giulio regeni 350 260Giulio Regeni è stato privato della libertà, poi barbaramente torturato, infine privato della vita stessa. A 28 anni, quando aveva ancora davanti a sé tutta una vita. Perché? «Credeva in un mondo libero», hanno dichiarato con orgoglio i genitori: «una visione del mondo molto bella, che vogliamo ricordare e onorare». Adesso possiamo dirlo senza farci sommergere dalla retorica dilagante, che non rende giustizia alle motivazioni forti che lo hanno portato a perdere la vita. La vita per la libertà, questa è stata la sua scelta. Come quella dei giovani partigiani trucidati dalla barbarie nazifascista.
Per amore della libertà Giulio stava dalla parte dei lavoratori e degli oppressi. Indagava sulla loro difficile vita di sfruttati nascosta agli occhi del mondo, cercava di far conoscere la loro libera organizzazione sindacale, le loro aspirazioni, le loro lotte duramente represse dal regime di al-Sisi, una dittatura occhiuta e asfissiante. Si fa finta di non sapere che la lotta per la libertà è cominciata in Egitto nelle grandi fabbriche del delta del Nilo. Prima gli scioperi del 2008, poi la sollevazione di piazza Tahrir che ha abbattuto Mubarak.
Una lotta oggi molto difficile e contrastata perché per i generali, ma anche per gli islamisti, la libertà e la presenza di liberi sindacati sono come il fumo negli occhi. Non per caso nella regione delle fabbriche aveva vinto il no alla Costituzione islamica proposta dai Fratelli Musulmani, e nelle elezioni del 2012 si era affermato il cartello della sinistra socialista e comunista. Giulio non era un terrorista o un assassino ma era immerso in questa realtà, che descriveva e indagava per dare forza alla libertà. E per questo è stato ucciso.
La sua storia tragica ci dice che in un Paese come l’Egitto chi sta dalla parte dei lavoratori e difende i loro diritti nella lotta per la libertà viene catturato, torturato e ucciso. Non è così in Europa, e in Italia la Costituzione prescrive che i lavoratori siano il fondamento della Repubblica. Nonostante ciò i diritti del lavoro sono attaccati e vilipesi, ridotti a mera appendice del profitto, cioè del dominio del capitale.
Per questo, rendendo onore a Giulio, dobbiamo riconoscere che la sua tragica storia parla anche di noi. Perché rende chiari come la luce del sole due dati della realtà sistematicamente oscurati: che le lavoratrici e i lavoratori disoccupati, precari e senza diritti non sono liberi; che senza diritti dei lavoratori non c’è libertà. Noi, che questi diritti li abbiamo conquistati, dobbiamo lottare per non perderli definitivamente, ricordandoci che i diritti costituzionali sono indivisibili. Teniamolo bene a mente. Prima che sia troppo tardi.
Paolo Ciofi
www.paolociofi.it