9 febbraio 2019 09h25m58 ritagliook 500minIl Financial Times, la sacra bibbia della city londinese ripresa dal Fatto Quotidiano, denuncia in modo forte e argomentato gli effetti distruttivi del sistema economico in cui siamo precipitati. La crisi è tale che dagli stessi esponenti più accorti del capitale si invocano correttivi radicali. Ma questo non è un «capitalismo truccato», come titola il giornale di Travaglio, da riportare alle (presunte) origini benefiche sognate da Veltroni. È il capitalismo realizzato. Quello oggi esistente: rapinoso, ingiusto e corrotto, che sta massacrando milioni di esseri umani mettendo a repentaglio la vita stessa del pianeta in nome del massimo profitto e della rendita.

 

Dopo la cancellazione del «socialismo realizzato» in Russia e nell’Oriente europeo, i vincitori - e tanti servizievoli “riformisti” - avevano annunciato un mondo da sogno, libero e giocondo. Invece siamo in presenza di contraddizioni esplosive e di piaghe purulente inflitte al pianeta Terra dal capitalismo realizzato in Occidente. Che hanno aperto la strada alla povertà e al disagio sociale crescenti, alle guerre tra poveri, alle migrazioni di massa, e quindi alle spinte nazionaliste e razziste di stampo autoritario e fascistico. È ora di prenderne atto e di cambiare strada.

 

La crisi organica del sistema non si supera sostituendo qualche pezzo di ricambio nelle officine riformiste della socialdemocrazia. Quel tempo è finito. Lo stato del mondo oggi ci grida che è necessario un cambiamento di sistema. Non più finalizzato alla ricerca del massimo profitto e della rendita, bensì al benessere della collettività degli umani e di tutti i viventi. C’è bisogno di un nuovo assetto. Ecologico e sociale, che assicuri il diritto al lavoro, la libertà e l’uguaglianza sostanziale.

 

In Italia, sconfitto (per ora) Salvini, non bastano i pensierini e i giochetti tattici di Di Maio e Zingaretti, molto lontani dalla cultura della Costituzione. Serve una visione d’insieme, una strategia del cambiamento, che non nasce, come ha scritto qualcuno, dal mescolamento degli elettorati. Ma dalla chiarezza del progetto e dalla forza delle idee, tali da rendere protagonisti e padroni del proprio destino i subalterni e gli sfruttati, tutti gli uomini e le donne che vivono del proprio lavoro.

 

Da dove cominciare? Dalla visione della politica come strumento di lotta per la conquista di una civiltà più avanzata. Dunque, dall’attuazione della Costituzione in tutte le sue parti. Avendo ben chiaro: primo, che questa è una Costituzione antifascista; secondo, che questa Costituzione disegna un diverso assetto della società. In cui la libertà della persona si fonda non sulla dittatura della proprietà privata, ma su una fitta trama di diritti sociali e su diverse forme di proprietà, pubblica e privata.

 

A chi se l’è dimenticato ricordo l’articolo 1: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Sul lavoro vuol dire che non è fondata sul capitale. Come conferma l’articolo 4, che suona così: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto». Che ne dice il governo? Su questo aspetto dirimente devono comunque alzare la voce - insieme ai comitati per la difesa della Costituzione e ai costituzionalisti più sensibili - i movimenti sociali, i sindacati, i partiti e i gruppi politici che si dichiarano di sinistra. Senza una partecipazione democratica di massa non c’è avvenire.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it