocca il 50 per cento.

 

Scomparsa della sinistra? Sì, esattamente di questo si tratta se stiamo ai fatti: della scomparsa della sinistra del cambiamento e della trasformazione. Proprio nella fase in cui, di fronte alla crisi della società e alle contraddizioni esplosive del capitalismo moderno che distrugge il pianeta e tratta gli umani come scarti, una sinistra all’altezza del nostro tempo sarebbe invece indispensabile.

 

Non parlo evidentemente della sinistra liberale (del capitale, direbbe Alfredo Reichlin) al servizio della grande borghesia e delle grandi ricchezze, che sebbene contestata da una destra illiberale e autoritaria è ben presente. E ben rappresentata dai due partiti di Scalfari, la Repubblica e il Pd. Mi riferisco alla sinistra espressione del variegato e complesso mondo del lavoro del XXI secolo, in grado di lottare - secondo quanto prescrive la Costituzione - per «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

 

Non nascondiamoci dietro un dito: questa sinistra di cui c’è bisogno ormai da tempo non è più un fattore costitutivo della nostra democrazia. La rappresentanza politica è diventata una questione privata dei ceti dominanti che detengono la ricchezza e si contrastano tra loro. Tutti gli altri sono fuori dai giochi. E qui risiede la radice più profonda della crisi democratica che il Paese sta attraversando. La sinistra cosiddetta riformista ha cessato non da oggi di criticare il capitale, e del capitale è diventata una stampella portante. D’altra parte, la sinistra cosiddetta radicale, nonostante l’impegno generoso di tante persone, non è stata in grado di organizzare un’opposizione efficace, che offrisse un progetto di nuova società fondato su un’alternativa credibile e concretamente praticabile.

 

In questo stato delle cose è maturato l’exploit dei 5 Stelle, che hanno messo nello stesso sacco destra e sinistra per poi fallire alla prova del governo aprendo la strada alla massiccia affermazione della destra di Salvini. L’errore più grave che si può commettere è ritenere - come da più parti si sente dire - che la Lega abbia vinto perché gli italiani sono diventati tutti nazionalisti ottusi, xenofobi arretrati, populisti, sovranisti e anche fascisti. Si tratta di una visione primitiva e superficiale che generalizzando fenomeni regressivi pur presenti ignora i processi reali che hanno investito l’economia e la società, producendo effetti distruttivi sulla vita di milioni di esseri umani. Con il vantaggio, se così si può dire, di esonerare dalle loro responsabilità e dai loro fallimenti le classi dirigenti.

 

Come ha osservato anche Thomas Piketty, l’affermazione delle destre reazionarie in Italia e in Francia trova la sua motivazione di fondo nella crescita delle disuguaglianze, generate da un sistema economico e da un assetto fiscale ingiusti, che concentrano in poche mani la ricchezza e diffondono per altro verso povertà e insicurezza, disoccupazione e precarietà. Ormai dovrebbe essere chiaro che se non si affronta questo nodo non trovano soluzione né la questione ambientale né la liberazione delle donne dall’oppressione di genere e dal doppio lavoro.

 

In assenza di alternative, gran parte degli sfruttati, dei poveri, dei disagiati dal degrado delle periferie, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti, che ancora vanno a votare si sono aggrappati al presenzialismo della Lega. Ma la Lega di Salvini, che sguazza nel disagio e nell’impoverimento crescenti anche tra i ceti medi, non si propone di cambiare il sistema. Al contrario, con la sua proposta della tassa piatta e con il suo continuo richiamo alla “rivoluzione” di Trump, spinge verso ulteriori disuguaglianze.

 

In sostanza Salvini ci propone un nuovo capitalismo dai connotati ottocenteschi, antidemocratico e assolutista, autoritario e arrogante. E favorito dalla sottovalutazione delle contraddizioni inedite prodotte dalle correnti migratorie, copre questa scelta seminando la paura e l’odio per il diverso. Per il migrante che fugge dal disastro generato dalla rapina delle risorse naturali da parte di quelle stesse multinazionali che nei territori del capitalismo avanzato espellono manodopera dai processi produttivi e dalle attività di servizio.

 

Le contraddizioni e le difficoltà sono destinate ad aumentare. Tuttavia, al cospetto del fallimento della Sinistra, nella lotta per uscire dalla crisi e costruire una civiltà più avanzata in Italia e in Europa, il riferimento non può essere il Pd di Zingaretti. Innanzitutto perché, mettendo insieme tutto e il contrario di tutto, non si propone di essere il partito politico della classe lavoratrice del XXI secolo, di tutti coloro i quali, in questa fase della rivoluzione scientifica e digitale in atto, per vivere dispongono solo delle proprie capacità fisiche e intellettuali, della propria forza-lavoro. E come potrebbe essere diversamente, se il Pd non ha neanche il coraggio di ripristinare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e di proporre una patrimoniale sulle grandi ricchezze, vista come il fumo negli occhi?

 

C’è bisogno di una sinistra che non c’è. Con caratteristiche popolari e di massa, immersa nel profondo della società, vicina a tutti coloro che sono sfruttati e che soffrono. In grado di organizzare un’opposizione efficace al degrado del Paese e alla deriva autoritaria in atto. E di indicare soluzioni concrete sul terreno della solidarietà, della cooperazione, della partecipazione democratica. Insomma, c’è bisogno di un vero cambiamento di rotta. Ma questa svolta non si può realizzare se non si analizzano a fondo le cause che hanno portato a questo stato delle cose.

 

Costruire un pensiero critico della realtà che ti circonda, e capire le motivazioni dell’avversario che ti ha sconfitto, è essenziale. Se non metti in chiaro le ragioni della sconfitta, e non correggi gli errori che hai compiuto, sei condannato alla tua inutilità politica e sociale. Per compiere questo passo decisivo è però necessario cambiare la visione e la pratica della politica, restituendole la sua progettualità, la sua concretezza, la sua moralità. La politica non come funzione tecnica del capitale, o come amministrazione dell’esistente. La politica come servizio della comunità, come strumento per la conquista di una più alta civiltà, peraltro prospettata dalla nostra Costituzione. Bisognerebbe mettersi all’opera su questo terreno superando corporativismi, divisioni e fratture.

«Fare politica significa agire per trasformare il mondo». Per questo «occorre avere un’esatta conoscenza dei fatti storici e della realtà attuale, occorre valutarli esattamente, alla luce di principi generali, e far concorrere conoscenza e valutazione e una concezione organica dei bisogni del momento e dell’avvenire». La politica così intesa «è il risultato di approfondita ricerca delle condizioni in cui si muovono le società umane, i gruppi che le compongono e i singoli. Giunge a comprendere, e quindi a giustificare storicamente, tanto l’avanzata quanto la ritirata o l’arresto, tanto la vittoria quanto la sconfitta. Alla base di questa comprensione vi è la critica di se stessi e degli altri, che è momento di azione ulteriore». 

 

Sono parole di quel tale, si chiamava Palmiro Togliatti, che ha costruito il più grande e influente partito comunista dell’Occidente. Nelle condizioni di oggi c’è chi dispone del coraggio politico e della forza intellettuale per compiere una svolta di tale portata? Questo è il problema.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

Pubblicato anche da Jobsnews.it