fiom_130Paolo Ciofi, ha una lunga storia di economista marxista. Nel suo ultimo volume, La bancarotta del capitale e la nuova società, rimarca la necessità di porre al centro del confronto non solo politico, ma anche culturale l'eterno conflitto capitale – lavoro.

«È necessario per una ragione molto semplice. Come ha scritto recentemente Luciano Gallino, nel suo ultimo libro "La lotta di classe dopo la lotta di classe", in questi anni siamo stati dominati dalla contrivoluzione neoliberista che ha sviluppato la lotta di classe contro il lavoro. Il dogma è quello che siccome non esistevano più le classi diventava inutile rappresentare politicamente il lavoro.

È vero che viviamo in una società complessa in cui sussistono anche molte altre contraddizioni ma se non si comprende che questo è l'elemento caratterizzante della nostra epoca, che si vive sotto la dittatura del capitale finanziario, che il dominio ha anche risvolti politici e culturali, si perde il senso dello sviluppo storico, ci si preclude la strada necessaria per capire i fenomeni che stiamo vivendo».

Credi che ci siano responsabilità in tal senso anche della sinistra?

«Direi che le responsabilità sono molto evidenti, sul terreno della sinistra moderata si è ritenuto il conflitto di classe esaurito. Si tratta di un vero e proprio passaggio di campo. Quando un esponente della sinistra moderata come Reichlin afferma che il Pd ha preso lucciole per lanterne, scambiando il liberismo col riformismo cosa dire di più? Il liberismo è l'assetto di combattimento del capitalismo finanziario globale ma è stato detto che l'analisi di classe era solo cascame ottocentesco e che essendo scomparsa bisognava pensare ad altro. Nuovisti spensierati e tattici intelligenti hanno creduto a queste accattivanti teorie, adesso ci si rende conto che davanti alla guerra messa in atto dal capitale, nello sviluppo della crisi, c'è qualcosa da ripensare. Si è abbandonata quella cultura critica della società capitalistica che ha dato vita alla costituzione repubblicana in Italia e che si pone nelle sue fondamenta l'obbiettivo di limitare lo strapotere della proprietà capitalistica quando offende la dignità della persona. Ma i fenomeni attuali andrebbero contrastati. La sinistra di alternativa pur aspirando alla rappresentanza della classe non è riuscita nel suo scopo. Le ragioni sono molte, sono avvenute schematizzazioni di vario tipo. Nella pratica politica si è abbandonata la classe per seguire i movimenti, le moltitudini o le plebi, sono state messe in campo teorie molto approssimative come il "politeismo dei lavori". Assumendo la molteplicità dei lavori come schema interpretativo si è persa di vista l'unità delle condizioni di lavoro determinata dallo sfruttamento. Altra cosa è la subordinazione sociale e bisogna indagare a fondo nelle mutazioni della società, comprendere come le mutazioni tecnologiche del diverso lavorare non hanno intaccato i rapporti di lavoro. È mancata una analisi e si è parlato di tecnalità dei lavori. Come ha notato la Rossanda, oggi abbiamo una grande difficoltà a misurare anche i rapporti di forza laddove si contrappone il mondo del precariato a quello dei presunti garantiti. Non si è insomma guardata la realtà per quella che era e che la crisi sta mostrando oggi in tutta la sua violenza».

Quanto sta avvenendo in questi ultimi mesi in Europa, non solo dal punto di vista politico elettorale, lascia pensare che si ritorni ad una elaborazione maggiore da questo punto di vista?

«La realtà della crisi ha sfondato la cortina fumogena ideologica e ora emerge il volto reale del capitalismo come ideologia dominante. Ora appare evidente che bisogna cambiare. La realtà della crisi ha sfondato la cortina fumogena ideologica. Ora appare evidente che bisogna cambiare dalla base il fondamento su cui si regge il sistema, su cui si reggono i rapporti attuali. È un processo che comincia a farsi strada e che è complicato, ma è compito della sinistra portarlo avanti. Questo è l'unico antidoto contro l'antipolitica, lavorare perché anche da noi si costruisca una coalizione politica ampia di tutti coloro che sono vittime di questa crisi ponendo al centro i nuovi lavoratori e le nuove lavoratrici del ventunesimo secolo. Sta accadendo in Francia e Grecia, io credo che da noi è urgente anche sulla base del risultato del voto amministrativo di domenica. C'è un crollo di Berlusconi e del berlusconismo ma non è emersa una alternativa della sinistra. La sinistra potrà svolgere una funzione positiva ed efficace se attua un processo di costruzione che rimuova le spinte al frazionismo e alle scissioni. Un lavoro che deve spostarsi anche sul piano culturale. Occorre ridotarsi di una cultura critica e il passo urgente da fare è quello di definire un programma comune per mandare all'opposizione le destre ora scompaginate e anche il "montismo.

Per questo hai deciso di sostenere la manifestazione del 12 maggio?

«Sicuramente si tratta di una buona idea, altrimenti non avrei sottoscritto l'appello e non avrei preso l'impegno di parteciparvi. Ma l'importante è dare respiro al progetto, che non finisca il giorno dopo il corteo, che si diventi in grado di reggere uno scontro che sarà piuttosto duro. La crisi è tutt'altro che finita e le conseguenze che rischiamo di pagare saranno durissime».

di Stefano Galieni da web.rifondazione.it del 9 maggio 2012