giulio-tremonti_130Lui non ruba. E sapete perché? Perché è ricco, parola di Giulio Tremonti: non perché un uomo pubblico deve essere al di sopra di ogni sospetto, ancor più della moglie di Cesare. Il fatto è, come tutti sanno e come l'autorevole professore conferma, che i ricchi non rubano. Al massimo eludono, bonificano, evadono, sottraggono. Come il capo del governo, che proprio mentre Tremonti parlava ha dovuto restituire a De Benedetti 560 milioni di euro per essersi appropriato con la frode della Mondadori corrompendo giudici e avvocati. Un dettaglio che al buon Giulio è sfuggito.

Evidentemente per tutelare il buon nome della categoria il PdL, di recente autoproclamatosi «partito degli onesti», ha riempito Camera e Senato di ricchi e super ricchi: in modo che non abbiano spazio i faccendieri, i ladri e i malversatori, non certo per evitare che operai, lavoratori dipendenti, gente comune possano dire la loro in Parlamento. D'altra parte, come insegna il caso Scilipoti and friends, la compravendita degli onesti appartiene a un'altra fattispecie.

Resta il fatto che il ministro ricco, e dunque immacolato, non ha scisso le sue responsabilità dal capo dell'allegra brigata dei super ricchi, alla stessa stregua di Umberto Bossi. Ma nella tempesta della crisi globale ha deciso di rifugiarsi a casa del suo ex consigliere plurinquisito Marco Milanese. Non per infrangere leggi e regolamenti, ci assicura, bensì perché si sentiva «spiato, controllato, pedinato». Dalla Spectre? Dai comunisti? Dai money manager, o dalla mafia? No, dalla Guardia di Finanza, che dipende dal ministro dell'economia, cioè da lui stesso. E, a quanto sembra, su sollecitazione dal capo del governo, che aveva promesso di metterlo sotto il controllo di chi di dovere.

Una condizione da basso impero, mentre l'Europa ci chiede vittime da immolare sull'altare della speculazione. Uno stato di vergognoso degrado di un governo che nella sua sopravvivenza agonica rischia di seppellire il Paese, mentre i "mercati" chiedono alla Grecia il Partenone come garanzia, e in Spagna campioni come Ronaldo e Kakà vengono offerti in garanzia alla Bce: «cartolarizzati» come beni immobili, come entità inanimate senza cervello e senza cuore. Aberrazioni contro cui ribellarsi, anche se da noi i «cartolarizzati» fossero Berlusconi e Tremonti, che peraltro non sappiamo quanto valgano sul mercato dei titoli spazzatura. Una rivolta è necessaria per dire basta, e perché nel Paese prenda corpo un movimento politico di massa, capace di mettere in campo un'alternativa concreta e praticabile.

Paolo Ciofi

1 agosto 2011