Per dare un calcio definitivo alla Repubblica democratica fondata sul lavoro e mandarla a farsi fottere nella discarica della storia insieme al socialismo, il ministro Renato Brunetta, beatificato dalla signora Stefania Craxi tra i socialisti illustri insieme a Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi e Franco Frattini, dopo aver illustrato se stesso, i sudditi e il sovrano nella lotta titanica contro i fannulloni, ha scelto la via della peggior politica: quella della simulazione e dell’inganno secondo le vecchissime regole del cardinale Mazzarino.
L’illustre ministro, docente universitario oltreché socialista, non può farci credere di non sapere qual è il significato dell’articolo uno della Costituzione, che all’Italia democratica ha dato il soffio della vita. Sarebbe davvero troppo, anche per uno scolaretto delle elementari. Eppure, per motivare la necessità di cambiare l’intera Carta muovendo dai principi fondamentali, in questo momento di crisi nera in cui operai e ricercatori sono costretti a salire sui tetti, operatori dell’informazione a scioperare e a scendere in piazza, mentre disoccupazione e cassa integrazione hanno raggiunto vertici mai visti alimentando una guerra tra poveri, a Brunetta non è mancato il coraggio di dichiarare: «Stabilire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro non significa assolutamente nulla».
Come a dire: siccome il fondamento del lavoro nell’architettura dello Stato democratico non vuol dire niente, e anzi è un inutile ingombro, togliamolo di mezzo. E voi operai, tecnici, ricercatori, precari, disoccupati, immigrati, donne e uomini del braccio e della mente che dal lavoro ricavate i mezzi per la vita, tutti voi starete meglio. Felici e ignudi come Adamo nel paradiso terrestre, vi presenterete sul mercato spogliati di tutele, di diritti e della libera rappresentanza sindacale e politica. Che volete di più?
Resta però un problema. Cancellati il lavoro e i lavoratori come soggetti protagonisti della Repubblica democratica, su quale fondamento dovrebbe poggiare la costruzione della Nuova Repubblica? Sul capitale? Sul mercato e sulla concorrenza? Sulla finanza, che è la forma tossica e parassitaria in cui si manifesta oggi il capitale? Vale a dire sulla potenza della ricchezza e del denaro e sul potere assoluto dei detentori dei mezzi di produzione e di comunicazione, su quella inedita forma di dominio che Edward Luttwak ha definito dittatura del capitale e che ci ha portato alla crisi globale? Sarebbero questi i nuovi principi coesivi della società e della nazione?
Il ministro non lo dice, lo lascia solo intravedere. Perché la sua pur notevole capacità di simulazione non riesce a occultare del tutto una tendenza che viene da lontano, e che dall’inizio del secolo ha acquistato maggior forza per la concomitanza di tre fattori: le straordinarie trasformazioni tecnologiche e scientifiche del lavoro; il gigantesco spostamento dei rapporti di forza a vantaggio del capitale; la subalternità culturale e la debolezza politica della sinistra su scala planetaria. Nel dubbio, il volenteroso Brunetta avrebbe potuto chiedere lumi al suo datore di lavoro, che è del ramo, ne sa sicuramente di più ed è anche politicamente più accorto.
Del resto, e non c’è da sorprendersi, il sovrano-imprenditore e il suo manager nell’amministrazione pubblica hanno un antenato comune in Benedetto Craxi detto Bettino, il padre nobile della “Grande Riforma”, che per primo mise a tema il cambiamento della Costituzione per adeguarla al rampantismo milanese e agli spiriti animali del capitale. E’ il passaggio storico di una parte della sinistra dall’idea della trasformazione a quella della governabilità: la società non si trasforma, si governa; i sistemi non si cambiano, si stabilizzano. Adeguando le istituzioni alle esigenze dell’economia e del mercato, alle richieste dell’impresa, che vuole mano libera nella fabbrica e nei rapporti di lavoro, nella società e nello Stato. In altre parole, al di là delle apparenze, il leader del Psi si sottomette alla cultura del capitale, all’idea che l’impresa capitalistica sia il motore della società e della storia, e perciò debba essere liberata da ogni vincolo e condizionamento. Qui sta il vero punto di convergenza tra il berlusconismo e il craxismo, tra il Cavaliere e Brunetta, tra il padrone e il manager del partito-azienda.
Se Craxi si è vantato di aver «allentato la briglia sul collo del cavallo che poteva e voleva correre» attaccando la Cgil e la scala mobile, il Cavaliere pronuncia parole che equivalgono a un editto: «la libertà economica (che lui identifica nella libertà d’impresa, ndr) è un diritto spirituale e civile come la libertà politica e religiosa». E perciò, in nome della irresistibile spiritualità dei dané, già nel 2001, davanti a 6.000 industriali radunati a Parma nelle assise della Confindustria, sostiene che la «Costituzione va cambiata» perché «dimentica le imprese» e «risente dell’ideologia sovietica». A riprova cita l’articolo 41, che suona così: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
Tirando le somme, ci dovrebbero essere pochi dubbi sul fatto che in questi anni è stato portato un attacco sistematico al lavoro come fondamento della Repubblica democratica muovendo da due fronti: da un lato, distruggendo i controlli e le garanzie di tipo sindacale e politico, sociale e istituzionale, poste a tutela dei lavoratori, e quindi a salvaguardia della coesione della società e dell’unità della nazione; dall’altro, arando il terreno per preparare una riscrittura della Costituzione volta a cambiare l’intero assetto dello Stato e a legittimare la dittatura del capitale.
Forse in questo attacco convergente, che ci fa vedere come la lotta di classe non sia affatto archiviata, il contributo del ministro poteva essere più intelligente. Ma non ci si venga a dire che quando dichiara di voler eliminare il lavoro come fondamento della Repubblica cancellando l’articolo uno, l’iperattivo Brunetta non sappia che in tal modo mira a tranciare il nesso che nella Costituzione lega il principio di libertà e il principio di uguaglianza. Questa acquisizione storica fortemente innovativa verrebbe distrutta per tornare al buon tempo antico: ai tempi del Mazzarino appunto, quando il sovrano regnava, il ricco comandava e lo sfruttato doveva soltanto subire.
Paolo Ciofi
Articolo che comparirà su prossimo numero di Cometa, trimestrale di critica della comunicazine.